Esteri

Trump e gli Usa riaprono alle armi nucleari

Cosa c'è dietro il ritiro degli Stati Uniti dai trattati sullo stop alle armi nucleari

Missili Usa sulla base di al-Shayrat, Siria

Stefano Graziosi

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Gli Stati Uniti si sono formalmente ritirati venerdì scorso dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces): un’intesa, siglata nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, che aveva l’obiettivo di vietare agli Stati Uniti e alla Russia di disporre di missili balistici e cruise (nucleari e convenzionali) di media o corta gittata (da 500 a 5.500 chilometri). Washington ha accusato Mosca di aver ripetutamente violato l’accordo a partire dal 2014, quando era ancora in carica Barack Obama. In questo senso, l’amministrazione Trump aveva annunciato l’intenzione di ritirarsi dal trattato lo scorso febbraio, concedendo comunque al Cremlino sei mesi di tempo per tornare ad ottemperare i termini del patto. Tuttavia, alla fine, la quadra non è stata trovata.

Particolarmente duro si è mostrato il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, il quale ha non a caso dichiarato: “Gli Stati Uniti non rimarranno parte di un trattato che è stato deliberatamente violato dalla Russia. La non conformità della Russia a quanto prescritto del trattato mette a repentaglio gli interessi supremi degli Stati Uniti, in quanto lo sviluppo e la messa in campo della Russia di un sistema missilistico che viola il trattato rappresenta una minaccia diretta per gli Stati Uniti, i nostri alleati e i nostri partner.” Mosca, dal canto suo, ha sempre respinto le accuse americane, ritorcendole – anzi – contro Washington. Ciononostante, nelle ultime ore, il Cremlino ha cercato una parziale distensione, invitando gli Stati Uniti a prendere in considerazione una moratoria sull’eventualità di dispiegare missili a media gittata in territori che possano rivelarsi significativi per le due parti.

Insomma, sembrerebbe proprio che tra Stati Uniti e Russia sia riesplosa la Guerra Fredda. Come detto, i falchi di Washington giustificano questa mossa principalmente come uno schiaffo al Cremlino, reo – a loro dire – di aver violato i termini del patto. D’altronde, non è un mistero che ampi settori dell’establishment americano vedano nella Russia un serio pericolo in termini di sicurezza nazionale. Basti soltanto pensare alle opposizioni interne che costantemente Donald Trump incontra nei suoi ripetuti tentativi di avviare una distensione geopolitica con Vladimir Putin. Del resto, che il ritiro dal trattato rappresenti uno schiaffo a Mosca è certamente vero. Sennonché la situazione potrebbe alla fine rivelarsi ben più complessa di quanto ufficialmente appaia. Perché, dietro questa roboante retorica antirussa, in realtà il nemico da colpire, abbandonando l’INF, potrebbe risultare un altro: la Cina.

Nonostante diversi settori del mondo politico statunitensi reputino Mosca un temibile avversario, ben più grave viene tuttavia considerata la concorrenza di Pechino: soprattutto sul versante tecnologico e militare. Si tratta, del resto, di una preoccupazione che affligge da tempo il Pentagono, il quale – non a caso – ha nei mesi scorsi evidenziato i rischi incarnati dalla Cina in termini di sviluppo dell’intelligenza artificiale e – soprattutto – di infrastrutture per la rete 5G. E’ in questo senso che Trump ha talvolta attaccato Google, accusandola di opaca collaborazione con il governo cinese. E, sempre in quest’ottica, va letto il bando emesso, alcuni mesi fa, dalla Casa Bianca contro Huawei. Il punto è che le preoccupazioni americane non si fermino alle sole possibili implicazioni belliche dell’alta tecnologia cinese. Il problema riguarda infatti anche il versante puramente militare.

