Redazione

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"I martiri non muoiono mai, Tahir Elçi è immortale": scandendo queste parole, circa 50.000 persone hanno dato ieri a Diyarbakir, la più grande città curda della Turchia, il loro ultimo saluto al leader degli avvocati curdi, freddato il giorno precedente in un agguato in cui hanno perso la vita anche due poliziotti.

L'avvocato per i diritti umani era da tempo in prima linea nei processi sugli arresti e gli omicidi di civili in Turchia. Il mese scorso era finito in manette per alcune ore con l'accusa di "apologia di terrorismo" dopo aver detto in una trasmissione televisiva di non considerare il PKK un'organizzazione terroristica, come invece ritiene Ankara.

"Anche se alcune delle sue azioni si avvicinano al terrorismo - aveva sostenuto - il PKK è un movimento politico armato che ha delle serie rivendicazioni e beneficia di un grosso sostegno popolare". Dichiarazioni che gli erano valse diverse minacce di morte e avrebbero potuto costargli fino a 7 anni e mezzo di carcere, ma di cui non si era pentito: "Le mie parole non possono essere un crimine".

La bara di Elçi - avvolta nella bandiera rossa, gialla e verde - ha sfilato nelle strade gremite della "capitale" curda, del cui foro locale l'avvocato 49enne era presidente. Durante le esequie di Elçi la moglie Turkan ha ricordato il marito affermando, tra l'altro: "Gli hanno sparato alla nuca e i ramoscello d'ulivo è caduto dalla sua bocca". Il presidente dell'ordine degli avvocati di Turchia, Metin Feyzioglu, ha invitato tutti i presidenti dei fori delle province turche a recarsi a Diyarbakir, perché l'agguato aveva come obiettivo "non solo Elci, ma tutta la Turchia, la nostra unità, la nostra fratellanza". Una visione non condivisa dall'amico di Elci, Eren Keskin, vicedirettore del quotidiano Ozgur Gundem, che ha dichiarato: "L'attacco aveva un obiettivo ben preciso, non tutta la Turchia, ma Tahir Elçi, il Kurdistan e tutti i curdi".

Una giornata di grande dolore, dunque, ma anche di accuse al governo Erdogan e di fermento politico. Se infatti l'omicidio di Elçi è stato definito senza indugi un "delitto politico" dal leader del partito filo-curdo Selahattin Demirtas, secondo una tesi in qualche modo avallata dalle autorità turche l'uomo potrebbe non essere stato davvero l'obiettivo dell'attacco, ma essere rimasto ucciso da una pallottola vagante durante lo scambio di colpi tra polizia e killer. Il primo ministro turco Ahmet Davutoglu ha assicurato che le autorità stanno indagando.

La rabbia dei curdi è però esplosa subito dopo l'omicidio, sfociando sabato in manifestazioni di protesta contro il governo di Ankara a Istanbul e Diyarbakir, dove la polizia ha usato lacrimogeni e cannoni ad acqua per disperdere la folla. Nel corso dell'imponente cerimonia funebre di ieri in molti hanno urlato slogan contro il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, definito "assassino".

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