Esteri

Trump e l'Impeachment, come stanno le cose

L'indagine contro il Presidente Usa va avanti ma rischia di non arrivare dove vorrebbero i democratici. Ecco perché

donald-trump

Stefano Graziosi

-

L’indagine per impeachment contro Donald Trump va avanti. Si è conclusa la prima settimana di audizioni pubbliche in diretta televisiva alla Camera dei Rappresentanti, con i democratici che sembrano sempre più intenzionati ad accusare il presidente di abuso di potere. Al cuore della questione sta la convinzione che Trump abbia minacciato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky di tagliare quasi quattrocento milioni di dollari in aiuti a Kiev, qualora quest’ultimo non avesse acconsentito ad aprire un’indagine sull’attuale candidato alla nomination democratica, Joe Biden. Secondo l’accusa, Trump avrebbe quindi abusato del proprio potere in politica estera, per ottenere un vantaggio di natura elettorale. Per questa ragione, l’asinello è alla ricerca della cosiddetta “pistola fumante”, in grado di inchiodare l’inquilino della Casa Bianca.

Mercoledì scorso, l’ambasciatore statunitense in Ucraina, William Taylor, ha sostenuto che un suo collaboratore, David Holmes, gli avrebbe raccontato di una conversazione telefonica avvenuta il 26 luglio tra lo stesso Trump e l’ambasciatore americano presso l’Unione europea, Gordon Sondland. Nel corso della telefonata, il primo avrebbe chiesto al secondo informazioni in riferimento alle indagini su Biden, palesando un fortissimo interesse per questa faccenda. La conversazione telefonica è stata confermata dallo stesso Holmes, che ha reso una deposizione a porte chiuse venerdì scorso, sostenendo di aver ascoltato il contenuto della telefonata, visto il l’alto tono di voce tenuto dal presidente: un tono, sostiene Holmes, ben udibile, nonostante la chiamata non fosse in vivavoce. Nel corso della telefonata, Trump avrebbe chiesto con insistenza a Sondland informazioni sulla disponibilità, da parte di Zelensky, di avviare un’indagine su Biden, ricevendo rassicurazioni in tal senso dall’ambasciatore. Del “do ut des” aveva inoltre parlato Taylor, nell’audizione a porte chiuse che si era tenuta a fine ottobre. In quell’occasione, l’ambasciatore aveva dichiarato di aver saputo da Sondland che “qualsiasi cosa” – compresi gli aiuti economici all’Ucraina e un incontro tra Trump e Zelensky – fosse subordinata al fatto che Kiev annunciasse pubblicamente delle indagini su Biden. Questa testimonianza aveva spinto Sondland a ritrattare parzialmente la sua precedente posizione. Ciononostante l’ambasciatore presso Bruxelles ha dichiarato di aver solamente “supposto” che ci fosse un “do ut des”, non fornendo – almeno per il momento – certezze definitive.

In attesa di ulteriori sviluppi, è comunque possibile avanzare qualche considerazione di carattere generale. Per formulare l’accusa di abuso di potere, i democratici stanno puntando a dimostrare che il presidente si sia macchiato del reato di corruzione. La stessa Speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha reso nota questa linea di attacco pochi giorni fa, lasciando chiaramente intendere che il comportamento di Trump possa essersi rivelato peggiore di quello dello stesso Richard Nixon, ai tempi dello scandalo Watergate negli anni ’70. Tra l’altro, non va trascurato che la corruzione sia uno dei reati esplicitamente citati dalla Costituzione statunitense per l’avvio di un processo di impeachment. Tuttavia, ammesso e non concesso che la “pistola fumante” venga prima o poi trovata, non è esattamente chiaro se una simile linea alla lunga sarà in grado di reggere. In primo luogo, la fattispecie della corruzione potrebbe non applicarsi a questo caso. Se si guarda infatti al codice penale americano, il reato di corruzione presenta delle caratteristiche ben precise, riguardando esclusivamente i “pubblici ufficiali”. Ora – secondo il codice – alla categoria del “pubblico ufficiale” vanno ascritti o i soggetti che operano nell’ambito del Congresso o quelli che operano all’interno del governo federale: insomma, il reato vale esclusivamente all’interno del sistema politico-amministrativo americano e non è contemplato nelle relazioni con gli Stati esteri. Lo stesso paragone con Nixon appare, poi, improprio. Il caso Watergate riguardava infatti dinamiche esclusivamente inerenti alla politica interna statunitense e non chiamava in causa l’autorità del presidente in questioni di politica estera. Il problema appare infatti di carattere strutturale. La Costituzione americana conferisce all’inquilino della Casa Bianca ampio potere (e discrezionalità) nella gestione delle relazioni internazionali. Pertanto, anche quando ci si trovi davanti a comportamenti controversi o di dubbia eticità, è comunque molto arduo arrivare a definire chiaramente un abuso di potere in questo aggrovigliato ambito. Un discorso che vale sia per la telefonata di Trump a Zelensky sia per il conflitto di interessi di cui è possibile si sia macchiato Biden in Ucraina nel 2016, quando era ancora in carica come vicepresidente degli Stati Uniti.

