Esteri

La Turchia in guerra contro lo Stato Islamico

Ankara diviene un alleato di peso nella guerra contro le milizie del Califfato. Ma, senza una visione politica del dopo, l’intervento militare aggiungerà solo caos al caos

Clashes Between ISIL Militants Continue On Turkish Border With Syria

Luciano Tirinnanzi

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La Turchia da oggi ha tutte le carte in regola per entrare nel grande gioco mediorientale. Il Parlamento di Ankara, infatti, ha appena autorizzato l’intervento militare in Siria e Iraq, con una maggioranza schiacciante di 298 voti favorevoli e 98 contrari. La coalizione internazionale, dunque, acquista un alleato di peso per combattere l’insorgenza dello Stato Islamico. Un alleato che fa parte della Nato e la cui intelligence è già da mesi pesantemente coinvolta tanto in Siria quanto in Iraq. 

Ma la notizia non deve rallegrare e anzi preoccupa per le sorti del conflitto. Troppo grande è, infatti, l’intreccio che si è venuto a creare nella regione. In questo momento, lo Stato Islamico e i qaedisti di Jabhat Al Nusra lottano tenacemente per espandere il Califfato in tutto il nord della Siria a danno dell’esercito di Bashar Al Assad, il cui unico appoggio diretto è garantito da alcune brigate di miliziani Hezbollah e dai Pasdaran iraniani. Mentre la coalizione internazionale a guida americana, che da giorni bombarda anche le postazioni siriane dello Stato Islamico, combatte una guerra asimmetrica e appoggia le milizie di autodifesa curde (Ypg), che stanno opponendo una strenua resistenza ai jihadisti sunniti.


L’assedio di Kobane

La situazione è evidente proprio in queste ore al confine turco-siriano, intorno alla città strategica di Kobane, assediata dallo Stato Islamico e in procinto di capitolare. A difenderla, sono rimaste solo poche centinaia di combattenti curdi, circondati e senza possibilità di rifornimenti (anche a causa della decisione presa dalla Turchia nei giorni scorsi di sigillare il confine a chiunque). Proprio l’imminente capitolazione di Kobane, però, avrebbe spinto Ankara ad accelerare l’intervento di terra. 

La Turchia, dunque, gioca un ruolo ambiguo e cammina su una lastra di ghiaccio sottile. Non accetta la permanenza al potere di Bashar Assad in Siria, ma non vuole neanche il Califfato alle porte di casa. Non vuole aiutare i curdi e teme che armare oggi queste milizie significherà domani avere un problema con il Kurdistan turco, dove da trent’anni si combatte una guerra parallela con il PKK, cui le milizie di autodifesa curde sono legate. Ankara, in ogni caso, ha schierato i carri armati al confine e potrebbe correre in soccorso dei curdi per liberare Kobane. Ma qual è il vero obiettivo strategico dell’intervento? Sembra poco credibile che, dopo aver fermato l’eventuale avanzata dello Stato Islamico, i turchi si coordineranno con i miliziani curdi e i Peshmerga (mai troppo amati) per ripulire l’area dagli ultimi jihadisti sunniti. 


 


Imparare dalla storia

I grandi dittatori cominciano sempre le guerre con la consapevolezza del dopo. Joseph Stalin sapeva benissimo quale sarebbe stato l’equilibrio mondiale dopo la seconda guerra mondiale e ne dettò i confini già alla Conferenza di Yalta (febbraio 1945). Così come Adolf Hitler sapeva che, se avesse vinto la campagna di Russia, avrebbe trasformato quel Paese in un’enorme riserva agricola del Reich, popolata solo da tedeschi (lasciando bene intendere la sorte futura dei russi). Senza arrivare a questi estremi, quando si avvia una guerra, prima ancora di sparare il primo colpo sarebbe bene avere ben chiari i problemi del luogo e gli obiettivi finali che s’intendono raggiungere.

Nel 1991, gli Stati Uniti e le forze della coalizione anti-Saddam si “limitarono” a liberare il Kuwait, lasciando praticamente intatte le forze militari più agguerrite di Saddam Hussein e, quel che è peggio, lasciandole libere di sterminare gli insorti sciiti del sud Iraq, che si sollevarono contro il dittatore, convinti di un appoggio da parte delle forze americane che però non arrivò mai.

Nel 2003, invece, la “coalizione dei volenterosi” guidata ancora dagli Stati Uniti scatenò la seconda guerra contro Saddam Hussein, senza aver alcun piano per il dopo. Non è un caso che durante le operazioni militari siano deceduti poco più di 100 militari americani mentre nei quattro anni successivi, dopo la “conquista”, ne siano morti ben 5.700. 


Cosa accadrà in Iraq e Siria dopo la guerra

Oggi, siamo a un nuovo capitolo per l’Iraq, cui stavolta si deve sommare anche la Siria, tanto per complicare il quadro militare e strategico. L’intervento contro il Califfato sembra pensato da un lato per scongiurare la conquista di tutto l’Iraq da parte dei jihadisti sunniti e, dall’altro, per impedire l’invasione del Kurdistan iracheno. Nessuno, però, né gli americani né i turchi né gli altri Paesi della nutrita coalizione internazionale (40 Paesi in tutto), ha chiarito cosa potrebbe succedere dopo un’eventuale vittoria delle forze anti-Stato Islamico. 

Se gli interventi aerei e le forze armate irachene dovessero rigettare indietro le milizie dello Stato Islamico dal territorio iracheno, a Baghdad tutto tornerà come prima, con gli sciiti al potere e i sunniti esclusi? Il primo ministro iracheno, lo sciita Al Abadi, giura di no e ha anzi avanzato una proposta di istituire una guardia nazionale esclusivamente sunnita per governare le regioni del nord, a cominciare dalla provincia di Anbar. I curdi, grazie al loro impegno in prima linea, vedranno infine riconosciuto dalla comunità internazionale il proprio diritto ad avere uno Stato? E il presidente siriano Bashar Assad, una volta liberato dalla grave minaccia dello Stato Islamico, resterà ancora al potere? I turchi potranno accettare contemporaneamente la permanenza al potere di Assad e la nascita di uno Stato curdo, che potrebbe avere effetti destabilizzanti sul Kurdistan turco? 

Di tutto questo, oggi nessuno parla, né a livello politico, diplomatico o di opinione pubblica. Siamo tutti sconvolti dalle decapitazioni in diretta video da parte dei boia dello Stato Islamico, ma non sappiamo ancora bene cosa fare dopo che avremo portato a Guantanamo i caporioni del Califfato. Per inciso, gli Stati Uniti non sanno ancora cosa fare neanche dei detenuti di Guantanamo, messi “in freezer” senza processo e in attesa forse che Barack Obama - il quale durante la campagna presidenziale aveva promesso la chiusura del carcere speciale - si decida a rimediare. Già si può immaginare, però, dopo la sconfitta del Califfato, la disperata caccia degli americani al Califfo Abu Bakr Al Baghdadi, scomparso un giorno misteriosamente e poi riapparso in video a minacciare nuovamente l’Occidente. A qualcuno ricorda qualcosa? 

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