Esteri

Trump-Kim e quei passi storici in Corea del Nord

Cosa significa lo storico incontro tra il Presidente Usa ed il leader Nord coreano

US President Donald Trump visits South Korea

Stefano Graziosi

-

Donald Trump ha incontrato ieri Kim Jong-un nella zona demilitarizzata coreana, addentrandosi poi per circa venti passi all’interno dello stesso territorio nordcoreano. Si tratta della prima volta che un presidente americano in carica valica i confini del regime di Pyongyang. E’, del resto, lo stesso faccia a faccia con Kim nella zona demilitarizzata ad essere inedito. Se in passato già altri presidenti statunitensi si erano recati in quell’area (da Barack Obama a Jimmy Carter, passando per George W. Bush, Bill Clinton e Ronald Reagan), nessuno vi aveva tuttavia mai incontrato un leader nordcoreano. Quello di ieri si è rivelato, insomma, un evento storico. Un evento, accompagnato da una profonda sintonia che è sembrata caratterizzare i rapporti tra i due presidenti un tempo avversari. Non solo si sono infatti reciprocamente elogiati ma Trump ha anche invitato Kim Jong-un alla Casa Bianca. Un clima particolarmente sereno che, nelle intenzioni dei due leader, dovrebbe porre le basi per riprendere il processo di distensione tra Stati Uniti e Corea del Nord. E, non a caso, è stata annunciata la volontà di riprendere le trattative tra le due parti.

Adesso bisognerà capire se, al di là della storicità dell’evento, questo incontro sarà in grado di produrre risultati diplomatici concreti. Il processo di distensione tra i due vecchi nemici è infatti sempre stato caratterizzato da fasi altalenanti, finendo col subire poi una brusca battuta d’arresto. Se il primo vertice tra i due leader – tenutosi a Singapore nel giugno del 2018 –  sembrava aver inaugurato un effettivo momento di disgelo, il successivo summit di Hanoi dello scorso febbraio aveva portato le trattative a una fase di stallo. Quell’incontro si era infatti concluso in una bolla di sapone, con le due parti che si imputavano vicendevolmente le ragioni del fallimento. Secondo Washington, Pyongyang non avrebbe voluto fornire adeguate garanzie per porre un freno al proprio programma nucleare. Per la diplomazia nordcoreana, invece, ci sarebbero stati nell’amministrazione americana figure che avrebbero deliberatamente messo i bastoni tra le ruote al processo di distensione. In particolare, a finire nel mirino fu il segretario di Stato, Mike Pompeo. Se il naufragio del vertice di Hanoi non si è configurato come una rottura definitiva, è comunque vero che – da allora – le relazioni tra Washington e Pyongyang si fossero non poco raffreddate.

E’ stato così che, per evitare un eccessivo isolamento internazionale e – soprattutto – per alleggerire il peso economico delle sanzioni americane, Kim Jong-un si è dato – negli ultimi mesi – ad un vero e proprio iperattivismo geopolitico. Lo scorso aprile, il leader nordcoreano si è infatti incontrato a Vladivostok con Vladimir Putin, mentre poche settimane fa ha ricevuto il presidente cinese, Xi Jinping, a Pyongyang. Una strategia con cui Kim ha cercato di perseguire un duplice obiettivo: da una parte, esercitare una pressione geopolitica sulla Casa Bianca, ostentando autonomia e risolutezza sul piano delle relazioni internazionali; dall’altra, creare dei canali diplomatici sotterranei che consentissero a Pyongyang di tenere aperto un dialogo con la Casa Bianca. In tal senso, pare proprio che soprattutto Xi Jinping abbia perorato la causa nordcoreana con Trump durante il G20 di Osaka. E non sarà forse un caso che il presidente americano si sia recato a incontrare Kim Jong-un proprio all’indomani di questo summit internazionale.

Se dunque Pyongyang sembra mostrare un autentico interesse per la distensione con Washington, più articolata appare invece la situazione in seno al fronte americano. Da una parte, Trump nutre da mesi un forte interesse per il disgelo con la Corea del Nord. Si tratta di un atteggiamento che si inscrive, del resto, nella più generale linea della sua politica estera. Per quanto l’attuale inquilino della Casa Bianca sia spesso dipinto come una sorta di guerrafondaio umorale, la sua strategia internazionale ha sempre in realtà cercato di allontanarsi dai falchi di Washington, per sposare – di contro – un approccio realista alla Richard Nixon. E’ dai tempi della campagna elettorale del 2016, che Trump critica le “guerre senza fine” dei Bush e dei Clinton e – in questo senso – la sua idea è sempre stata quella di tendere – nel limite del possibile – pragmaticamente la mano ai tradizionali nemici dell’America, per intavolare un processo distensivo basato sul riconoscimento del reciproco interesse. Un disgelo autentico con la Corea del Nord si rivelerebbe quindi particolarmente interessante per Trump. Innanzitutto, il presidente è convinto che un simile traguardo incrementerebbe la propria credibilità a livello internazionale (non è un mistero che desidererebbe un Nobel per la Pace, come quello di cui fu insignito Henry Kissinger nel 1973). In secondo luogo, con le elezioni presidenziali del 2020 in avvicinamento, Trump spererebbe di ottenere un importante risultato in politica estera da sbandierare come un trofeo contro gli avversari democratici.

