Si fa presto a dire "Primavera turca"

Il pericoloso autoritarismo del premier Erdogan in Turchia non è una novità, ma adesso lo scoprono anche Ue ed Usa. Meglio tardi che mai

Istanbul è stata teatro di feroci scontri tra polizia e manifestanti anti-Erdogan, scesi in piazza per impedire la costruzione nel parco di Gezi di un centro commerciale e di una moschea (Credits: Bulent Kilic/AFP/Getty Images)

Anna Mazzone

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La Turchia è ancora scossa dagli eventi degli ultimi giorni. Le proteste anti-Erdogan hanno contagiato tutto il Paese, esplodendo in 47 città diverse, mentre da più parti commentatori e analisti si affrettano a mettere al Paese della Mezzaluna il cappello della Primavera.

Ma le rivolte che sono scoppiate in Turchia, con epicentro il parco di Gezi nella città sul Bosforo, non hanno molto a che fare con la Primavera araba e sono frutto, invece, di una protratta miopia da parte degli alleati di Ankara. Una miopia che dura ormai da dieci anni.

Da quando Recep Tayyip Erdogan, il leader dell'AKP (il partito Giustizia e Sviluppo di matrice islamica) è salito al potere conquistando la maggioranza dei voti nel 2002, ha cercato di presentarsi come un premier moderato, o meglio: islamico-moderato. E' questo il modo in cui è stato definito dagli americani, che così hanno offerto alla Turchia un utile passepartout per presentarsi col vestito buono di una sorta di democrazia sulla parola. 

Con Mustafa Kemal Ataturk il Paese della Mezzaluna era stato depurato dalle scorie religiose al potere, rappresentando il primo (e unico) esempio di una democrazia islamica con un piede in Europa. Ma Erdogan ha portato la Turchia più verso Oriente, compiendo una serie di scelte basate su valori e principi strettamente musulmani e calpestando il diffuso laicismo di un Paese che si è sempre sentito più vicino a Bruxelles che non a Damasco. 

Dopo dieci anni, i fatti di Istanbul fanno comprendere che quella democrazia è più che mai fragile e che il termine "moderato" mal si addice a un partito velato, che nell'ultimo decennio ha preso man mano piede, acquisendo sempre più forza e fondando la sua immagine su incredibili successi economici. Per questo, per l'economia scintillante, in molti hanno preferito non vedere quello che realmente stava accadendo in Turchia. Fino alle proteste per il parco di Gezi. Una scintilla che ha fatto divampare il fuoco in tutto il Paese.

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Ma chi la chiama "Primavera turca" sbaglia. La Turchia è una democrazia e non è la Libia, la Tunisia e l'Egitto, né assomiglia alla dittatura siriana. Tuttora ad Ankara esistono istituzioni che garantiscono il check-and-balance dei poteri, come la Corte Costituzionale, che rappresenta il cuore laico del Paese.

Erdogan è stato eletto con un forte consenso popolare, rappresentando l'icona del riscatto per larghe fasce della popolazione che si sono sempre sentite messe da parte dai kemalisti e vessate dai militari, baluardo della laicità dello Stato che si è sporcato le mani di sangue con una serie di colpi di Stato atroci, fino agli anni Ottanta.

E' chiaro, però, che la maggior parte degli elettori di Erdogan sono islamici. Le loro donne sono velate come la first Lady e, adesso, chiedono per se stessi quello che finora hanno potuto solo sognare: potere, benessere e ricchezza in un mondo che fino a qualche anno fa li trattava come pariah. Istanze legittime in una società pensata da Ataturk come radicalmente laica

Alla fine del secondo giorno di proteste, per la prima volta nella sua storia politica Erdogan ha annunciato di voler fare un passo indietro: non verrà costruito un centro commerciale nello storico parco di Gezi che abbraccia piazza Taksim, nel cuore del quartiere europeo di Istanbul. Ma il premier ha rilanciato che in ogni caso in quel parco verrà edificata una moschea, cosa finora impedita dalle autorità, e per questo "sognata" da milioni di suoi elettori. E' chiaro su che campo si stia giocando la partita.

Fonti turche fanno sapere di essere molto felici per questo "risveglio delle coscienze" nel Paese della Mezzaluna. L'immagine di uomini e donne che corrono per le strade della megalopoli sul Bosforo con lattine di birra in mano ha fatto il giro del mondo ed è già diventata l'icona di questa "rivoluzione" contro l'ultimo sultano. E già, perché è la prima volta in dieci anni che le persone scendono in piazza contro Erdogan e la salvaguardia del parco di Gezi è stata solo l'ultima goccia che ha fatto traboccare un vaso già stracolmo.

