Turchia, iniziano le consultazioni per il nuovo governo

Cominciano oggi i primi incontri per la formazione dell’esecutivo. Ecco le soluzioni possibili per il partito di Erdogan

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Istanbul. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan tiene un comizio in vista delle elezioni politiche del 7 giugno 2015 – Credits: Gokhan Tan/Getty Images News

di Giuseppe Mancini per Lookout news

C’è voluto più di un mese, ma dopo gli adempimenti procedurali dovuti all’elezione del nuovo presidente del parlamento, oggi in Turchia iniziano le consultazioni del primo ministro incaricato Ahmet Davutoglu in vista della formazione del nuovo governo.

 Questo ritardo è il sintomo più evidente del risultato delle elezioni del 7 giugno: l’instabilità e la mancanza – dopo tredici anni di monocolore dell’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) – di un governo con pieni poteri proprio in una fase in cui la Turchia deve affrontare minacciose turbolenze ai suoi confini orientali.

 Le consultazioni prevedono una doppia tornata: primi incontri esplorativi con gli altri tre partiti presenti in parlamento e successive trattative serrate con chi mostrerà buona volontà e pragmatismo. Ci sono 45 giorni per formare il governo, altrimenti – come da consuetudine – l’incarico passerebbe al leader del secondo partito più votato, Kemal Kılıçdaroğlu del CHP kemalista (Partito Popolare Repubblicano). In caso di fallimento, si avrebbe un governo con rappresentanti di tutti i partiti col compito di preparare in 90 giorni elezioni anticipate.

 Una soluzione non da scartare, viste le difficoltà di formare una coalizione. Le opposizioni, che in comune hanno solo l’ostilità per il presidente Recep Tayyip Erdogan, non sono in grado di negoziarne una che funzioni. MHP (Partito del Movimento Nazionalista), CHP e il partito filocurdo HDP (Partito Democratico del Popolo) si sono a vario titolo schierati contro un’intesa col partito di maggioranza relativa enunciando pubblicamente delle condizioni stringenti che avranno poi difficoltà a rimangiarsi di fronte ai propri elettorati.

 E così, il prezzo da pagare per una coalizione con l’ultranazionalista MHP sarebbe la fine del processo di pace con i curdi del PKK, una delle iniziative caratterizzanti del nuovo corso dell’AKP. Mentre rimane difficile pensare a una “grande coalizione” con il CHP, dopo che per tredici anni i kemalisti non hanno perso occasione per demonizzare Erdogan, per contrastare con ogni mezzo – dalla Corte costituzionale alla piazza – praticamente ogni singola riforma voluta dal governo, perfino i grandi progetti infrastrutturali per la modernizzazione del Paese.

 Se si andasse a elezioni anticipate, però, non è detto che l’AKP ottenga la maggioranza di seggi così da poter governare di nuovo da solo. La Turchia, imprigionata dalla costituzione autoritaria voluta dal regime militare, soffre infatti di una crisi sistemica: da una parte il sistema elettorale su base proporzionale che rende probabili i governi di coalizione, dall’altra i contrasti ideologici – sinistra/destra, laicismo/islam politico – che rendono le coalizioni precarie e pronte all’implosione. Vie d’uscita durature non sembrano al momento esistere, visto che manca una volontà riformista prioritaria e diffusa.

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