Esteri

Trump, c'è del metodo in quella follia

Il presidente americano può sembrare bizzarro e ondivago, ma i risultati non mancano

donald trump

Stefano Cingolani

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"Ok, dite loro che lo incontrerò a maggio": sbrigativo come sempre, giovedì 8 febbraio Donald Trump interrompe i suoi consiglieri diplomatici che stavano esaminando con gli emissari sudcoreani l'offerta lanciata all'improvviso dal dittatore del Nord, Kim Jong-un.

Sì, tra la sorpresa generale, The Donald decide, d'impulso come suo solito, di incontrare il rocket man, l'uomo razzo, il botolo ringhioso, come lo aveva definito non più tardi di un mese fa. La svolta improvvisa sconcerta tutti, tanto che un paio di giorni dopo si getta acqua sul fuoco: prima i fatti.

Un passo avanti e due indietro, del resto, sembra la cifra caratteristica dell'amministrazione Trump. Ancora una volta bisogna fare i conti con un uomo erratico, un presidente imprevedibile e picconatore. Ma se la sua follia fosse un'arma per svelare la verità, sulle orme di Amleto? 

Follia o paradosso?

Il dubbio s'insinua come un tarlo nella mente degli avversari e corrode le loro certezze. Se dietro quella sarabanda di tweet scomposti si celasse una logica paradossale, eppure efficace, anzi una strategia che funziona?

Trump ha vinto lanciando la sfida al mondo liberale e progressista: America first. La grande prova sarà con la Corea del Nord, ma non solo.

Lo scambio di improperi ha dato i suoi frutti con Kim e potrebbe essere una conferma che dietro il folle gioco sull'orlo della guerra nucleare c'è davvero il metodo del principe di Danimarca.

Non vuol dire che Pyongyang sia disposta a cedere: il regime vuol essere riconosciuto potenza nucleare al pari degli altri (non solo i grandi come Russia e Cina, ma tutti gli altri come Francia, India, Pakistan, Israele). È lo stesso obiettivo dell'Iran e gli Stati Uniti non sono disposti a mollare. Ma se son rose fioriranno; maggio, del resto, è il mese delle rose.

Anche lo spostamento dell'ambasciata a Gerusalemme risponde alla stessa pazzia rivelatrice. Intanto, ha messo in chiaro che i palestinesi, lacerati al loro interno, non sono in grado di scatenare una nuova Intifada. E ha mostrato che nessun Paese arabo è disposto a sostenere le loro ragioni. Né la vicina Giordania, né l'Arabia saudita con la quale Trump ha stretto un patto di ferro che aiuta il principe Mohammad bin Salman, erede al trono, a consolidare il suo potere emarginando quella parte della immensa famiglia regnante che aveva dato il suo appoggio al fondamentalismo e al terrorismo, cominciando da Al Qaeda.

Sul fronte siriano le cose sono molto più complicate, anzi confuse. Trump non vuole portare i marines a morire tra le sabbie, ha lasciato il lavoro sporco ad alcuni piccoli gruppi anti Assad, ai curdi, agli iracheni. Vladimir Putin ha avuto la possibilità si realizzare il suo obiettivo, cioè salvare e consolidare la presenza russa in Medio oriente e sulle rive del Mediterraneo. La guerra è tutt'altro che finita, intanto è stato spazzato via il sedicente califfato dell'Isis. La Casa Bianca sarà presto costretta a darsi una strategia coerente o a mollare tutto.

Trump finora non ha fatto meglio di Barack Obama, però resta nel grande gioco. Ondivago e confuso è il rapporto con la Russia: si attende che l'amministrazione scelga se farne l'interlocutore di una nuova Yalta sulla testa degli ucraini e dei Paesi baltici (compresa la Svezia e la Finlandia) o se seguire il neo-contenimento che aveva ispirato Obama. Tutte le opzioni sono aperte. Lo stesso vale per la Cina.

La trionfale accoglienza che Xi Jinping (il nuovo Mao) aveva concesso a Trump nel novembre scorso, ospitandolo persino nella Città proibita, faceva pensare a una nuova fase di dialogo strategico, anche perché Pechino è fondamentale per disinnescare la mina coreana. Adesso, i dazi sull'acciaio e l'alluminio sembrano annunciare una marcia indietro.

