Turchia-Israele: le motivazioni dello storico accordo

Dopo sei anni di gelo diplomatico, stabilita un'intesa tra i due paesi. Ecco perché e il ruolo che potrebbero giocare Usa e Arabia Saudita

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Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e quello israeliano Benjamin Netanyahu – Credits: GettyImages

A venti giorni dall’incontro del 7 giugno a Mosca tra il presidente russo Vladimir Putin e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, il 26 giugno si è tenuto un vertice turco-israeliano a Roma in cui le delegazioni diplomatiche dei due Paesi hanno raggiunto un accordo di riconciliazione. Le relazioni tra Israele e Turchia erano fortemente deteriorate fino al ritiro degli ambasciatori dopo la vicenda della Mavi Marmara nel 2010, quando sulla nave principale della Freedom Flotilla che voleva forzare il blocco imposto dagli israeliani a Gaza nel 2006 morirono dieci attivisti turchi negli scontri a fuoco con le forze dell’esercito di Israele.

L’intesa sarà ufficializzata maertedì 28 giugno. Israele avrebbe ottenuto l’impegno scritto del presidente turco Erdogan a fare di tutto perchè Hamas restituisca i corpi di due soldati israeliani morti durante la guerra del 2014 e di due civili sconfinati nella Striscia. Per quanto riguarda l’indennizzo che Israele dovrà versare ai parenti dei cittadini turchi uccisi durante l’incidente della Mavi Marmara, si tratta di 20 milioni di dollari.

Come si comporterà la Turchia con Hamas?

Al netto dei primi passi in avanti fatti verso una normalizzazione dei rapporti, la Turchia non potrà ottenere la rimozione del blocco di Gaza senza una contropartita sulla sicurezza di Israele. Hamas è nata come emanazione palestinese della Fratellanza Musulmana, ed è stata supportata da Turchia e Regni del Golfo. I quali, nell’onda delle primavere arabe per accrescere il proprio peso regionale, hanno puntato sulla Fratellanza Musulmana per il sovvertimento di Tunisia, Egitto e Siria.

È quindi probabile che alla richiesta turca sulla sospensione del blocco di Gaza corrisponderà un impegno a moderare le attività antisraeliane di Hamas. Un impegno che andrebbe di pari passo allo sganciamento della Turchia dalla Fratellanza, cui dovrebbe corrispondere un parallelo sganciamento da parte di Hamas. Questa possibilità trova riscontro in quanto è avvenuto in marzo, dopo che il governo egiziano ha accusato Hamas di aver addestrato il gruppo di Fratelli Musulmani egiziani che nel giugno del 2015 avevano assassinato con un’autobomba il procuratore generale Hisham Barakat.

La settimana successiva Hamas ha inviato in Egitto una sua delegazione che si è incontrata con Khaled Fawzy, il capo della Egyptian General Intelligence. Vi è poi stato un secondo incontro in cui gli egiziani hanno ribadito l’inderogabile necessità che Hamas rompesse ogni legame con jihadisti e Fratelli Musulmani. Vale a dire, in altre parole, che non accettasse più di ricambiare sostegno e finanziamenti da Turchia e Regni del Golfo addestrando per loro conto jihadisti e terroristi, immischiandosi così nelle loro strategie e negli affari interni di altre nazioni musulmane.

Per recuperare i rapporti con il potente vicino – oltretutto la maggior parte di rifornimenti arriva a Gaza dai tunnel nel Sinai egiziano – e, probabilmente, per chiamarsi fuori dalla debacle dei progetti di sovvertimento dei suoi sostenitori, il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, ha rilasciato il 22 marzo un’intervista ad Al-Arabiya – principale emittente televisiva nel Medio Oriente – in cui ha espressamente dichiarato: “Hamas opera per il bene della madre patria Palestina, e ogni sua decisione è strettamente palestinese ed è allineata con la causa palestinese. Hamas non opera per i fini di qualsiasi movimento internazionale arabo, organizzazione o gruppo. Hamas è affiliato con la Fratellanza Musulmana esclusivamente sul piano ideologico. Mentre sul piano politico e organizzativo è esclusivamente palestinese e opera per il bene del popolo palestinese e la sua madre patria occupata, e non per l’interesse di chiunque altro”.

