Storia di un cecchino curdo, nemico giurato dell'Isis

Tra i Peshmerga è ormai una celebrità per aver ucciso 260 jihadisti. Rientrato dalla Norvegia è il combattente più ricercato dal Califfato

Le armi dei Peshmerga curdi in Iraq

Kure, Regione autonoma del Kurdistan iracheno, 12 settembre 2015. – Credits: SAFIN HAMED/AFP/Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news


Dall’Europa non giungono solo i foreign fighters per combattere al fianco del Califfato nel teatro di guerra siro-iracheno, attirati dalla chiamata al Jihad. A volte, arrivano anche i loro più convinti avversari. È questa la storia di Muhammad Ali Karim, un cecchino curdo-iracheno che oggi combatte a fianco delle milizie Peshmerga, le forze armate dello stato autonomo del Kurdistan iracheno, schierate contro lo Stato Islamico nel nord dell’Iraq.

 Grazie ai risultati ottenuti sul campo, la fama di Muhammad Ali Karim è cresciuta fino a essere soprannominato “Hama (Muhammad) Rambo”, o meglio “Capitan Rambo”. L’epiteto gli è stato affibbiato dopo che con il suo fucile di precisione avrebbe ucciso in battaglia, sinora, 260 militanti del Califfato. Ragion per cui è diventato a sua volta un bersaglio per lo Stato Islamico, che su di lui ha messo una taglia che cresce di valore mese dopo mese.

Muhammad Ali Karim è nato nel 1977 in quel territorio mai ufficialmente riconosciuto del Kurdistan e, dunque, secondo il passaporto è un cittadino iracheno. Suo padre, arruolato prima di lui come cecchino dai Peshmerga, ha combattuto contro il vecchio regime di Saddam Hussein, e ha quindi trasferito al figlio le tecniche di guerra insegnandogli a divenire un abile tiratore scelto, figura preziosissima in un contesto bellico come quello iracheno, dove spesso si combatte casa per casa, strada per strada, metro per metro, e dove i cecchini spesso riescono a fare la differenza.

 

Muhammad Ali Karim
(Muhammad Ali Karim/FACEBOOK)

 

L’opera dei cecchini in guerra
Si veda, ad esempio, come i tiratori dello Stato Islamico sono stati in grado di tenere testa per settimane a truppe dieci volte più numerose, in importanti battaglie come quella di Ramadi, Tikrit, o nella siriana Kobane o nella Sirte libica. Lo stesso accade in questo momento a Mosul, in procinto di cadere proprio sotto i colpi di uomini come Muhammad Ali Karim, ma dove la guerriglia comporta per gli assedianti un altissimo numero di vittime.

 Muhammad Ali Karim attualmente ricopre il ruolo di tenente nell’Unità 70, una delle tre Brigate formate nel 2015 dai curdi appartenenti al Partito Democratico del Kurdistan e all’Unione Patriottica del Kurdistan, un tentativo più o meno riuscito di unificare alcuni gruppi curdi un tempo rivali. L’Unità 70 oggi non partecipa all’assedio di Mosul, ma è stata impiegata nelle settimane precedenti nella provincia di Ninive per liberare i villaggi in mano al Califfato.

 Il cecchino “Rambo”, oggi quarantenne, ha vissuto per breve tempo in Norvegia ma nel 2014, quando Abu Bakr Al Baghdadi ha lanciato la sfida al mondo intero e le sue milizie hanno conquistato e brutalizzato intere regioni di Siria e Iraq – Kurdistan compreso – ha deciso di fare rientro nella terra d’origine e unirsi alla lotta contro lo Stato islamico: «Non appena hanno invaso il mio paese sono tornato in Kurdistan per distruggere questo male – ha dichiarato in una recente intervista – voglio ucciderli, sbarazzarmi di loro, perché non sono umani, sono il male».

 

La violenza nelle parole
Sembra di sentire le parole del più famoso cecchino statunitense Christopher Scott Kyle, soprannominato “il diavolo di Ramadi”, il Navy Seals che si distinse nella guerra d’invasione americana in Iraq e autore del discusso libro American Sniper (a quota 255 “cattivi” uccisi). Come per la sua, anche la storia di Muhammad Ali Karim gode di grande popolarità presso i combattenti curdi e sciiti, e ha assunto i toni della leggenda.

 

Resta il fatto che l’esaltazione di simili soggetti e delle loro imprese violente, sono pur sempre un fatto discutibile. Seppure servono al morale delle truppe in combattimento, diverso è la loro glorificazione, che può preludere all’apologia e al concetto secondo cui uccidere un nemico è sempre lecito.

 Frasi come «premo il grilletto. Il fucile rincula come il proiettile lascia la canna. A un chilometro di distanza il bersaglio cade a terra, morto. La sua morte è una cosa buona», come ama dire “Rambo”, si prestano infatti a molte interpretazioni e distorsioni. Dato che l’esaltazione della violenza non è propriamente la ricetta giusta per risolvere situazioni conflittuali e che, come vuole il proverbio, la violenza genera altra violenza, sarebbe bene limitare l’entusiasmo.

I soprusi sulla popolazione
Scott Kyle era stato raggiunto da polemiche per alcune frasi del libro biografico, in cui affermava di essere era fermamente convinto che chiunque venisse ucciso fosse appunto «un cattivo». Stessa cosa pensano oggi molti dei Peshmerga che, dopo aver cacciato dai villaggi occupati gli uomini dello Stato Islamico, si danno a ritorsioni contro la popolazione residente sunnita.

 Questo è uno dei maggiori pericoli segnalati dalle autorità americane tanto quanto irachene, che temono comprensibilmente che dopo la sconfitta del Califfato, le forze vincitrici possano rifarsi sui cittadini, che dunque diverranno doppiamente vittime. Come già accaduto in precedenza, ciò potrebbe in seguito portare a nuovo odio e a nuovi conflitti, condannando l’Iraq o quello che ne resterà, a una spirale di violenza senza fine.

 Del resto, proprio il finale tragico dell’eroe americano Christopher Scott Kyle dovrebbe insegnare qualcosa: sopravvissuto a una delle guerre più difficili per gli americani, è deceduto in un poligono di tiro negli Stati Uniti, vittima non di un jihadista, ma di un commilitone che soffriva di disturbo da stress post-traumatico.

 
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