Il neo-protezionismo è un demone che i cinesi vogliono esorcizzare, tuttavia la Cina è meno colpita dell'Europa. Il presidente francese Emmanuel Macron ha telefonato a Trump ricordandogli che da questa parte dell'Atlantico non ci sono nemici, bensì alleati. Il presidente americano ha replicato che la "fortezza Europa" alza già ponti levatoi contro molte merci a stelle e strisce, minacciando di colpire l'import di auto. Più che di libero scambio, bisogna discutere di commercio equo se non proprio solidale: dal free trade al fair trade.

Lo dimostra, del resto, l'atteggiamento nei confronti del Nafta, il trattato con Messico e Canada: dopo aver minacciato di ritirarsi, l'amministrazione vuole rinegoziarlo. Lo stesso, a quanto pare, vale per l'accordo di Parigi sul clima.

I dazi sono lo scotto pagato da Trump ai suoi elettori, soprattutto quelli degli Stati, a cominciare dalla Pennsylvania o dall'Ohio, dove è maturata la sua vittoria e dove sono insediate ancor oggi le acciaierie e le fabbriche fumose e arrugginite della vecchia industria che la Trumpnomics vuol proteggere.

Economia first

Su questo si gioca buona parte delle elezioni di medio termine, il prossimo 6 novembre, e di conseguenza, gli equilibri al Congresso. L'economia finora è il pezzo forte di questa amministrazione. La crescita oscilla attorno al 3 per cento, la Borsa, pur con i sussulti di febbraio, sale da ben nove anni, la disoccupazione scende verso il 4 per cento e gli operai che lo hanno sostenuto vedono aumentare i loro salari.

Non è tutta opera sua, tuttavia The Donald ne raccoglie i frutti e può tenere fede a un altro impegno: il taglio delle tasse, anche se meno radicale di quanto promesso in campagna elettorale.

I suoi effetti saranno più a medio termine e avranno un costo notevole: 1.500 miliardi di dollari che allo stato attuale non sono coperti e faranno crescere il debito pubblico. Ma, come sappiamo bene noi italiani, i debiti li pagano le generazioni future.

Il fronte politico interno

La follia sembra meno amletica quando si guarda il caos che regna nell'amministrazione attraversata da dimissioni e licenziamenti (culminati con la nomina di Max Pompeo a segretario di Stato al posto di Rex Tillerson) o da declassamenti che hanno colpito anche il genero Jared Kushner, la mente più lucida di tutto il clan.

Dopo la gaffe sui disordini razziali di Charlottesville, arrivano i provvedimenti sul porto d'armi: da un lato Trump ha parlato di imporre dei limiti, dall'altro ha incitato gli Stati a concedere le pistole ai professori.

Alcune nomine come quella di Jerome Powell alla Federal Reserve, la banca centrale, sono all'insegna della moderazione. La prova del nove sarà la Corte Suprema: i giudici sono a vita, ma per una serie di circostanze anagrafiche, Trump gode di una netta maggioranza conservatrice, sei contro tre. Un anno fa ha scelto Neil Gorsuch, uomo di destra che è passato per il rotto della cuffia al vaglio del Congresso.

La Corte ha dato torto al presidente in alcune importanti occasioni, come la tutela dei minorenni immigrati, e ragione sul bando agli ingressi da sei Paesi islamici che proteggono il terrorismo. Nulla è scontato nel sistema di pesi e contrappesi.

Questo governo bizzarro e volubile mette in fibrillazione sia i repubblicani sia, soprattutto, i democratici. C'è sempre la mina russa, il grande sospetto sui legami pericolosi tra l'entourage di Trump e Putin durante le elezioni. Sono accuse pesanti, però nessuno pensa che si possa arrivare all'impeachment per alto tradimento.

Anche mettere in dubbio la salute mentale del presidente è un gioco tanto sporco quanto debole. Che ci sia una questione di carattere, appare evidente. Alla Casa Bianca è entrato un mattocchio, dicono i suoi avversari. Tuttavia, più tempo passa più emerge un certo metodo dietro quella follia. E la sindrome di Amleto, alla fine, potrà salvare Donald Trump.

(Questo articolo è stato pubblcato sul numero di Panorama in edicola il 15 marzo 2018)

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