Esteri

Trump vuole lasciare l'Afghanistan, ma sarà dura

Il presidente vuole la fine della guerra più lunga e costosa della storia Usa ma c'è chi pensa il contrario

2001 ottobre usa afghanistan

Stefano Graziosi

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Lo spettro della guerra in Afghanistan continua a perseguitare la politica Usa. Non è un mistero che Donald Trump vorrebbe un ritiro completo delle truppe americane dal territorio. Un ritiro che il presidente auspicherebbe entro le elezioni presidenziali che si terranno nel novembre del 2020. Una simile mossa gli consentirebbe infatti di mantenere una delle sue più importanti promesse elettorali, visto che – tre anni fa – conquistò la Casa Bianca garantendo che avrebbe posto un freno alle “guerre senza fine” in cui gli Stati Uniti si erano ritrovati invischiati a causa delle amministrazioni precedenti. In quest’ottica, il magnate newyorchese criticò costantemente l’interventismo che aveva caratterizzato la presidenza di George W. Bush. Tra l’altro, non bisogna trascurare come la questione afghana stia sempre più caratterizzando l’attuale campagna elettorale in vista delle presidenziali del 2020. Svariati degli attuali candidati alla nomination democratica (dal sindaco di South Bend, Pete Buttigieg, all’ex deputato texano, Beto O’ Rourke, passando per la senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren) si dicono favorevoli a un ritiro celere dei contingenti militari statunitensi attualmente presenti in loco, sebbene nessuno abbia ancora presentato un piano concreto e dettagliato sulla questione.

In questo senso, Trump vorrebbe accelerare l’abbandono del territorio anche per sottrarre un argomento ai suoi avversari. Del resto, il conflitto in Afghanistan è diventato profondamente impopolare tra gli elettori americani. Non solo si tratta della guerra più lunga in cui gli Stati Uniti si sono trovati impelagati (va avanti da diciotto anni). Ma i suoi costi economici si sono rivelati particolarmente onerosi. Si pensi solo che, ad oggi, Washington abbia speso in tutto quasi mille miliardi di dollari: fattore, quest’ultimo, che ha reso il conflitto afghano il più dispendioso dopo la Seconda Guerra Mondiale. Senza poi considerare i costi sociali per i veterani. In tutto questo, non va infine dimenticato che in Afghanistan abbiano perso la vita oltre duemila statunitensi.

L’attuale presidente – soprattutto negli ultimi mesi – ha cercato di accelerare il processo di ritiro dal territorio afghano: l’amministrazione americana ha infatti condotto colloqui negoziali con i talebani a Doha, nonostante il loro rifiuto di trattare direttamente con il governo di Kabul. Soltanto il 2 settembre scorso, l’inviato speciale statunitense, Zalmay Khalilzad, aveva annunciato che Stati Uniti e talebani avessero raggiunto un accordo “in linea di principio”: un’intesa che avrebbe dovuto portare a un ritiro di circa cinquemila soldati americani nel giro di centotrentacinque giorni.

Questo risultato si configurava come l’esito di un processo negoziale, condotto dallo stesso Khalizad nel corso dell’estate: a livello generale, Washington avrebbe acconsentito a un graduale ritiro delle proprie truppe, se i talebani avessero siglato un accordo per il cessate il fuoco, avessero accettato di trattare direttamente con il governo afghano e – soprattutto – se si fossero impegnati a troncare ogni loro rapporto con Al Qaida. L’idea originaria era quella di raggiungere un’intesa effettiva entro le elezioni presidenziali afghane, che si terranno il prossimo 28 settembre. Nel mezzo delle trattative, la Casa Bianca aveva tra l’altro cercato di convincere il Pakistan ad esercitare pressioni sui talebani. Sennonché il processo di pace è finito improvvisamente in stallo, quando Trump ha annunciato due settimane fa di aver cancellato un incontro segreto con i rappresentanti degli stessi talebani: un vertice che si sarebbe dovuto tenere nella residenza di Camp David. Su Twitter, il presidente americano ha spiegato di aver preso questa decisione, dopo che i talebani avevano rivendicato un attentato avvenuto a Kabul qualche giorno prima: attentato, in cui erano rimaste vittime un soldato americano e undici civili.

Proprio il fallimento del vertice ha messo in luce, una volta di più, le spaccature interne all’establishment americano sulla questione afghana. Se il presidente vorrebbe accelerare il ritiro dei quattordicimila soldati attualmente presenti sul territorio, molti non si dicono convinti di questa strategia. Le alte sfere dell’esercito e alcuni esponenti di spicco del Congresso (come il senatore repubblicano del South Carolina, Lindsey Graham) temono che un abbandono dell’Afghanistan possa far tornare la regione ad essere un ricettacolo di terroristi. In questo senso, nelle scorse settimane, Trump ha ricevuto molte critiche per la sua strategia, giudicata troppo frettolosa ed essenzialmente dettata da calcoli di natura elettorale. Inoltre, parrebbe che dietro il recente siluramento dell’ormai ex consigliere per la sicurezza nazionale, il falco John Bolton, si celi proprio la questione afghana. È senz’altro vero che gli attriti tra i due riguardassero svariati dossier (dall’Iran, al Venezuela, passando per la Corea del Nord). Fatto sta che, secondo la testata The Hill, il casus belli del licenziamento sarebbe da ricercarsi proprio nel (fallito) vertice segreto di Camp David: vertice a cui Bolton si era duramente opposto, suscitando per questo le ire di Trump. Il braccio di ferro tra falchi e colombe intanto prosegue, mentre la tensione sul territorio resta alta. Non solo a causa degli attentati dei talebani ma anche per quanto riguarda i rapporti tra Washington e Kabul. Pochi giorni fa, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha accusato il governo afghano di corruzione, annunciando una riduzione degli aiuti per centosessanta milioni di dollari. Il processo di pace, insomma, resta per ora fortemente in salita.

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