Esteri

Chiesto l'impeachment per Trump. Cosa rischia il Presidente Usa

Nancy Pelosi ha annunciato l'avvio dell'inchiesta che però non sarà semplice, e nemmeno breve

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Stefano Graziosi

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Donald Trump potrebbe essere messo presto in stato d’accusa. La Speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha infatti annunciato formalmente l’avvio di un’indagine per un possibile impeachment contro il presidente americano. È dai tempi dell’inchiesta Russiagate che svariati deputati democratici invocavano questa mossa: una richiesta che aveva tuttavia ripetutamente trovato la Pelosi piuttosto scettica. E questo essenzialmente per due ragioni. In primo luogo, c’è un problema di matematica parlamentare. Dopo l’indagine della commissione giudiziaria, la Camera dei Rappresentanti (attualmente sotto il controllo dei democratici) dovrà stabilire a maggioranza semplice se intentare un processo di messa in stato d’accusa. Qualora il voto andasse a buon fine, la palla passerebbe al Senato, dove gli scogli potrebbero invece rivelarsi insormontabili: non solo perché qui la maggioranza è nelle mani dei repubblicani. Ma anche perché, per arrivare a un verdetto di colpevolezza, occorre un quorum di due terzi: una soglia particolarmente difficile da raggiungere. Basti pensare che, nei due processi di impeachment che la Storia americana ha sinora conosciuto (Andrew Johnson nel 1868 e Bill Clinton nel 1999) non si sia mai arrivati ad una rimozione del presidente in carica.

L’altra motivazione che ha sempre dettato la freddezza della Pelosi in materia è invece di natura prettamente politica: la Speaker temeva infatti che un processo potesse in realtà rivelarsi un boomerang per il Partito Democratico, facendo indirettamente crescere il consenso per Trump. Basti ricordare che, nel corso degli otto anni della sua presidenza, Bill Clinton raggiunse il culmine della popolarità proprio nelle settimane in cui fu messo in stato d’accusa, a cavallo tra il 1998 e il 1999. Molti democratici hanno tuttavia fatto leva sulla recente questione ucraina per convincere la Pelosi a formalizzare l’indagine che dovrebbe dare il via al processo. Una mossa che, secondo la testata statunitense The Hill, troverebbe oggi il consenso di oltre due terzi dei deputati democratici. Anche se non è scontato che l’intero Asinello (soprattutto tra le sue correnti moderate) deciderà di compattarsi monoliticamente per seguire questa linea. In tutto questo, non bisogna trascurare un elemento particolarmente significativo: in base a quanto stabilito dalla Costituzione, il processo attiene esclusivamente al potere legislativo e non a quello giudiziario. Si tratta pertanto di un voto di natura essenzialmente politica.

Alla base della scelta della Pelosi c’è la controversa telefonata avvenuta lo scorso luglio tra Trump e il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. In quell’occasione, l’inquilino della Casa Bianca avrebbe chiesto al suo omologo di mettere sotto inchiesta Hunter Biden, figlio dell’ex vicepresidente americano e attuale candidato alle primarie democratiche, Joe Biden. Trump avrebbe addirittura minacciato di bloccare fondi statunitensi a Kiev, qualora non fosse stato accontentato. Tutto questo nasce comunque da un fatto ben preciso: un fatto che riguarda i rapporti non particolarmente lineari intrattenuti dall’ex senatore del Delaware con l’Ucraina. Lo stesso Biden ha recentemente raccontato che nel marzo del 2016 (quando era ancora vicepresidente degli Stati Uniti) esercitò delle pressioni sull’allora presidente ucraino, Petro Poroshenko, per convincerlo a silurare il procuratore generale, Viktor Shokin. Quello stesso Shokin che stava conducendo un’indagine per corruzione su Burisma Holding: un’azienda ucraina di gas naturale, nel cui consiglio d’amministrazione sedeva proprio in quel periodo Hunter Biden. In particolare, l’allora vicepresidente minacciò di congelare un miliardo di dollari in aiuti che Washington aveva garantito a Kiev, se il magistrato non fosse stato prontamente licenziato. In questo contesto, non bisogna neppure trascurare che, all’indomani dell’annessione russa della Crimea nel 2014, Barack Obama avesse nominato Biden come figura di raccordo tra Kiev e Washington.

Insomma, se Trump ha commesso abuso di potere con la sua telefonata a Zelensky, Biden non sembrerebbe essersi comportato in modo troppo dissimile. È vero: l’ex vicepresidente sostiene che Shokin fosse una figura controversa e che molti ne chiedessero la destituzione. Ma è altrettanto indubbio che, nel momento in cui esercitò pressioni su Poroshenko, Shokin stesse indagando sull’azienda di cui Hunter faceva parte. Il fatto che poi Biden oggi garantisca di non aver mai mischiato il suo privato con il proprio ruolo pubblico, non significa che la situazione risulti di per sé cristallina. Anche perché Hunter entrò in Burisma proprio nel maggio del 2014: nelle stesse settimane in cui il padre assumeva il suo delicato ruolo di tramite tra Washington e Kiev. Opportunità avrebbe quindi forse voluto che non assumesse quell’incarico. Tra l’altro, va rilevato come, al di là della questione ucraina, sul capo di Biden aleggino anche ulteriori sospetti di conflitto di interessi: sospetti sempre legati ai suoi parenti. Basti ricordare che, secondo alcune dichiarazioni giurate depositate in un tribunale del Tennessee lo scorso agosto, lo stesso Hunter e il fratello di Joe, James, avrebbero promesso ai dirigenti di due aziende sanitarie aiuti nel loro business, sfruttando la propria vicinanza all’ex vicepresidente. Vedremo quindi come si evolverà la vicenda nelle prossime settimane. Ma se Trump si ritrova con la grana di un probabile impeachment, Biden potrebbe riscontrare presto seri problemi in campagna elettorale. Perché per lui la questione ucraina è ancora ben lungi dall’essere chiusa.impeachment

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