Turchia: il bivio di Erdogan

Il presidente turco vuole sfruttare l'accordo anti-ISIS con gli Usa per colpire i nemici interni. Ma la questione curda rischia di sfuggirgli di mano

ERDOGAN

Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan – Credits: Getty Images

Per Lookout news

Con soli quattro precedenti negli oltre sessant’anni di storia della NATO, la Turchia ha richiesto la convocazione di un vertice straordinario perché minacciata nella sua integrità nazionale. La minaccia sarebbe culminata in alcuni scontri a fuoco con miliziani dello Stato Islamico lungo la frontiera siriana, con la morte di un soldato e con l’attentato del 22 giugno a Suruc. L’attentato (32 morti e 100 feriti) era però rivolto contro un’organizzazione giovanile socialista (SGDF, Federazione delle Associazioni Giovanili Socialiste), mobilitata a sostegno dei curdi e per la ricostruzione di Kobane, situata dall’altro lato del confine di fronte a Suruc.

 La strage, peraltro, non è stata rivendicata dall’ISIS che, per abitudine, si appropria di qualsiasi attentato gli sia riconducibile. Così come lo Stato Islamico non ha rivendicato quello del 5 giugno a Diyarbakir, capitale del Kurdistan turco, durante un oceanico raduno del partito filo-curdo HDP (Partito Democratico del Popolo), a ridosso delle elezioni che lo avrebbero visto ottenere uno storico successo. Quella bomba era da attribuire con molta probabilità a elementi del nazionalismo estremo turco.

 Fatto è che il governo turco ha sfruttato la paventata minaccia jihadista per palesare una pretesa inversione di marcia nei confronti di ISIS, che aveva sempre favorito – dai passaggi di frontiera alle strutture di retrovia – con lo scopo di cacciare i curdi siriani dai territori a ridosso della frontiera, per impedire sia un loro raccordo con quelli in Turchia sia il rafforzamento del progetto autonomista di una nazione curda.

Il doppio gioco di Erdogan contro l'Isis e contro il Pkk


 

I bombardamenti e il “problema” curdo

Così il 23 luglio è stata data notizia che gli F-16 turchi hanno attaccato posizioni dell’ISIS nel nord della Siria. Ma, nell’articolo di un suo giornalista in passato consigliere dell’esercito turco, Al Monitor scrive che l’attacco contro ISIS è stata una singola sortita contro limitati obbiettivi prossimi alla frontiera, mentre dal 24 al 26 la Turchia ha dispiegato 75 tra F-16 e F-4E per condurre 185 attacchi contro obbiettivi e campi del PKK nel nord dell’Iraq. Attacchi che erano cessati dal 2011 con l’intesa tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il leader del PKK Abdullah Ocalan, in base alla quale era stata ottenuta una sospensione reciproca delle ostilità ed era stata mantenuta in piedi l’ipotesi di un possibile accordo risolutivo della questione curda.

 Da allora la politica del governo turco ha però subito diversi mutamenti, sia rispetto ai curdi che in merito ad altre questioni. La diretta partecipazione all’attacco contro il regime siriano di Bashar Assad per espandere nell’area l’influenza turca, ha prodotto come effetto non previsto la costituzione di aree autonome nei territori curdi nel nord della Siria sotto la spinta delle milizie del PYD (Unione Democratica del Kurdistan), derivazione siriana del PKK.

Nel frattempo il progetto di un rapido abbattimento di Assad è venuto meno (per il sostegno politico offerto al presidente siriano da Russia e Cina e per l’appoggio armato dell’Iran e di Hezbollah) ed è divenuto un grave problema la costituzione di un’area autonoma curda a guida PKK in Siria e a ridosso dei territori curdi in Turchia.

 Da qui il feroce attacco dell’ISIS a Kobane, e il lungo blocco da parte turca dell’afflusso di rinforzi e rifornimenti alla città assediata attraverso il suo confine. Ma gli uomini e le donne delle milizia del PYD sono stati in grado di opporre una strenua resistenza, fino all’arrivo di aiuti dal Kurdistan iracheno che la Turchia non poteva più bloccare per non compromettere la sua influenza e i suoi investimenti in quella regione e per non mettersi ulteriormente in cattiva luce di fronte all’opinione pubblica internazionale.

 Da ultimo, il partito filocurdo HDP ha raggiunto alle elezioni di giugno un tale successo da vanificare del tutto il disegno di Erdogan per la modifica costituzionale e l’assunzione di pieni poteri. In questa situazione di scacco strategico di Erdogan nei confronti dei curdi, si è sommata la pressione esercitata dagli USA con l’arrivo in Turchia di una delegazione americana guidata dall’ex generale John Allen, che ha ottenuto un fattivo contributo di Ankara alla coalizione contro lo Stato Islamico.

 

Le prossime mosse di Erdogan e degli USA
Il calcolo di Erdogan può quindi adesso essere duplice: sfruttare il ruolo attivo antiterroristico contro l’ISIS per attaccare il PKK, per il quale aveva già ottenuto nel passato che fosse inserito nella lista internazionale delle organizzazioni terroristiche; rompere la tregua con il PKK, rinfocolare il nazionalismo al fine di far serrare i ranghi attorno al suo AKP (Partito Giustizia e Sviluppo) e far sì che l’HDP torni sotto la soglia di sbarramento del 10% alle elezioni anticipate previste per il prossimo novembre.

 A quel punto, forte della maggioranza necessaria, Erdogan potrebbe modificare la Costituzione e assumere poteri tali da consentirgli, tra l’altro, di sbaragliare l’opposizione interna. Un intento già più che chiaro come dimostra la sua richiesta al parlamento di togliere l’immunità ai deputati legati a “gruppi terroristici”, vale a dire ai parlamentari di opposizione dell’HDP.

È in quest’ottica che va letta la richiesta d’urgenza di un vertice NATO, che però appare del tutto sproporzionata rispetto alla minaccia reale per una Paese, la Turchia, che ha il più forte esercito dell’area. Erdogan era partito per il vertice dichiarando: “Non è possibile per noi proseguire il processo di pace con chi minaccia la nostra unità nazionale e la nostra comunità”. Non ha però ottenuto dalla NATO la carta bianca che sperava per attaccare i campi del PKK. Pur nel sostegno ufficiale all’impegno antiterroristico di Ankara, è stato fatto presente a Erdogan che l’attacco verso i curdi deve essere proporzionato e che esso non deve pregiudicare la ricerca di un accordo di pacificazione.

Dal canto proprio, da una parte il PKK rimane nella black list delle organizzazioni terroristiche, dall’altra i suoi miliziani svolgono un ruolo determinante e insostituibile nel contrasto all’ISIS sia in Siria che in Iraq. La Turchia potrà quindi approfittare del proprio diretto coinvolgimento contro lo Stato Islamico per attaccare il PKK, ma non troppo. Almeno finché gli Stati Uniti non avranno valutato altre possibilità in cui far ricadere la “sacrificabilità” o meno dei curdi siriani e turchi.

Al momento queste possibilità sono scarse. Gli USA hanno infatti ottenuto dalla Turchia l’utilizzo della base area di Incirlik per condurre i raid contro l’ISIS ma, al contempo, l’idea che il territorio liberato dagli jihadisti possa essere occupato dalle forze della Free Syrian Army resta alquanto remote. Dai report di Foreign Policy risulta che gli USA hanno stanziato 500 milioni di dollari per l’addestramento di 3.000 miliziani moderati, ma finora ne risultano addestrati soltanto 60.

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