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Turchia, cosa accadrà dopo il "trionfo" di Erdogan

Il "sultano" conferma e rafforza un potere consolidato da 15 anni di politica. Con una deriva illiberale sempre più marcata, soprattutto dopo il golpe fallito del 2016

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Eleonora Lorusso

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Alla vigilia del voto c'era chi ipotizzava che questa volta Recep Tayyp Erdogan non riuscisse a imporsi alle elezioni in Turchia. L'esito della consultazione, che ha visto l'87% di affluenza alle urne, non lascia invece dubbi e conferma il Presidente alla guida del Paese, da 15 anni consecutivi e per i prossimi cinque.

Erdogan è uscito dalle urne vincitore con una maggioranza superiore alla soglia critica del 50%, esattamente il 53%, ma soprattutto con un largo margine rispetto al 31% del suo sfidante principale, Muharrem Ince. Immediata l'accusa di brogli da parte proprio del candidato repubblicano, ma per il "Sultano" della Turchia nessuno deve gettare "ombre sul risultato per nascondere il proprio fallimento".

Quello che si prospetta ora è un futuro chiaro per il paese: il potere del leader turco viene rafforzato ulteriormente, dopo la modifica della Costituzione che ha reso la Repubblica quasi un'autocrazia, con il potere quasi assoluto nelle sue mani.

Lo scenario

L'obiettivo di Erdogan è stato raggiunto: ottenere la vittoria e insieme la maggioranza in Parlamento. Il suo partito, l'Akp, è infatti la prima formazione. Il risultato è molto importante, perché arriva dopo elezioni anticipate rispetto alla scadenza del 2019, indette dal capo dello Stato ad aprile, in un momento di difficoltà economiche per il paese.

Anche i partiti di opposizione sono cresciuti nel corso dell'ultimo periodo, ma non abbastanza da impedire che Erdogan metta in atto i suoi piani: rafforzare ulteriormente la propria leadership, tramite le modifiche alla Costituzione varate nel 2017.

Scongiurato dunque il rischio di andare al ballottaggio. Lo sfidante principale, Muharrem Ince, candidato del Partito repubblicano del Popolo (Chp),  dopo una campagna elettorale dura non è riuscito ad andare oltre il 31%. Nulla da fare neppure per l'unica donna che aspirava alla poltrona di Presidente, Meral Aksener, leader del Partito Buono, conservatore, che ha ottenuto il 10% di preferenze.

La formazione filo-curda guidata da Selahattin Demirtas, che ha condotto la sua campagna elettorale dalla cella del carcere in cui si trova, è riuscita comunque a entrare nel Parlamento, con il 7% di consensi e una 70ina di deputati.

L'ombra dei brogli

Fin dalla vigilia le elezioni in Turchia sono state segnate dall'incubo di truffe e brogli ai seggi. A vigilare sulla corrette del voto sono stati diversi osservatori dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, tra i quali anche una italiana, Christina Cartafesta, ancora bloccata dalle autorità. Come lei anche un altro italiano, fermato all'aeroporto di Istambul e rimandato indietro, mentre altri 2 erano stati bloccati a Diyarbakir e poi sono stati liberati, come due francesi e 3 tedeschi, nelle ore convulse che hanno preceduto la consultazione.  

"Con un tasso di partecipazione di quasi il 90%, la Turchia ha dato al mondo una lezione di democrazia. Nessuno si azzardi a danneggiare la democrazia gettando ombre su questo risultato elettorale per nascondere il proprio fallimento" ha tuonato Erdogan quando non erano ancora state scrutinate tutte le schede, davanti a una folla che lo acclamava in piazza a Istambul e prima di volare ad Ankara.

Non la pensa così Ince, che via Twitter ha parlato di "dati manipolati" da parte dell'agenzia di Stato, Anadolu, responsabile della diffusione degli esiti elettorali.