E adesso, dopo aver visto le cariche feroci della polizia, quando ci sono più di 1000 feriti e più di 1700 arresti, la stampa "occidentale" parla di Primavera turca e fa il tifo per gli anti-Erdogan. Troppo facile e, soprattutto, un po' ipocrita. Lo Spiegel online ha pubblicato un interessante articolo nel quale si elencano le paure degli Usa nei confronti di Erdogan. Paure che sono descritte in cable diplomatici, ma che - a dire il vero - finora non si erano mai palesate. Anzi.

Ricordiamo tutti il pericoloso braccio di ferro tra Obama ed Erdogan, quando il presidente americano fu minacciato di ritorsioni da parte di Ankara qualora avesse pronunciato la parola "genocidio" riguardo all'olocausto degli armeni, perpetrato nel 1915 dai Giovani Turchi. Obama preferì utilizzare una diplomatica circonlocuzione, ma la parola genocidio non la pronunciò, e l'ambasciatore turco rimase a Washington. 

Ora, però, si scopre che la diplomazia a stelle e strisce aveva ben chiaro il quadro ed Erdogan veniva descritto come "incensato dai giornali islamici" e come uomo che "non si fida di nessuno, che si circonda di consiglieri-fantoccio e sicofanti" e che a ogni occasione "mostra tutta la sua arroganza, temendo una sola cosa: la perdita del potere". Un funzionario dell'ambasciata Usa ha poi scritto una nota a Washington negli scorsi mesi, dicendo che per certo "Erdogan crede in Dio...ma non si fida di lui".

Insomma, adesso gli americani si accorgono che difficilmente la Turchia entrerà in Europa, pur essendo un prezioso alleato nella NATO. Ma negli ultimi dieci anni dove erano tutti mentre Erdogan chiudeva progressivamente, una per una, le porte delle libertà sociali?

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La Turchia è il primo Paese in quanto a detenzione di giornalisti. Con una retata qualche anno fa il premier ha di fatto decapitato i vertici militari, accusati dell'operazione Balyoz , un colpo di Stato che non c'è mai Stato. Sono stati messi in manette novanta generali delle forze armate e portati a processo sulla base di qualche articolo pubblicato sul quotidiano islamico Taraf, sovvenzionato da Fethullah Gulen  (ricco guru islamico turco con residenza negli Stati Uniti, dove ha aperto scuole e laboratori artigianali per i giovani musulmani della Mezzaluna). E poi non dimentichiamoci del processo-mostro Ergenekon, che vede alla sbarra decine e decine di intellettuali, artisti, giornalisti e docenti universitari accusati di complottare per sovvertire lo Stato. La maggior parte di loro denuncia l'assenza totale di prove, ma intanto sono chiusi in cella. 

E ancora: dove erano gli occhi di tutti quando Erdogan censurava internet, impedendo l'accesso a social network, YouTube e siti gay? Anche oggi, dopo la rivolta per il parco di Gezi che è stata organizzata via Twitter, il premier ha tuonato contro i social network, definendoli "minacce contro la democrazia e la società".

La gente da mesi scende in piazza a Istanbul, ma in Occidente si è preferito guardare ai conti economici di Ankara. Eppure una società è fatta anche di altro e quell'altro è esploso con la miccia del parco di Gezi. Tra un anno in Turchia ci saranno le elezioni presidenziali. E l'anno successivo le politiche. Sarà molto difficile per Erdogan ottenere quello che sogna: un mandato di stampo chavista, fino al 2023. 

E' questa la differenza tra le rivolte turche e la Primavera araba: il risveglio delle coscienze nel Paese della Mezzaluna si esprime in piazza e si esprimerà nelle urne. Su una cosa sola Erdogan ha ragione: non è un dittatore. E' un leader autoritario eletto democraticamente, e che altrettanto democraticamente può essere battuto. E questo lui lo sa e lo teme.

Dovrà cambiare atteggiamento se vuole conquistare voti. Dovrà essere meno arrogante. Dovrà fermare la ferocia degli apparati di polizia e allentare le redini dell'iper-controllo su internet e sulla società civile. Ce la farà? Non lo sappiamo, ma per ora il parchetto di Gezi sembra già aver compiuto un piccolo miracolo, aprendo gli occhi anche all'Occidente. Meglio tardi che mai. 

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