EGITTO: MORSI RESPINGE ULTIMATUM MA E' SEMPRE PIU' SOLO
Esteri

Travolti dall'Islam nell'azzurro mare d'agosto

Osservare un mondo complesso come il Medio Oriente attraverso le lenti dei propri parametri storici e culturali produce solo disastri

Il 14 agosto scorso, Repubblica ha rilanciato in versione tradotta un reportage sul mondo arabo pubblicato dal New York Times.

"Terre spezzate" è un racconto lungo 32 pagine in cui si alternano le memorie e le vite di sei persone provenienti da paesi oggi dilaniati dai conflitti politici, dagli scontri settari e dalle difficoltà economiche conseguenti alla fase storica mediatizzata col nome di "Primavera araba".

Nella sua prefazione, l'autore - Scott Anderson - ha affermato: "Da scrittore con una lunga esperienza in Medio Oriente, inizialmente accolsi con molto favore i rivolgimenti della Primavera araba, ma ora credo che quell'ottimismo fosse eccessivo".

All'epoca delle sommosse popolari che hanno travolto Tunisia ed Egitto, quel favore ed ottimismo furono condivisi dalla stragrande maggioranza degli accademici e giornalisti occidentali. E nonostante il caos che ne è poi derivato, sono ancora numerose le voci saldamente aggrappate a quella flebile speranza. Ne è un esempio quella di Bernardo Valli che nel suo editoriale del 4 settembre scorso sull'Espresso ha affermato: "Penso non abbia del tutto ragione il poeta Adonis quando dice che le primavere arabe sono state portatrici di integralismo religioso. La verità è che sono stati sussulti di modernità sopraffatti dall’ondata fanatica del salafismo e del jihadismo, o repressi dai rais".

È curioso notare come spesso le valutazioni degli osservatori occidentali delle dinamiche mediorientali differiscano totalmente da quelle di chi questo mondo l'ha vissuto in prima persona sin dalla più tenera età. Mi ricordo infatti distintamente di essere stato tra i pochi osservatori, in Italia, ad aver messo in guardia contro le nefaste conseguenze della caduta dei regimi di Mubarak, Gheddafi, Saleh e prima ancora quello di Saddam.

In quest'ultimo caso però l'intervento militare statunitense ha permesso di sensibilizzare efficacemente l'opinione pubblica sui rischi, operazione che non è stata possibile - per ovvie ragioni - nel caso delle rivoluzioni della Primavera araba.

Cosi come avevo profetizzato il caos iracheno e la recrudescenza dell'estremismo jihadista, avevo anche previsto la guerra civile in Libia e l'ascesa del regime dei Fratelli musulmani in Egitto con annesso ritorno dell'esercito sulla scena. Questo purtroppo accadeva mentre sui principali media esperti ed osservatori europei e statunitensi minimizzavano gli avvertimenti. Un noto conduttore televisvo italiano ha persino liquidato gli ipotetici scenari del caos libico che si sono puntualmente avverati con un'espressione che rimarrà negli annali: "Tutte balle". Eppure quelle "balle" erano state anticipate dagli stessi Rais che tutti erano impazienti di rovesciare.

È comprensibile che, essendo parte in causa, le loro voci non fossero ritenute attendibili ma sarebbe stato comunque opportuno ricordare che questi rais - piaccia o meno - conoscevano talmente bene le dinamiche che caratterizzano i propri paesi, e qualcuno fra loro le ha anche abilmente sfruttate, da essere riusciti a rimanere in sella per trenta o quarant'anni (E se non fosse stato per gli interventi militari esterni, probabilmente lo sarebbero ancora).

Anderson per esempio riferisce di un'interessante intervista con Gheddafi nel 2002: "Gli chiesi chi avrebbe tratto vantaggio da un'effettiva invasione dell'Iraq. Prima di rispondere alle mie domande, il dittatore libico assumeva una posa meditativa alquanto teatrale, ma in questo caso la risposta fu istantanea. "Bin Laden", disse. "Non c'è alcun dubbio. E l'Iraq potrebbe diventare una base d'appoggio per al Qaeda, poiché se il governo di Saddam collassasse in Iraq ci sarebbe l'anarchia. Se questo accadesse, l'azione contro gli americani verrebbe considerata jihad". Non è quello che poi è accaduto con Al Qaeda in Irak e poi con l'Isis?

Sul sito della Cnn c'è ancora il monito di Mubarak, risalente al 2003: "Invece di avere un Bin Laden, ne avremo cento". Si tratta dello stesso Mubarak che, come si legge su Wikileaks, aveva avvertito gli Stati Uniti nel lontano 2006 della pericolosità del movimento dei Fratelli musulmani che non è "un'organizzazione religiosa, né un'organizzazione sociale né tantomeno un partito politico, ma una combinazione di tutti e tre". Un movimento "pericoloso" e dalla "doppia faccia", che "ha generato ben undici violenti organizzazioni estremistiche". Un'organizzazione-incubatrice del jihadismo violento quindi, arrivata democraticamente al potere in Egitto con le primavere arabe, e poi estromessa dalla scena politica grazie alle manifestazioni popolari e all'intervento dei militari guidati dal generale El-Sisi.

All'indomani della deposizione del presidente islamista Morsi, la commissione d'inchiesta istituita dal governo britannico per esprimersi sui Fratelli Musulmani arrivò ad alcune conclusioni. Una di queste fu che "I Fratelli Musulmani preferiscono il cambiamento graduale e non violento per motivi di opportunità, basandosi sul fatto che l'opposizione politica scompare non appena il processo di islamizzazione è completato. Essi però sono disposti a tollerare la violenza, compreso di volta in volta il terrorismo, laddove la gradualità non risulta efficace".

Ciononostante, proprio recentemente, il governo di Sua Maestà ha annunciato di essere pronto a concedere l'asilo politico, con procedura d'urgenza, ai leader della Fratellanza perseguitati in Egitto. Come se non bastassero tutti gli islamisti già comodamente residenti nei vari paesi europei dopo essere stati perseguitati dai regimi arabi laici negli anni sessanta e settanta.

Si tratta degli stessi leader che hanno ricreato in Occidente, gradualmente, un microcosmo di moschee, associazioni, coordinamenti che li avrebbe poi favoriti nella successiva (seppur temporanea) presa del potere nei propri paesi di origine. Uno dei segni più evidenti della "gradualità" con cui l'Islam politico si imponeva e si impone tuttora sullo spazio pubblico e sulla scena politico-mediatica, sia in Medio Oriente che in Europa, è la progressiva diffusione del concetto che una donna musulmana per bene debba coprirsi.

Il fatto che la copertura della donna nello spazio pubblico possa tramutarsi in un efficace controllo politico sulla società o le comunità immigrate in Europa sembra lontano anni luce dalla mentalità occidentale. E qui il tema si ricollega alla querelle estiva del burkini. Il modo in cui la questione Burkini è stata affrontata in Occidente, dipinta sui media, giustificata da politici e spiegata dai giornalisti occidentali, ricalca lo schema con cui è stata seguita e spiegata la Primavera araba.

È il sintomo manifesto di una diffusa incapacità di leggere il mondo arabo-islamico liberandosi dei propri paraocchi ideologici. E continuare ad osservare e tentare di spiegare un mondo complesso come quello mediorientale attraverso le lenti dei propri parametri storici e culturali non potrà che continuare a produrre disastri.

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