Quale futuro per la Turchia

"La Turchia ha deciso per la crescita, lo sviluppo, l'investimento, l'arricchimento e per diventare un Paese rispettabile, onorabile e influente in tutte le aree del mondo" ha dichiarato Erdogan fresco di rielezione. Il 64enne capo dello Stato è pronto a consolidare il proprio potere, già quasi assoluto.

Diventato premier nel 2003, dal 2014 è Presidente e ha condotto una profonda trasformazione nella Repubblica. Ha rafforzato il conservatorismo islamico e ha soffocato le proteste, arrivando alla stretta in seguito al fallito Golpe del 2016: centinaia gli arresti, che di fatto hanno decapitato i vertici militari, sostituiti con propri fedelissimi. Con la modifica della Costituzione, avvallata lo scorso anno da un referendum che ha ottenuto il 51% dei sì, sono infatti stati rafforzati i poteri del capo dello Stato.

Tra questi la nomina diretta di pubblici ufficiali, tra i quali ministri e viceministri; il potere di intervenire nel sistema legale del Paese; il potere di dichiarare lo stato di emergenza, che ha sua volta permette di far scattare misure restrittive da parte del Presidente. Il ruolo del primo Ministro, naturalmente, è stato fortemente ridotto.

Le divisioni interne e la crisi economica

Grazie alla coalizione con i nazionalisti dell'Mhp, dunque, Erdogan è pronto a governare per i prossimi 5 anni, con alcune sfide immediate alle quali far fronte. La prima è rappresentata dalla una forte tensione interna del Paese, diviso a metà.

Prioritaria anche la soluzione della crisi economica in corso, che ha esacerbato gli animi. Dopo il crollo della lira turca, che negli ultimi mesi ha perso il 20%, Erdogan non ha fatto mistero di voler agire nei rapporti con la Banca centrale, nonostante questo possa portare a ulteriori effetti negativi sui mercati.

Gli "alleati" di Erdogan e i rapporti con Europa-Usa-Russia

Il primo a congratularsi con Erdogan è stato il premier ungherese Viktor Orban, anche'egli fresco di rielezione e uno dei principali rappresentanti della linea anti-migranti in Europa, nonché tra i leader ultranazionalisti più forti al momento nel Vecchio Continente.

Delicati sono proprio i rapporti con la Turchia, che da tempo reclama l'ingresso nell'Unione, non ancora ottenuto. Da Bruxelles Ankara riceve fondi (3 miliardi di euro) per fermare le rotte di migranti che, fino alla firma del controverso accordo raggiunto nel marzo del 2016, passavano proprio attraverso il territorio turco e quindi la Grecia.

La Turchia fa anche parte della Nato, ma di recente ha preso parte al summit in Cina dello Sco, l'anti-G7 sostenuto proprio da Cina e Russia, con la quale ha un rapporto diretto. Il tutto ha evidenti conseguenze soprattutto nel teatro siriano.

Il fronte siriano

Sul versante siriano il suo ruolo è delicato, almeno quanto lo è il suo rapporto con Assad. Da sempre impegnato contro i curdi, considerati apertamente "terroristi", il Presidente fa però parte anche della Nato, che tramite gli Usa sostiene invece le milizie curde dell'Ypg, addestrate proprio da forze statunitensi.

Le truppe di Akara hanno avuto un ruolo decisivo, ad esempio, nella conquista dell'enclave curda di Afrin ed Erdogan non ha fatto mistero di voler "cacciare" tutti i curdi dal nord della Siria e dell'Iraq. E' stata proprio la Turchia a guidare la cosiddetta operazione "Ramoscello d'Ulivo", con l'obiettivo di conquistare Kobane in mano ai curdi e poi "risolvere il problema" del Pkk curdo a Bagdad, in Iraq, come detto dal leader turco.

Sulla Turchia pesa anche il sospetto che abbia respinto al confine 250.000 siriani in cerca di salvezza in Europea nei primi 10 mesi del 2017, come denunciato dal rapporto del Norwegian Refugee Council e da altre cinque organizzazioni internazionali impegnate nella difesa dei diritti umani.

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