Taglio dei parlamentari: la lezione ungherese

Non tutti gli emendamenti alla Costituzione di Budapest sono da buttare, ad esempio la riduzione drastica dei deputati da 386 a 200

Budapest. Manifestazione di piazza contro gli emendamenti alla Costituzione voluti dal premier Viktor Orban (Credits: Epa/Tamas Kovacs)

Anna Mazzone

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L'Europa guarda con preoccupazione verso l'Ungheria, dove il premier Viktor Orban ha da poco ritoccato la Costituzione con una serie di emendamenti che restringono il raggio d'azione dei partiti di opposizione, imbavagliano i media e mettono nell'angolo i giudici della Corte costituzionale. Ma ai più è sfuggito un dettaglio non insignificante. Tra gli emendamenti della discordia ce ne è uno che va bene a tutti: il taglio dei parlamentari.

Detto, fatto. Viktor Viktator Orban, il leader del partito conservatore Fidesz, da fiero populista aveva promesso durante la campagna elettorale che se avesse guidato il Governo avrebbe tagliato il numero dei parlamentari, per abbattere i costi della politica e avere un Parlamento più snello. Vincendo con il 53 per cento dei voti e alleandosi con il partito Cristiano democratico, Orban ha raggiunto i due terzi dei seggi in parlamento, che sono sufficienti per apportare modifiche alla Carta costituzionale. Così, il numero dei parlamentari è stato drasticamente tagliato da 386 a 200.

Con la stessa modalità è stata anche cambiata la legge elettorale. Quella nuova, se Fidesz prendesse gli stessi voti del 2010, permetterebbe a Viktor Orban di avere i tre quarti del Parlamento. Ma, al di là di questo, il taglio dei deputati è imponente e ci dice due cose. Prima di tutto, che la Costituzione ungherese è diversa da quella italiana, molto più flessibile, come da volontà dello stesso Orban.

Per il premier ungherese gli emendamenti alla Costituzione sono "necessari" per completare in modo definitivo l'opera di sradicamento dell'eredità comunista del Paese. La nuova Costituzione è entrata in vigore a gennaio del 2012, rimpiazzando la precedente Carta "transitoria" risalente al 1989, anno della caduta del Muro e del collasso dell'Unione sovietica.

La seconda cosa che ci insegna la vicenda ungherese è che sul taglio dei parlamentari non si tratta solo di differenze costituzionali tra Roma e Budapest. Anche la nostra Carta, seppur in modo più laborioso, potrebbe essere emendata in questo senso, ma evidentemente i parlamentari ungheresi hanno mostrato maggiore serietà dei colleghi italiani nel portare avanti quanto promesso ai loro elettori.

Nulla toglieva che dal pacchetto di emendamenti avessero potuto escludere il loro taglio, ma non l'hanno fatto, né la coalizione di governo si è spaccata su questo argomento. 186 di loro alla prossima tornata elettorale resteranno a casa, ma hanno comunque votato per la diminuzione massiccia dei seggi.

Sul fronte italiano, invece, senatori e deputati parlano di riduzione dei costi della politica e di possibile taglio del numero dei parlamentari con l'intenzione di rabbonire quell'ampia fascia della popolazione che chiede la fine dei privilegi e il rigore nelle spese della cosa pubblica. Ma, oltre a parlare sembra proprio che manchi la volontà di mettere nero su bianco la questione e avviare il processo di riforma della Costituzione.

La nostra carica dei 945 (senatori a vita esclusi) dovrebbe prendere lezioni da Budapest. Solo in questo, per carità, ma perché fingere di non vedere che se esiste una reale volontà politica è davvero possibile mettersi a dieta di seggi? Di questi tempi si parla in continuazione di sobrietà. Forse l'Italia si meriterebbe un Parlamento più "sobrio", anche nei numeri.

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