Strage Isis a Baghdad: Ramadan insanguinato per l’Iraq

Lo stato islamico risponde alla perdita di Falluja con un nuovo violento attentato. Le possibilità di far convivere sciiti e sunniti sono nulle

Alfredo Mantici

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Per Lookout news

Il 30 giugno la rete televisiva del Qatar Al Jazeera, notoriamente vicina ai sunniti iracheni, nel dare la notizia della liberazione di Falluja – la città simbolo della resistenza sunnita contro gli americani, occupata fin dal gennaio del 2014 dai miliziani del Califfato – da parte delle truppe del governo di Baghdad appoggiate dall’aviazione USA e dalle milizie iraniane, si chiedeva: “Falluja liberata. E adesso?”.

 La risposta è arrivata nella serata di domenica 3 luglio, quando il più grave attentato compiuto in Iraq negli ultimi anni ha devastato a Baghdad il distretto sciita di Karrada, uccidendo oltre 240 persone che affollavano le strade per festeggiare la vigilia della fine del Ramadan, il mese sacro di preghiere e di digiuno che accomuna sunniti e sciiti in un unico impegno religioso.

Iraq, perché l'Isis sopravviverà dopo Falluja



La difficile riconquista di Falluja
La battaglia di Falluja era iniziata alla fine di maggio, quando le forze speciali irachene e le milizie sciite raccolte nella Forza Popolare di Mobilitazione tagliarono i collegamenti tra la città e la capitale stringendola in un assedio sempre più tenace. Nonostante l’ampio uso di camion bomba condotti da autisti suicidi, i combattenti dell’ISIS sono stati costretti a cedere terreno di fronte ai carri armati iracheni e dopo aver subito forti perdite – si è trattato di una battaglia in cui non si prendevano prigionieri – i pochi miliziani superstiti sono fuggiti verso nord, tentando di raggiungere Mosul, che resta l’ultima città strategica (è la seconda città irachena) nelle mani del Califfato.

 

Falluja è una città sunnita e la sua popolazione, almeno all’inizio, aveva accolto con favore le truppe dell’ISIS viste come “liberatrici” dall’oppressione del governo a maggioranza sciita di Baghdad. Per questo motivo i comandanti militari iracheni, all’inizio dell’offensiva, avevano annunciato che le milizie sciite sarebbero state tenute fuori dai confini della città per evitare un aumento delle tensioni interreligiose e per scongiurare vendette sommarie e rappresaglie contro la popolazione residente sunnita.

 

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Nulla di tutto questo è successo: dal 26 giugno i miliziani governativi sciiti sono entrati nella città e appena hanno preso il controllo dei quartieri del centro hanno bruciato i vessilli neri dell’ISIS. Ma non solo. Hanno anche subito ammainato le bandiere nazionali irachene per issare quelle simbolo della loro fazione religiosa e si sono dedicati a un saccheggio sistematico delle abitazioni abbandonate dalla popolazione in fuga. Secondo fonti locali le violenze contro i sunniti di Falluja sono poca cosa se paragonate alle vendette e alle devastazioni perpetrate dalle milizie sciite dopo la riconquista di Tikrit, strappata dalle truppe governative al Califfato nell’aprile del 2015. Nella città natale di Saddam Hussein i miliziani fedeli al governo di Baghdad si sono abbandonati a violenze contro la popolazione sunnita per vendicare le esecuzioni di centinaia di prigionieri iracheni sterminati sotto gli occhi delle telecamere dai soldati del Califfato.

 

Sciiti contro sunniti, convivenza impossibile
Forse a Falluja, come assicurano i portavoce governativi, i soldati sciiti sono stati tenuti sotto controllo dai comandanti militari. Ma resta il fatto che la riconquista della città, se per Baghdad e per il premier Haider Al Abadi rappresenta un indubbio successo militare, non costituisce però un successo politico strategico perché non lascia intravedere alcuna prospettiva di soluzione del problema di fondo lasciato in eredità all’Iraq dall’occupazione americana, vale a dire quello della possibilità di convivenza civile tra la maggioranza sciita del Paese e quella minoranza sunnita diventata classe dirigente durante i trent’anni di dominio del partito Baath.

 

Non dimentichiamo che l’ISIS nasce dalle ceneri della cerchia degli intimi di Saddam Hussein quando, dopo sette anni di governo sciita – insediato grazie all’imposizione da parte degli americani di un modello di democrazia occidentale che non teneva in alcun conto della realtà del Paese – i sunniti tentarono la costituzione di un’entità politico-militare separata che li rendesse indipendenti dalla dominazione sciita.

Il principale problema nell’Iraq di oggi è proprio questo: quali che siano le alterne vicende militari di quella che ormai è una vera e propria guerra civile, le possibilità di una convivenza pacifica tra il 65% degli sciiti, il 30% dei sunniti e il 5% dei cristiani, sono praticamente nulle. E così alla perdita di Falluja i sunniti del Califfato hanno risposto con l’ennesima strage di sciiti del 3 luglio a Baghdad, segnando un’ulteriore tappa di un confronto politico e religioso che difficilmente potrà trovare una soluzione militare.

 

Le forze di Baghdad puntano a Mosul
Dalla riconquista di Tikrit a quella di Ramadi e Falluja, il processo di stabilizzazione dell’Iraq non ha fatto alcun passo avanti e il governo di Al Abadi continua a mostrarsi incapace di tradurre i successi militari in progressi politici, mentre il Califfato, forte del sostegno della popolazione sunnita, risponde alle sconfitte sul terreno con attentati sempre più sanguinosi.

 Ora siamo alla vigilia dell’offensiva per la riconquista dell’ultima roccaforte dell’Isis in Iraq, Mosul. Possiamo essere certi che, grazie anche al supporto aereo americano e al sostegno iraniano, i governativi riusciranno prima o poi a riprendere il controllo della città. Ma possiamo essere altrettanto certi che lo Stato Islamico, sia pur sconfitto sul campo di battaglia, farà sentire ancora a lungo – in Iraq e all’estero – tutto il peso della sua spietata capacità di azione terroristica e, quel che più conta, della sua capacità di attrazione e di manipolazione del “popolo” sunnita in tutto il Medio Oriente.

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