Esteri

Trump, l'attacco ai Dreamers voluto dai falchi repubblicani

Il presidente (sempre più debole) paga dazio alla retorica elettorale intervenendo su una legge che funzionava ed era sostenuta anche dagli imprenditori

Jeff Sessions

Alessandro Turci

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La decisione di Donald Trump – ma questa volta sarebbe meglio dire dell’amministrazione Trump – di smantellare il Daca (Deferred Action for Childhood Arrivals) svela il momento di grande debolezza del Presidente.

Che cos'è il Daca

Il Daca è il programma del governo federale degli Stati Uniti, creato nel 2012 dall'amministrazione di Barack Obama, che offre alle persone arrivate illegalmente negli Usa da bambini (i cosiddetti "Dreamers", non oltre i 31 anni il 15 giugno 2012) il diritto temporaneo di vivere, studiare e lavorare legalmente in America, se rispettano alcune condizioni (la frequenza scolastica o il servizio militare).

In sostanza, Obama era intervenuto per aggirare la mancanza di una riforma della legge sull'immigrazione, garantendo ai migranti la possibilità di ottenere dei permessi di lavoro rinnovabili nonostante lo status di "privi di documenti".

L'amministrazione Trump ha invece annunciato che comincerà a smantellare il Daca e ha dato al Congresso sei mesi per approvare una riforma che riguardi lo status dei "Dreamers".

Trump non voleva attaccare il Daca

Se a prima vista la mossa sembra una promessa elettorale mantenuta, o la sistematica distruzione dell’eredità obamiana, a ben guardare c’è dell’altro.

Trump, come è trapelato da ambienti della West Wing della Casa Bianca, non era né molto propenso a scagliarsi ideologicamente contro Daca né desideroso di aprire un ulteriore fronte interno dopo Charlottesville, alla vigilia di un confronto internazionale con Cina e Russia per la Corea del Nord.

Per questo, nelle ultime settimane, Trump aveva chiesto al capo dello staff, il generale Kelly, di cercare la composizione al problema.

Ma quale problema, e composizione con chi?

Il “cattivo”, questa volta, è Jeff Sessions, già implicato nel Russiagate e attuale Ministro della Giustizia.

Sessions è da sempre due cose: un fiero avversario delle politiche sull’immigrazione dei democratici (a suo avviso troppo morbidi) e un altrettanto fiero sostenitore della candidatura di Donald Trump alla Presidenza, il quale (salvo poi pentirsene pubblicamente) lo ha ripagato appunto con una delle cariche più prestigiose di Washington.

Se i critici di Trump hanno immediatamente rinfacciato al Presidente di non averci "nemmeno messo la faccia", mai come in questa circostanza era giusto che la faccia c’è la mettesse Sessions.

Per almeno tre buoni motivi: il Daca è materia giuridica; Sessions è la figura dell’amministrazione che ne ha fortemente voluto la fine; Sessions è moralmente convinto della sua condotta.

Se Trump questa volta ha una colpa, è quella di aver scelto l’apparente scorciatoia di abolire una legge (rinviandola al Senato) che stava per innescare una serie di contenziosi legali tra Stati e Congresso. Texas in testa.

In altre parole, siccome la legge di Obama aveva bisogno di una sorta di ratifica Stato per Stato, Sessions ha messo in guardia Trump dalle forche caudine che questo processo legale avrebbe comportato.

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(Foto Getty Images) Barack Obama. L'ex presidente ha duramente criticato su Facebook la decisione dell'amministrazione Trump di smantellare il Daca.


La fronda repubblicana contro il Daca

Trump, che pure non era pregiudizialmente contro il Daca, ha quindi finito per cedere al pericolo incombente di una fronda interna al partito Repubblicano e ai suoi governatori in carica sparsi per la Nazione.

Ha dato quindi via libera a Sessions che, da parte sua, non vedeva l’ora di chiudere i conti con la legge varata da Obama. L’occasione, per l’Attorney General, è stata anche quella di uscire dall’ombra del Russiagate (che ormai si avvicina al redde rationem) nel quale il suo ruolo è tutt’altro che chiaro.

Per ora solo un desiderio: tocca al Congresso

Tuttavia, per quanto Sessions sia uno dei ministri più importanti, non è lui il Presidente, al quale spetta sempre l’ultima parola.

Ecco perché Trump andrà probabilmente incontro a critiche feroci da parte della stampa progressista e degli ambienti più avanzati della New Economy.

L’abolizione non è un processo “detto fatto”, ma un dossier che ora vedrà Capitol Hill impegnata in una corsa contro il tempo e che deciderà la sorte di 800 mila (stimati) esseri umani ben integrati nella società americana.

L'ideologia (elettorale) dell'America First

Insomma, Trump paga dazio alla propria campagna elettorale all’insegna dell’America First, dimostrando ancora una volta l’adagio che vuole le parole siano pietre e il loro uso sconsiderato possa portare a forzature come l’abolizione di una legge che funzionava e il cui perfezionamento giuridico doveva rimanere questione meramente tecnica.

In questo sì, l’era Obama si allontana sempre più, mentre Trump sembra prigioniero dei suoi tanti fantasmi e ora anche dei falchi che lo hanno innalzato fino alla Presidenza.

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