In altre parole, è altamente probabile che, più che colpire la Russia, con l’uscita dall’INF gli Stati Uniti puntino ad avere le mani libere per arginare la concorrenza di Pechino. Non facendo parte del trattato, la Repubblica Popolare avrebbe infatti conseguito forti vantaggi negli ultimi anni. Una situazione che Washington non è più adesso disposta ad accettare. La tecnologia missilistica approntata da Pechino risulta infatti sempre più efficace e – in quest’ottica – gli Stati Uniti stanno ipotizzando il dispiegamento di missili a media gittata con una funzione di deterrenza nei confronti della Cina. Si tratta di una strategia ambiziosa, che – qualora venisse implementata – costituirebbe un ulteriore fronte nel crescente scontro in atto tra Washington e Pechino. E’ del resto abbastanza significativo che l’abbandono formale dell’INF da parte di Trump sia avvenuto pressoché in contemporanea al riesplodere delle tensioni commerciali con la Repubblica Popolare. E’ comunque chiaro che – come ha recentemente ravvisato il Carnegie Endowment for International Peace – questa linea possa riscontrare non pochi problemi in fase di attuazione.

In primo luogo, Trump dovrà convincere gli alleati in Estremo Oriente ad ospitare i missili sul proprio territorio: una richiesta che potrebbe suscitare lo scetticismo soprattutto del Giappone e della Corea del Sud. Lo scorso ottobre, il premier nipponico, Shinzo Abe, si era espresso contro la possibilità di un ritiro statunitense dall’INF, mentre Seul – fornendo una simile sponda a Washington – potrebbe temere di attirarsi delle ritorsioni economico-commerciali da parte di Pechino. In secondo luogo, un ulteriore problema che la Casa Bianca riguarderebbe prevedibilmente i finanziamenti per la realizzazione della tecnologia militare: con un Congresso spaccato in due, non sarebbe affatto semplice reperire ulteriori fondi federali per la Difesa e una simile situazione potrebbe gravare come un’ipoteca sulla strategia della deterrenza statunitense in Asia. Infine, una mossa di questo genere farebbe probabilmente schizzare alle stelle la tensione tra Stati Uniti e Repubblica Popolare, mettendo magari a rischio dossier come la distensione con la Corea del Nord.

Come che sia, al di là di rischi e problemi, che Washington si stia muovendo in questa direzione è ben più di un’ipotesi. In tal senso, basterebbe osservare le reazioni preoccupate di Pechino alla possibilità di un’uscita degli Stati Uniti dall’INF. Lo scorso febbraio, il ministero degli Esteri cinese dichiarò: “La Cina è contraria al ritiro degli Usa e sollecita Stati Uniti e Russia a risolvere in modo adeguato le differenze attraverso un dialogo costruttivo”. Lumi ulteriori sono poi venuti dal ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, che parlando recentemente dell’eventualità di siglare un nuovo INF che includa – oltre a Washington e Mosca – anche Pechino, ha significativamente dichiarato: “Il governo cinese è straordinariamente reticente e pertanto dobbiamo continuare a mettere la questione all'ordine del giorno”.

In questo senso, la via che Trump potrebbe tentare è rischiosa ma avrebbe una sua logica. Se è vero che una parte dell’establishment americano vede l’uscita dall’accordo in chiave prevalentemente antirussa, è altrettanto indubbio che il presidente americano voglia proseguire nel tentativo di distensione verso il Cremlino. Un tentativo di distensione che – tra le altre cose – avrebbe un obiettivo ben preciso: quello, cioè, di sganciare Mosca dall’orbita cinese, per avvicinarla al fronte statunitense sia in termini geopolitici che economici. In quest’ottica, Trump potrebbe paradossalmente utilizzare la sua uscita dall’INF proprio in tal senso. Trasformando così quello che appare formalmente un atto antirusso in qualcosa di ben diverso. Perché, al di là della retorica ufficiale, non è affatto detto che, nella sostanza, la decisione americana rappresenti un effettivo colpo a Mosca. Come faceva (polemicamente) notare Jon Wolfsthal sul The National Interest lo scorso febbraio, l’abbandono dell’INF da parte statunitense potrebbe addirittura rivelarsi un “regalo” alla Russia. Finché infatti l’accordo rimaneva in piedi, gli Stati Uniti avrebbero disposto della facoltà di tenere Mosca maggiormente sotto controllo, senza poi dimenticare la possibilità di imporle sanzioni in risposta ad eventuali violazioni.

A questo punto, davanti a Trump si aprono due vie: continuare ognuno per la sua strada o promuovere una nuova intesa che comprenda anche la Cina. Un’alternativa, la seconda, ad oggi ben poco probabile.

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