Salvo improbabili colpi di scena, o rimescolamenti degli equilibri correntizi in seno ai Tories, sarà Theresa May, dopo il ritiro di Andrea Leadsom, a guidare il partito conservatore  e trasferirsi a Downing street al posto del dimissionario David Cameron.

Attuale ministro dell'Interno, tiepida sostenitrice del Remain durante la consultazione referendaria,  May ha il vantaggio di poter contare  sul sostegno di una grande maggioraranza di parlamentari tories, tra cui anche alcuni paladini della Brexit come Boris Johnson e Michael Gove. Non che abbia molti amici, questa donna glaciale e determinata, ma ha sicuramente conquistato nel corso degli anni - anche nel suo partito - il rispetto di gran parte dei suoi colleghi. Il fatto di essersi tenuta a debita distanza dalle polemiche interne ai Tories, preferendo un profilo istituzionale e poco propenso ai colpi di testa, l'ha certamente aiutata nella sua corsa al potere.

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Giunti a questo punto, dopo l'inattesa vittoria del Leave al referendum le dimissioni in serie di Cameron e il passo indietro del suo rivale Johnson, è assai probabile, come prevede il regolamento interno del partito conservatore inglese, che il Comittee dei grandi elettori chiamato a decidere il successore di  Cameron, le consegni a ore o al massimo a giorni le chiavi della leadership, con un voto a larga maggioranza che potrebbe evitare il ricorso alla consultazione degli iscritti.

Pur avendo sostenuto, anche per ragioni di fedeltà alla carica istituzionale che tuttora ricopre, la linea del Remain durante il referendum, Theresa May ha subito fatto sapere che, sotto la sua leadership, «la Gran Bretagna sicuramente uscirà dalla Ue» e che a questo punto «Brexit significa Brexit». Non ci sarebbe più spazio insomma, per questa donna che la stampa tedesca ha già paragonato ad Angela Merkel per  compostezza, determinazione e competenza, per operazioni trasformiste al fine di cancellare in extremis l'esito referendario. Con May la Gran Bretagna uscirà dall'Unione.


Theresa May è una donna che alle dichiarazioni preferisce il lavoro, al femminismo proclamato la prassi di circondarsi nel lavoro di collaboratrici donne, alle intemerate populiste il fare silenzioso lontano dai riflettori

Figlia di un pastore anglicano, dopo la laurea in geografia a Oxford e qualche anno di lavoro alla Banca d’Inghilterra, Theresa May - che è attualmente il ministro dell'Interno più longevo degli ultimi cinquanta anni - è entrata in politica e nel 1997 è stata eletta per la prima volta deputato per la circoscrizione elettorale di Maidenhead, poco a nord di Londra. Ha la fama, come Margareth Thatcher, di essere una donna fredda e dura, come dure sono state le sue posizioni quando ha dovuto affrontare i due temi più scottanti di questi anni: l'allarme terrorismo e l'emergenza immigrazione. Prima di diventare ministro dell'Interno, carica che ha ricoperto per due legislature resistendo per la sua esperienza a tutti i rimpasti decisi da Cameron, May è stata la prima presidente donna del partito conservatore e ministro-ombra della Cultura, dei Trasporti e del Lavoro, tutte cariche che ricoprono un'importanza cruciale nella cultura politica britannica. Non è insomma una donna di primo pelo, né appare come una donna politicamente carismatica o demagogica.

Sobria, anche perfida, poco propensa ai pettegolezzi, Theresa May è una donna che alle dichiarazioni preferisce il lavoro, al femminismo proclamato  la prassi di circondarsi nel lavoro di collaboratrici donne, alle intemerate populiste  il fare silenzioso lontano dai riflettori, senza timore di scontrarsi con i suoi colleghi maschi come quando - da ministro dell'interno - negò al sindaco di Londra Boris Johnson il permesso di usare i cannoni ad acqua che aveva appena fatto acquistare dalla Germania per dotare i cops di uno strumento repressivo senza precedenti. Il suo è un profilo un po' merkeliano e un po' thatcheriano, non nelle politiche economiche, ma nello stile duro e senza fronzoli tipico di tutte le donne d'acciao che si sono fatte largo tra i maschi.

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