Un ulteriore problema riguarda poi la politicizzazione che sta sempre più caratterizzando l’attuale indagine per impeachment. Se nel 1974 (ai tempi di Nixon) e nel 1998 (ai tempi di Bill Clinton) il partito di opposizione venne ampiamente coinvolto nella conduzione dell’inchiesta, questa volta la situazione appare ben diversa. In primo luogo, i democratici si sono riservati un potere ben maggiore dei rivali repubblicani: basti pensare che i primi possano bloccare eventuali ordini di comparizione emessi dai secondi. Una circostanza già verificatasi negli ultimi giorni, quando l’elefantino aveva chiamato a deporre il figlio di Joe Biden, Hunter, e la talpa che ha denunciato Trump quest’estate. In secondo luogo, non bisogna trascurare che, sia nel 1974 che nel 1998, l’indagine per impeachment prendesse le mosse da un rapporto stilato da un procuratore speciale. In questo caso, invece, alla base di tutto c’è un esponente politico: il presidente della commissione Intelligence alla Camera, il democratico Adam Schiff, che – nelle scorse settimane – ha subìto non poche accuse di partigianeria dal fronte repubblicano. Infine, non trascuriamo che – come riportato venerdì scorso dal Washington Post – i democratici starebbero scegliendo la tipologia di reato di cui accusare il presidente attraverso il ricorso a dei focus group. In particolare, ha riferito il quotidiano, l’asinello avrebbe teso a parlare di “corruzione” negli ultimi giorni, dopo aver testato quale termine potesse rivelarsi più “convincente” per descrivere la condotta di Trump tra “do ut des”, “estorsione” o – appunto – “corruzione”. Non si capisce quindi se l’indagine debba appurare dei fatti o corroborare teoremi politico-giudiziari preconfezionati.

D’altronde, non bisogna trascurare che, sullo sfondo di questa inchiesta per impeachment, si stagli una questione geopolitica non indifferente: quella dei rapporti tra la Casa Bianca e la Russia. Non è un mistero che – da tempo – Trump stia cercando di attuare una distensione con Mosca. Una linea che, tuttavia, non riscuote troppi consensi in alcuni settori del Dipartimento di Stato. Una situazione chiaramente emersa nel corso della deposizione dell’ex ambasciatrice statunitense in Ucraina, Marie Yovanovitch lo scorso venerdì. La diplomatica ha sostenuto di essere stata screditata ingiustamente da Trump per essere poi silurata e sostituita, ricevendo – tra l’altro – aspre critiche su Twitter dal presidente in persona nel corso della testimonianza: critiche che hanno portato i democratici a parlare di “intimidazioni” ai suoi danni. Resta tuttavia il fatto che, nella propria audizione, la Yovanovitch abbia messo in evidenza problemi di natura, per così dire, politica e non penale. Quando il deputato repubblicano Chris Stewart ha infatti chiesto direttamente all’ambasciatrice se fosse a conoscenza di eventuali attività criminose da parte del presidente, costei ha risposto seccamente: “No”. La Yovanovitch ha invece contestato la strategia di Trump in Ucraina, sostenendo che favorisse la Russia. Il punto è che, anche qualora l’ambasciatrice avesse ragione, non è comunque suo compito quello di sindacare sulle scelte geopolitiche di un presidente in carica. Essendo quindi stata lei stessa a negare di essere a conoscenza di attività illegali da parte dell’inquilino della Casa Bianca, il senso della sua testimonianza rischia di diventare di natura sostanzialmente politica.

© Riproduzione Riservata

Commenti