Almeno 300 morti, forse di più. È il bilancio ancora provvisorio degli scontri degli ultimi due giorni a Juba, capitale del Sud Sudan, tra le forze fedeli al presidente Salva Kiir e quelle che appoggiano il primo vicepresidente Riek Machar. I combattimenti proseguono nei pressi delle caserme della città e vicino a una base dell'Onu, il giorno dopo il quinto anniversario dell'indipendenza dello Stato più giovane del mondo.

L'origine del conflitto è di natura tribale: gli sconti infatti sono fra l'etnia Dinka (fedele al presidente Kiir) e quella Nuer, alleata del vicepresidente Machar.

L'appello dell'Onu

Stanotte si è riunito il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che ha votato all'unanimità una dichiarazione in cui si chiede l'immediata cessazione delle violenze,ed  è già arrivato l'appello del segretario generale Ban Ki-moon a Kiir e Machar di fare quanto possibile per far cessare "questa insensata e inaccettabile violenza che ha il potenziale di far regredire i progressi fatti finora nel processo di pace". Ban, che si è detto "scioccato e inorridito" dalla violenza degli scontri e ha chiesto "azioni determinate" per riprendere il controllo della situazione, ha confermato che basi dell'Onu e siti di protezione dei civili sono rimasti presi nel fuoco incrociato.

Una giovane indipendenza

Il 9 luglio 2011, a seguito con un referendum passato con il 98,83% dei voti, il paese si è reso indipendente anche se permangono grandi conflittualità con il nord che, nel dicembre 2013 hanno hanno portato a un tentativo di colpo si stato. "La nazione più giovane del mondo, al momento è uno dei paesi con i livelli più alti di migrazioni forzate a causa del conflitto. Ogni 4 cittadini sudsudanesi, almeno uno è uno sfollato interno o un rifugiato nei paesi confinanti. Questo significa circa 2.6 milioni di rifugiati, in un paese la cui popolazione nel 2013 era di 11.3 milioni di abitanti. La grande maggioranza sono bambini" si legge in una nota dell'Unhcr in cui l'organizzazione dell'Onu per i rifugiati esprime grande preoccupazione per la "continua violenza in molte zone del paese e i conseguenti spostamenti forzati delle persone sudsudanesi, dentro e attorno la regione". "I civili del Sud Sudan continuano a subire le conseguenze del conflitto armato. Gli scontri sono frequenti, l'insicurezza alimentare cresce e le condizioni economiche deteriorano. Entrambe danno una prospettiva poco incoraggiante del futuro del paese" prosegue l'Unhcr.

Il dramma dei rifugiati

Nonostante gli accordi di pace abbiano posto fine formalmente alla guerra civile ad agosto del 2015, il conflitto e la instabilità si sono distese in aree prima non colpite precedentemente nelle regioni dell'Equatoria e Bahr al-Ghazal. Il mese scorso, scontri mortali a Wau hanno provocato la morte di oltre 40 persone, mentre 35.000 sono state costrette a fuggire dalla proprie case. Conflitti come questo appartengono ad una tendenza che ha prodotto quest'anno nuovi flussi di rifugiati. Nonostante le sfide, il Sud Sudan - ricorda l'Unhcr - ospita oltre 272.000 rifugiati, soprattutto dal Sudan (251.000), e un numero minori di rifugiati provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo (14.799), l'Etiopia (4.400) e la Repubblica Centrafricana (1.878). Quest'anno il paese ha vissuto l'arrivo di circa 9.000 nuovi rifugiati come risultato del conflitto negli stati del Kordofan del Sud e il Blu Nilo. I paesi circostanti continuano a tenere le frontiere aperte per i rifugiati sudsudanesi, e al momento vediamo grande impegno da parte delle comunità ospitanti. Dal 2015, 22.000 individui sono fuggiti gli scontri nell'Equatoria Occidentale nelle parti più remote della Repubblica Centrafricana e la Repubblica Democratica del Congo. In entrambi paesi, l'insicurezza e le difficoltà logistiche stanno colpendo l'accesso all'assistenza umanitaria. Nel frattempo, il Sudan ha ricevuto il numero più alto di rifugiati sudsudanesi quest'anno. Con 231.581 rifugiati, è ora il secondo paese con più domande di asilo dopo l'Etiopia (285.356). Seguono l'Uganda (229.006) e il Kenya (103.173). Nel complesso, la risposta umanitaria è gravemente carente a causa di un severo sotto finanziamento. L'UNHCR insieme a 42 partner non-governativi avrebbe bisogno di 573 milioni di dollari per i programmi di protezione e assistenza di rifugiati. L'appello di varie agenzie è stato finanziato solo per il 17% (85.4 milioni) ed esse sono costrette a privilegiare le risposte di emergenza e le attività di assistenza salva-vite. Come risultato, l'acqua, i servizi igienico-sanitari e l'accesso al riparo nella maggior parte dei paesi di asilo sono sotto gli standard internazionali, il che aumenta il rischio di insorgenza di malattie.

Gli italiani nel Paese

Un appello è giunto anche dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. "#Juba. Di nuovo in guerra civile in Sud Sudan. Italia chiede di far tacere le armi" ha scritto in un tweet il capo della diplomazia italiana sottolineando che l'Unità di crisi della Farnesina è "in contatto con i nostri connazionali" presenti nel Paese africano. 

© Riproduzione Riservata

Commenti