Il punto è che non tutti a Washington la pensano così. E qualche malumore si registra anche all’interno della stessa Casa Bianca. I falchi non mostrano infatti troppa simpatia per questa distensione. Si pensi soltanto che l’attuale consigliere per la sicurezza nazionale americano, John Bolton, abbia in passato invocato un approccio particolarmente duro contro la Corea del Nord. Senza poi dimenticare un episodio significativo: nell’aprile del 2018, quando la distensione tra le due potenze aveva già preso avvio, Bolton se ne uscì dichiarando che il modello da adottare per la denuclearizzazione del regime di Pyongyang dovesse essere quello messo in atto per la Libia nel 2004. Un’affermazione che mandò Kim Jong-un – notoriamente timoroso di incorrere nella stessa fine di Saddam Hussein e di Gheddafi – su tutte le furie. Trump dovette intervenire per calmare gli animi. Non si è tuttavia mai capito fino in fondo se quella dichiarazione di Bolton fosse una semplice gaffe o un tentativo ben congegnato per far deragliare il processo di disgelo. Infine, al di là delle dinamiche interne alla Casa Bianca, polemiche sono sorte anche dal fronte democratico. La folta pletora di candidati alla nomination democratica del 2020 ha infatti criticato Trump per l’incontro di ieri, accusandolo di intendersela con i dittatori. Su questa linea si sono collocati, nelle scorse ore, l’ex vicepresidente Joe Biden, la senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren, il senatore del Vermont Bernie Sanders e la senatrice del Minnesota Amy Klobuchar. Posizione legittima ma un po’ paradossale, visto che un presidente americano democratico come Barack Obama aprì – ai suoi tempi – alla Cuba castrista e all’Iran khomeinista.

Adesso si attende come si svilupperanno le trattative tra Trump e Kim Jong-un. Per il momento, la maggior parte dei problemi resta sul tavolo. Innanzitutto le due parti dovranno trovare un accordo sul concetto stesso di “denuclearizzazione”. Se Washington pretende infatti passi significativi da Pyongyang, che diano l’avvio a un processo completo e irreversibile, Kim – come detto – non sembra troppo disposto a smantellare interamente il proprio arsenale, soprattutto in un’ottica di deterrenza. Un ulteriore problema risulta poi quello della tecnologia missilistica nordcoreana: una tecnologia molto più pericolosa e sofisticata di quella libica nel 2004. Infine, sul tavolo si trova anche la questione dei diritti umani, oltre a quella dei prigionieri giapponesi in Corea del Nord (un punto che sta ovviamente molto a cuore al premier nipponico, Shinzo Abe). Questi saranno i principali dossier da affrontare, mentre è probabile che nel processo diplomatico possano trovare un maggiore coinvolgimento Cina e Russia. Non è infatti del tutto escludibile che l’intenzione generale sia quella di riesumare il vecchio modello dei colloqui a sei: una serie di incontri, avvenuti nei primi anni 2000, tra Washington, Tokyo, Pechino, Mosca, Seul e Pyongyang, per arrivare proprio alla denuclearizzazione della penisola coreana. Certo: all’epoca, quelle trattative naufragarono miseramente. Ma, in questo nuovo clima di distensione, un simile modello (magari aggiornato) potrebbe forse dare i suoi frutti.

Trump si gioca moltissimo sulla possibilità di una distensione con Pyongyang. Si tratta indubbiamente di una strada rischiosa. Ma raggiungere quell’obiettivo significherebbe per lui trionfare su una questione rispetto a cui tutti i suoi predecessori alla Casa Bianca hanno fallito. 

© Riproduzione Riservata

Commenti

Cookie Policy Privacy Policy
© 2018 panorama s.r.l (gruppo La Verità Srl) - Via Montenapoleone, 9 20121 Milano (MI) - riproduzione riservata - P.IVA 10518230965