Stefania Berbenni

-

Rivoluzione o strategia per una Chiesa in rovina?». La scritta appare di continuo, a flash, in basso sullo schermo come se fosse la notizia dell’ultima ora, e invece è il titolo che la Cnn (edicíon español), seguitissima in Argentina, ha scelto per fare il punto sull’operato di Papa Bergoglio. Gli argomenti non mancano: il Giubileo, la seconda Vatileaks, le ultime esternazioni del pontefice, cui si aggiunge l’arrivo al potere di Mauricio Macri, liberal convinto, dopo 12 anni di kirchnerismo.

Da Buenos Aires Roma dista 12 mila chilometri sulla carta, ma è molto vicina per gli argentini che si sono ritrovati "quel prete cui piace essere prete" (parole del Papa) sul soglio di Pietro: amano vedere il loro ex vescovo bere il "mate" quando glielo offrono e saperlo argentino nell’anima, l’unica dove una sana partigianeria abbia legittimità. Per tutti ora è "Francesco", "Fransisco" per l’esattezza, mentre prima era Bergoglio. Adesso è dentro lo spirito della nazione, mentre prima era solo il vescovo di Buenos Aires, opaco nell’immaginario collettivo per via (o per colpa) dell’indole schiva e modesta.

In abito bianco, invece, è tutta un’altra musica. Il Papa troneggia in ogni edicola dove il suo manifesto è in vendita per pochi pesos; nel quartiere più turistico della città, la Boca, la sua effige è a dimensioni reali, anche se di cartapesta: l’hanno piazzata fuori da un negozio, di fianco a quella di Diego Armando Maradona, e i turisti si fanno un selfie abbracciandola. In un grande bazar, la veste candida spicca fra le bancarelle che vendono magliette delle squadre di calcio e presunte anticaglie. Nelle case di diplomatici e politici il loro compatriota famoso è dentro una cornice d’argento, in ricordo della visita a Roma, fatta dopo quel fatidico 13 marzo 2013.

Ma soprattutto il Papa è sui muri, su tanti muri: soprattutto nei quartieri negletti, ma anche in quelli medio borghesi. Sono murales disegnati da mani ignote, dove il suo volto è sorridente, circondato da ragazzini che giocano a pallone, da case traballanti, da poveri. La città ha anche organizzato il "Papa tour": tre ore in giro per i quartieri toccati dalla vita del pontefice,guardando le scuole che ha frequentato, il suo seminario, le case, le chiese, tutte nobilitate da targhe-ricordo del santo passaggio. Il giro parte dalla Basílica San José de Flores, dove l’allora diciassettenne Bergoglio si fermò per confes- sarsi: gli amici lo aspettavano nella vicina stazione per una gita. Invece lui s’inginocchiò per pulire l’anima: "Il Signore mi guardò con misericordia, mi scelse", ha detto ricordando l’episodio. Per chi crede nel potere spirituale degli oggetti, come l’amico scrittore Jorge Luis Borges, sappia che è il secondo confessionale a sinistra, massiccio, di legno. In tanti lo onorano, accarezzandolo, fermandosi a dire una preghiera, perché sanno che da quell’inginocchiatoio è partita una storia da film (e infatti ne hanno già girati due).

Bergoglio vescovo e Papa Francesco: sono due figurine di un album, stanno vicine, sono molto simili, non uguali. Il ritratto che Francesca Ambrogetti (per anni presidente della stampa estera a Buenos Aires) fa dei due è asciutto, forte; con Sergio Rubin ha scritto un libro intervista, tradotto in 20 lingue, frutto di tre anni di lavoro e di altri sei per convincere l’allora vescovo a parlare (Il gesuita. Il Papa si racconta, Salani editore): "Lui è un prete da battaglia. Non guarda, vede. Non sente, ascolta. Ha fiducia nella gente e profondo rispetto per l’altro. Con il lusso non è mai andato d’accordo. È umile. Non vuole privilegi. Ha stupito Roma, non noi che lo conoscevamo. Da quando è Papa, sorride di più: qui era più serio, soli- tario". E aggiunge: "Gli argentini non lo avevano capito, colpa del basso profilo che teneva".

In Argentina "Fransisco" usava i mezzi pubblici, in aereo viaggiava sempre in economy pagando il dazio ad una sciatica dolorosissima; si rifaceva il letto da solo, avevascelto una piccola stanza mentre avrebbe avuto diritto a un appartamento ampio; vestiva un clergyman scuro e non la tonaca cardinalizia; amava stare in mezzo agli ultimi, battezzava i figli di prostitute, di emarginati, dei "cartoneros", il popolo dei raccoglitori di rifiuti nei cassonetti. Andava a trovare le famiglie dei desaparecidos. Era già "chiesa povera dei poveri".

