Esteri

Steve Bannon e l'America profonda: verso il "grande salto"

Lo scambio di "affettuosità" tra il presidente Usa e il suo ex capo della strategia è anche il segno di una nuova destra sempre più forte

Steve Bannon

Alessandro Turci

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Se, come insiste pedante il saggio, dal dito passiamo a osservare la luna, finiremo per trovarla ma, bella scoperta, sarà nera.

Il botta e risposta tra Donald Trump e Steve Bannon infatti non è solo l’ennesimo capitolo della soap opera intitolata Russiagate, ma la riprova che la vicenda dell’ex capo strategia della Casa Bianca non è ancora finita o meglio, è solo all’inizio.

Bannon è infatti il principale esponente di una galassia che – galvanizzata dal potere del giornalismo digitale – negli ultimi anni ha dato voce crescente alla destra americana e che potrebbe cristallizzarsi, in un futuro prossimo non lontano, da movimento d’opinione in qualcosa di più strutturato. E pericoloso.

La mappa della destra

Una mappa pubblicata dal Los Angeles Times spiega molto bene questa galassia editoriale e il ruolo di frontman occupato da Bannon e dalle sue idee. Ma la vicenda della destra americana parte da lontano, ed è intrecciata con i crocevia più drammatici della storia nazionale. Prima di tornare a Bannon, ripercorriamoli.

La strage di Oklahoma City

L’America lo ha sempre saputo, di covare al suo interno un’anima di estrema destra. Al mondo la notizia arrivò nell’aprile del 1995 con l’attentato di Oklahoma City. 168 morti (di cui 18 bambini, ospiti dell’asilo posto al primo piano dell’edifico federale), 680 feriti.

Era la destra razziale che si vendicava con un camion bomba pieno di fertilizzante di Washington per l’assedio del ranch di Waco, Texas, due anni prima quando, dopo l’intervento di Fbi e teste di cuoio, 76 seguaci della setta dei davidiani rimasero uccisi.

Interludio Clintoniano

Ma c’era Clinton; era il doppio mandato all’insegna della crescita economica costante e progressiva; l’affermazione definitiva del Nasdaq come indice borsistico di riferimento e col pensiero unico mercantilista da pre-globalizzazione, e così la destra tornò nell’ombra.

La destra "giusta"

Nuova ondata nei primi anni Duemila, con George W. Bush jr. e l’America sfregiata dall’11 settembre. In un libro del 2005 dal titolo allusivo The Right Nation (La Destra Giusta, Mondadori) il gioco di parole rendeva right nel senso di "destra" ma anche di "giusto".

Lo strepitoso profilo di una giovane coppia di attivisti repubblicani col quale si apre il volume fotografa alla perfezione i venticinquenni di allora che sono diventati i quarantenni di oggi pro Trump. 

Un ritratto fedele

Leggiamo: "entrambi sono a favore della vita in ogni circostanza. Entrambi approvano la pena di morte e si oppongono al controllo sulle armi da fuoco. Entrambi vanno in chiesa ogni settimana. Entrambi sostengono con passione i buoni scuola per chi frequenta istituiti privati. Entrambi pensano che il governo dovrebbe essere ridotto ai minimi termini e che le pene detentive dovrebbero essere più severe. Entrambi considerano le Nazioni Unite un’istituzione poco seria e condividono la decisione di non aderire al protocollo di Kyoto". Oggi il Protocollo di Kyoto si chiama Accordo di Parigi sul clima, mentre le Nazioni Unite non hanno cambiato nome, ma nemmeno hanno guadagnato in prestigio; anzi, Trump le ha appena "punite" in solido per il mancato voto su Gerusalemme.

La sostanza, insomma, è la stessa: l’anima profonda dell’America di Bannon e della sua galassia che, a ondate cicliche, si scaglia contro gli usurpatori federali di Washington. Se Donald Trump è uno dei nostri tanto meglio, altrimenti avanti il prossimo, ragiona grosso modo questo forza eversiva. Minoritaria ma agguerrita.

Nelle elezioni del 2000 George W. Bush aveva ottenuto 500 mila voti popolari in meno del suo sfidante democratico, così come Trump ha perso il voto popolare contro Hillary Clinton, ma è risultato vincitore grazie al sistema elettorale composito che caratterizza l’elezione del Presidente Usa.

In altre parole, questa destra sa, da lungo tempo, di non essere maggioritaria nella Nazione, ma ogni volta che si è sentita oppressa ha reagito con veemenza.

Anche se oggi Bannon sembra gettare acqua sul fuoco della polemica, dopo le accuse di follia che Trump gli ha riservato, rimane la rappresentazione plastica del martire. Quello della causa dell’America wasp e della supremazia bianca che ha tentato di portare il governo federale sulla strada giusta ("right") con l’occasione storica del suo uomo di punta nella West Wing alla Casa Bianca.

La West Wing come un trampolino?

Uno come Steve Bannon nominato a capo della strategia di un Presidente era il sogno inconfessabile di ogni conservatore, un miraggio che infatti si è infranto presto, quando Trump con metro squisitamente politico lo ha sacrificato sull’altare dei fatti razziali di Charlottesville in Virginia.

Ma Steve Bannon è uscito dalla West Wing più forte e più puro di prima. Per questo sentiremo ancora parlare di lui e della massa silenziosa (ma ormai sempre meno disposta al silenzio) che gli copre le già larghe spalle.

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