Lo sganciamento pubblico e ufficiale richiesto. Il resto non può essere detto pubblicamente perché Hamas non può, né vuole, rinnegare l’obiettivo della creazione di uno Stato palestinese. Ma il come andrà soggetto alla complessità del riassestamento geopolitico di tutta l’area mediorientale. Un riassestamento che potrebbe portare tutti gli attori a raggiungere i propri obiettivi possibili. Per Hamas questo potrebbe voler dire che ora deve mettere in stand by ogni attività militare e rivoltosa contro Israele, coperta dalla garanzia della Turchia che, con il suo appoggio, potrebbe arrivare alla fine del blocco israeliano, o a una sua diversa regolazione. Mentre nel futuro vi è la possibilità di raggiungere finalmente la creazione di uno Stato palestinese, e quella di poter sfruttare i giacimenti di gas prospicienti la Striscia. Israele, ovviamente, non darà nulla per nulla. E, quanto allo Stato palestinese, ci arriverà soltanto se non avrà alternative mentre dovrà avere tutte le garanzie possibili, e anche di più, sulla sicurezza.

La strategia di Erdogan

Non può sfuggire che l’iniziativa turca segue l’estromissione del primo ministro Ahmet Davutoglu, che in un articolo sul giornale israeliano Arutz Sheva - che pochi giorni fa aveva dato tra i primi la notizia del vertice di Roma del 26 giugno riprendendo il giornale turco Hurriyet – viene definito “troppo interventista”, il che sta per filo-saudita. Non un sostenitore dell’Arabia Saudita in quanto tale, ma in quanto fautrice – con, e in competizione con, il Qatar, e dietro loro USA e Inghilterra – di un progetto di destabilizzazione wahabita nel Mediterraneo e nel Nord Africa in cui la Turchia – in primis ovviamente il presidente Recep Tayyip Erdogan, che poi ha scaricato tutto sul suo primo ministro – aveva posto una aspettativa di forte espansione di influenza regionale.

Così come non può sfuggire che questa attività ora stabilizzante della Turchia segue la sofferta (e ritardata) presa d’atto della sconfitta di quei sogni espansionistici che, già intaccati in Egitto dopo la cacciata dell’ex presidente Mohamed Morsi nel luglio del 2013, sono definitivamente tramontati in Siria dopo l’intervento russo e la debacle delle milizie jihadiste wahabite. Una debacle amplificata dalla possibilità che, già nel breve periodo, l’ISIS potrebbe essere cacciato sia dalla Siria che dall’Iraq.

La Turchia voleva sospingere i suoi intenti spalleggiando l’Arabia Saudita, nel suo progetto di raggiungere in Medio Oriente una predominanza sunnito-wahabita sugli sciiti (per quanto minoritari nell’Islam, gli sciiti sono invece maggioritari nell’area), quindi contrastando l’Iran, la Siria e l’Iraq. Mettendo però nella partita anche l’espansione wahabita in Paesi sunniti, ma di impronta laica, come la Libia, l’Egitto, la Tunisia.

Fallito il progetto in Egitto e in Siria, Erdogan ha alla fine probabilmente capito che la Turchia può avere comunque i suoi vantaggi anche nel capovolgimento di alleanze e schieramenti che sta avvenendo in Medio Oriente, dopo lo sdoganamento dell’Iran, il decisivo intervento della Russia e il conseguente riposizionamento di Israele.

Non un nuovo “dominio Ottomano”, ma certamente per la Turchia un ruolo di sicura comprimaria geopolitica, con ricchi sbocchi commerciali per le sue industrie e di approvvigionamento energetico per mandarle avanti.

La nota di Harutz Sheva termina sottolineando che il successore di Davutoglu, Binali Yildirim, ha affermato la scorsa settimana che la Turchia non vuole tensioni permanenti con i vicini del Mar Nero e del Mediterraneo, dopo le serie rotture non solo con Israele ma anche con Egitto e Russia. E, sorprendentemente, anche con la Siria. Vale a dire che la Turchia non vuole più la caduta di Assad.

Qui la chiave dell’accordo tra Turchia e Israele. Il capovolgimento generale di alleanze e strategie verso una nuova stabilità reciprocamente garantita che si sta verificando in Medio Oriente. Un capovolgimento che è stato prodotto, per una classica eterogenesi dei fini, proprio dalla sequela di destabilizzazioni messe in opera dai sunnito-wahabiti con la partecipazione di Stati Uniti e Regno Unito.

Lookout News ha già scritto che questa nuova possibile stabilità in Medio Oriente potrà essere attaccata dagli USA, soprattutto se verrà eletta Hillary Clinton. Ma l’altra pesante incognita è anche l’Arabia Saudita, Paese che, come gli USA, non può sopravvivere senza guerra: gli USA per mantenere il loro suprematismo nel declino economico dell’Occidente e lo spostamento della ricchezza mondiale a Oriente; la casata dei Saud perché deve necessariamente dare una guerra (dall’Afghanistan in poi) a tutti i fanatici jihadisti wahabiti che altrimenti le si rivolgerebbero contro.

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