A Roma ha scelto la residenza di Santa Marta, ha scansato lussi, privilegi, niente scarpe rosse, né simboli d’oro, vorrebbe addirittura girare per strada da solo, salire su un autobus. Visita carceri, incontra anche lì gli ultimi della Terra, predica la solidarietà.

A Buenos Aires, le favelas si chiamano "villas": stessa disperazione umana, fatta di esclusione, vite violate, fiducia da ricostruire. Padre Gustavo Carrara ne gestisce una che ospita 250 mila persone registrate («Ma in realtà sono almeno 350mila» dice), molti stranieri, quasi tutti giovani.

Case a metà, strade non asfaltate, mamme-bambine, giovani inquieti. La povertà si respira, passa sotto la pelle, pizzica. È la Gomorra di Buenos Aires, dove si spaccia il "paco", la droga dei poveri, uno scarto della cocaina che costa poco; il giorno prima della visita di Panorama, due bande rivali si sono sparate e un ragazzo è morto.

"Quando Bergoglio fu nominato vescovo eravamo otto preti da strada" dice padre Gustavo. "Oggi siamo 23. Lui ci ha molto aiutato.Ha dato impulso alla questione sociale, rivendicando la dignità per ogni persona. Veniva qui regolarmente. Se avevo un problema, lo chiamavo e in una settimana lo risolveva. È stato per me un appoggio, un amico. Papa lui? Non si aspettava di vestire l’abito bianco, aveva prenotato una stanza in una residenza nel quartiere dove era nato. Si stava ritirando. “Sto preparandomi a quando Dio mi chiamerà”, mi ha detto un giorno. Aveva cominciato a regalare i libri della sua biblioteca, e per un sacerdote la biblioteca è significativa. Sono convinto che viva la sua nomina a Papa come una missione. Quello che sta facendo ora a Roma non è diverso da quello che faceva prima qui. È chiaro che il suo ritornare a Gesù, alla semplicità e alla misericordia, trovi la resistenza di molti".

A padre Gustavo, Bergoglio manca molto. Manca a tanti, persino al barbiere dove il pontefice era solito andare: il signor Mario, pizzetto e poche parole: "Veniva per fare i piedi e talvolta i capelli. E certo che pagava!". In vetrina troneggia un grande cartello: "È un orgoglio aver avuto come cliente per 20 anni Papa Francesco".

Chi patisce molto la lontananza del "parroco del mondo" è Sergio Sanchez, leader dei cartoneros, di coloro che bloccano il traffico cittadino spingendo a mano i grossi carrelli appesantiti dai rifiuti selezionati nei cassonetti, destinati al riciclo (con compenso) o a diventare oggetti d’artigianato.

Qualche anno fa Sanchez ha fondato il Ctep, un ibrido di associazione, sindacato, onlus: ha cercato di unire le forze dei deboli, di organizzare emarginati, emigranti e clandestini reclamando per loro dignità e aiuti. E l’allora vescovo, gl è sempre stato vicino. "Veniva a battezzare i bambini. A benedire, a parlare con i ragazzi, ad aiutare. Quando una nostra famiglia è bruciata viva in una casa-baracca, ha celebrato una messa. E si è commosso. L’unica volta in cui l’ho visto con le lacrime". Due mesi fa, Sanchez ha preso un volo per Roma con il figlio appena nato: "L’ho chiamato Francesco. E il Papa l’ha battezzato".
La moglie di Sanchez è di nuovo incinta: "Di una bambina. Già deciso: Francesca". Ricorda l’incontro in Vaticano: "Mi ha chiesto come va qua, con l’inclusione sociale, il lavoro. E siccome gli ho raccontato di alcuni ragazzi in fase di riabilitazione dalla droga, lui ha scritto loro una lettera per infondere coraggio. Capisce che uomo è? Lui non ha paura di niente e di nessuno. L’unico suo referente è Dio".

Si sente "orfano" Federico Wals, per sei anni responsabile della comunicazione della diocesi. Quando nel marzo 2013 non ha visto tornare il suo vescovo da Roma, gli ha scritto una lettera. E il nuovo Papa lo ha chiamato: "Come stai? Tutto bene?". Wals quasi si commuove, ricordando: "Mi manca la possibilità di parlare con lui. Diceva poche parole, ma perfette, profonde. Trattava i media senza fare distinzioni fra la più importante tv o il piccolo giornale. Non voleva comparire. Ha rilasciato pochissime interviste. Spesso, passando dal mio ufficio, mi allungava un’immaginetta di San Giuseppe o di Santa Teresita, o della Vergine che scioglie i nodi".

