Sui migranti si discuta in Europa, non sui social

La morale provocatoria di Macron non si combatte a colpi di meme o con slogan elettorali. Ma al tavolo negoziale con argomenti, dialettica e visione

Matteo Salvini

Il ministro degli Interni Matteo Salvini - 13 giugno 2018 – Credits: ANSA/ETTORE FERRARI

Alessandro Turci

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Emmanuel Macron ha sbagliato, non c’è dubbio, perché poteva risparmiarsi l’uscita sull’Italia cinica e irresponsabile. Ma quella dichiarazione, e le successive mancate scuse, nascono da oggettive questioni politiche aperte, che non sarà facile risolvere nel breve periodo.

Il primo errore di Macron è stata l’ipocrisia. Cioè parlare a Matteo Salvini per farsi intendere da Marine Le Pen. Macron ha ragione quando dice che la mossa del preoccupante sodalizio Salvini-Toninelli strumentalizza 629 vite umane a fini politici, ma lui fa lo stesso, cercando di giocare d’anticipo sul piano interno, rispetto alla sua acerrima rivale MLP, alleata di ferro di Salvini in Europa.

D’altronde anche i nazionalisti corsi, solo ieri, hanno offerto (in aula? No, via Twitter: ormai questo è il mesto spartito…) accoglienza all’Aquarius in un porto dell’isola, evidentemente strumentalizzando a loro volta i 629 migranti ai fini interni, cioè nel braccio di ferro mai risolto tra Corsica e Parigi per l’autonomia.

All’unanimità la stampa e i social hanno ricordato alla Francia e a Macron i recenti morti di Bardonecchia, le violazioni del diritto italiano nella medesima località, i respingimenti in massa a Ventimiglia e i porti francesi sigillati a qualsiasi nave con carico di migranti. Tutte cose verissime, alla quali si può aggiungere il mancato rispetto della parola data da Parigi sulla ripartizione delle quote di migranti già arrivati in Europa: la Francia non è l’Ungheria di Orban, ma certo non ha mantenuto gli impegni presi.

Le differenze

Eppure l’Italia, dalla Francia, deve anche imparare. Parigi come Berlino (e si badi che la Germania, come noi, ha un modesto passato coloniale) adottano da anni vere politiche d’integrazione. Questo significa concretamente che le loro ambasciate in Africa, e non solo, hanno un protocollo di visti per lavoro, studio e ricongiungimenti. L’Italia no. L’Italia è ferma alla Bossi-Fini (una legge medievale), e di conseguenza nel nostro paese è molto difficile entrare da migranti regolari.

Inoltre l’Italia, anche quella progressista, si porta dietro una clamorosa tara culturale sui migranti: ossia il loro essere strategici per la nostra economia. Troppo poco, se vogliamo parlare d’integrazione reale devono diventare strategici anche per la nostra società. In altre parole: sostenere che senza di loro le fabbriche o gli ospedali chiuderebbero nasconde un pregiudizio razziale. Gli stranieri, come accade in Francia, in Germania o in Gran Bretagna, non devono essere relegati alla catena di montaggio o al ruolo di badanti, ma devono poter aspirare a diventare avvocati, professori, medici, artisti e politici.

Il bisogno di integrazione

La ghettizzazione degli stranieri è alla base della paura dei migranti. Su questa paura, alcuni partiti hanno poi speculato e continuano a speculare. Certo, anche in Francia la realtà delle banlieue metropolitane è nota, e l’emarginazione della comunità magrebina rischia di cronicizzarsi, con ricadute nella radicalizzazione islamica. Ma la risposta è sempre e solo una: integrazione. Più la società è aperta, più l’ascensore sociale funziona, meno gli stranieri saranno un problema o un rischio per la coesione collettiva.

Infine, l’Italia della politica e della diplomazia costretta alla provocazione sulla pelle di 629 migranti, per usare le parole di Macron, rifletta sul perché in Europa non è riuscita a farsi ascoltare in questi anni. Cattiva fede dei partner europei a mediocrità negoziale dei nostri rappresentanti? C’erano diverse vie per alzare la voce a Bruxelles senza arrivare al ricatto dell’Aquarius: questa debolezza è ben chiara a Macron e su questa ha puntato non offrendo scuse e anzi dandoci dei provocatori.

In conclusione, la doppia morale provocatoria di Macron, insita in tutte le cariche di quel livello, non si combatte a colpi di meme sui social o a slogan elettorali. Men che meno con cinici ricatti. Ma al tavolo negoziale con argomenti, dialettica e soprattutto una visione.

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