La nuova Turchia di Erdogan assomiglia alla Russia di Putin

Il premier islamico ha vinto le elezioni presidenziali con il 52% dei voti e ora ha in mano tutto, senza nessuna opposizione in grado di arginare i suoi strapoteri

Ankara. Sostenitori del partito islamico AKP festeggiano l'elezione a presidente di Recep Tayyip Erdogan – Credits: ADEM ALTAN/AFP/Getty Images

Anna Mazzone

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Recep Tayyip Erdogan è il dodicesimo presidente della Turchia. Con il 52% dei voti non ci sarà bisogno di andare al ballottaggio. Gli altri due candidati alla presidenza segnano un notevole distacco. Ihsanoglu, l'ex segretario dell'Organizzazione per la cooperazione islamica, ha raccolto il 38%, mentre il rappresentante del partito pro-curdo, Selahattin Demirtas, si è attestato attorno al 10%. E' stata la prima volta che i turchi hanno eletto direttamente il loro presidente.

Da premier e leader del partito islamico AKP, Erdogan si era speso per importanti modifiche costituzionali, che permettessero l'elezione diretta del capo dello Stato e più poteri nelle sue mani, un po' sul modello del Cremlino di Vladimir Putin. E l'aria di autoritarismo che si respira ad Ankara in realtà è molto simile a quella che si respira a Mosca. Poco prima dell'apertura delle urne sono cadute altre teste tra i giornalisti che hanno osato criticare l'operato del neo-presidente. Licenziamenti improvvisi, epurazioni nelle redazioni. Il tutto per spianare la strada a quella che sarà la "nuova Turchia" promessa da Erdogan, che è alla testa del paese della Mezzaluna dal 2002.

Denunce di brogli elettorali da tutte le parti del Paese, la quasi totale sparizione degli altri candidati da giornali e televisioni, l'onnipresenza mediatica del nuovo presidente puntualmente accompagnato dalla sua moglie velata, nulla è riuscito ad arginare la vittoria di Erdogan.

Una "nuova Turchia" che però spaventa gli osservatori esterni e gli oppositori interni, incapaci di trovare l'unità necessaria per fronteggiare la corazzata islamica di Erdogan. Il neo-presidente adesso ha un potere che travalica i poteri del Parlamento e - di fatto - ha le mani ancora più libere di quando era premier per attuare le sue politiche, improntante a una involuzione della società turca e alla progressiva dismissione dei valori laici che hanno caratterizzato il Paese fino al suo avvento, dodici anni fa.

La nuova presidenza turca ha il potere di promulgare le leggi o di rispedirle in Parlamento per delle modifiche, di indire referendum e nuove elezioni parlamentari, di nominare il primo ministro, i ministri e gli altri funzionari della pubblica amministrazione. 

Insomma, con l'elezione a presidente di Erdogan la Turchia si allontana ulteriormente da un assetto compiutamente democratico e in futuro mostrerà ancora di più la profonda frattura esistente nella sua società, fortemente polarizzata.

L'astensione è stata altissima, Erdogan ha vinto e adesso ha il paese in mano e non c'è nessuna opposizione in grado di contrastarlo. La deriva autoritaria della Turchia del premier islamico potrebbe acuirsi ancora di più. Il neo-presidente durante la campagna elettorale ha promesso di investire sulle infrastrutture per far ripartire l'economia, e ha chiaramente delineato la rotta della sua politica estera che guarda sempre più a Est e volta le spalle all'Europa.

La presidenza di Erdogan sarà decisamente molto attiva nel gettare le basi di una lunga dinastia al potere, così come il premier è stato molto attivo nello schivare le accuse di corruzione che hanno travolto sia lui che la sua famiglia solo qualche mese fa. 

Adesso, con la guerra in Siria che continua, con l'esplosione del Medio oriente tra Iraq e Israele e Gaza e con le minacce di una riapertura del fronte armeno-azero per il Nagorno-Karabakh, la Turchia di Erdogan si trova nel crocevia dell'attenzione internazionale e ha un solo uomo al comando, che di fatto deciderà il destino dell'intero Paese senza rendere conto a nessuno. Kemal Ataturk si rivolterebbe nella sua tomba. 

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