È da romanzo la storia di questa Vergine, un quadro da sempre oggetto di devozione. Il primo capitolo di questa "storia" vede il giovane Bergoglio andare ad Amburgo dove La Vergine che scioglie i nodi è conservata: è una tela di mano anonima e di fattura non eccelsa. Eppure il gesuita ne rimane colpito, vi legge tutta la simbologia del caso: i nodi della vita e la Madonna che li schiude con le sue mani. La tesi di Austin Ivereigh, studioso e biografo del Papa, è che lo stesso Bergoglio fosse alle prese con un nodo intimo, dolorante: il voto di obbedienza contro l’innata spinta a fare, a essere condottiero. La storia con- tinua: una volta rientrato in patria, Bergoglio chiede di realizzare quattro copie del quadro e l’8 dicembre 1996, giorno dell’Immacolata, una di queste viene benedetta e posta nella chiesa di San José del Talar. È il vescovo a volerlo. È lui ad onorare la ricorrenza ogni anno, è lui il testimone della crescente venerazione popolare.

Oggi San José del Talar è una piccola Lourdes argentina: "Sono qui per mio nipote, perché finisca gli studi" dice una nonna in fila da più di un’ora. "Io per la salute della bambina" mormora una donna, e indica la ragazzina al fianco, segnata dalla malattia. "Io per il lavoro, l’ho perso". "Per la famiglia in generale", confida una ragazza. "Vengo ogni 8 dicembre. Non ho mai chiesto nulla alla Vergine, ma quest’anno mi hanno scoperto una brutta malattia".

E mentre qui il serpentone di gente, paziente sotto uno sole da 30 gradi, aumentava a ogni ora, a 12 mila chilometri di distanza Bergoglio stava per aprire la Porta santa a San Pietro: stesso momento, diversa latitudine. Tutti a chiedere, Papa e argentini in coda, la stessa cosa: misericordia. Tutti speranzosi di sciogliere i nodi.
Quelli di Papa Francesco sono tanti, noti. "La Curia romana non accetta la Chiesa povera per i poveri. Quel che sta facendo Sua santità è una rivoluzione inaspettata" riprende Federico Wals.

Ma è Juan Carlos Scannone, intellettuale gesuita, esponente della teologia del popolo e amico fraterno del vescovo di Roma, a fare un elenco tagliente dei nodi d’anime e di soldi, di dottrina e di pastorale che Bergoglio ha da affrontare: "La distanza fra ricchi e poveri, il cambio climatico, le risorse: credo si debba identificare una forma di globalizzazione alterna- tiva a quella attuale" dice. "Pensando alla Chiesa invece mi viene da dire: la conversione missionaria contro la mondanità attuale mettendo al centro i poveri; la riforma della curia romana e di altre strutture della Chiesa; il dialogo interculturale e religioso, soprattutto con l’Islam".


E allora, ecco che si possono rileggere in controluce i viaggi del Papa a Gerusalemme, in Kenya, a Cuba; i moniti ripetuti per la pace contro "la guerra a pezzi"; il richiamo, soprattutto dopo la strage di Parigi, a trovare i punti di contatto fra le diverse religioni evitando violenze in nome di vessilli e credi. E l’importanza di sanare la "Chiesa in rovina", come titolava la Cnn argentina, magari facendo proprio la rivoluzione. Un’impresa ciclopica per un uomo che i cardinali "sono andati a prendere alla fine del mondo" (ricordate le prime parole pronunciate da Francesco, appena eletto, alla piazza romana gremita?).

Marcelo Figueroa, fra i massimi esponenti della chiesa protestante, amico e sodale, alter ego religioso di Bergoglio a Buenos Aires assieme al rabbino Abraham Skorka, ha una sua tesi precisa; per lui, le due figurine sull’album, sono quasi uguali: "È il mio amico vestito di bianco. È il referente spirituale e morale del mondo perché crede profondamente nel dialogo interreligioso. È il ponte con i musulmani che non vogliono il fondamentalismo. Gli spetta un compito molto duro e ne è conscio. Ma ha un’idea lucida, impressionante, spirituale e visionaria del mondo e della chiesa dei prossimi 50 anni. Sa che deve fare in fretta per cambiare le cose. Ha molti i fronti aperti: la Chiesa, lo scenario geopolitico, l’uomo contemporaneo, l’economia. Però, attenzione, di qualunque cosa si parli, la sua è sempre una visione spirituale".


In pullman per il "Papa tour"

Si toccano 23 luoghi uniti dal solo fatto di aver visto la presenza di Bergoglio. La casa natale, la scuola, la chiesa dova ha sentito la chiamata di Dio, i luoghi della sua attività da vescovo.
È il "Papa tour", anzi il Circuito Papal, un giro in pullman per la Capitale argentina con un eccellente relatore che spiega i vari passaggi. La visita guidata è gratuita
e organizzata dal Comune di Buenos Aires. Per partecipare occorre iscriversi all’indirizzo email: circuitopapal@buenosaires.gob.ar. Dato l’elevatissimo flusso di prenotazioni, è consigliabile riservarsi un posto per tempo.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Papa Francesco e il Patriarca di Mosca: perché sarà un incontro storico

Il primo vertice tra il Pontefice e Kirill avverrà il 12 febbraio a Cuba, avverando così il sogno di Giovanni Paolo II

Commenti