Esteri

Stati Uniti e i licenziamenti di Trump: tornano a volare i falchi

Sostituendo il Segretario di Stato e il consigliere della Sicurezza nazionale, il presidente ora ha una squadra più omogenea. Ma anche più intransigente

Mike Pompeo

Vittorio Emanuele Parsi

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Fuori altri due. Rex Tillerson e il generale Raymond McMaster sono solo gli ultimi due, per ora, pezzi da Novanta della sua Amministrazione che Donald Trump ha deciso di rimpiazzare. L'ex Segretario di Stato Tillerson pagherebbe le eccessive timidezze dimostrate su alcuni dossier ritenuti viceversa strategici dal presidente per imprimere una svolta decisiva alla sua politica estera. E anche il generale McMaster, già Consigliere per la Sicurezza Nazionale, sembra che avesse troppe volte provato a temperare le prese di posizione presidenziali.

Fatta salva l'interpretazione pittoresca e suggestiva che dipinge Trump come una sorta di nuovo Nerone, l'ipotesi più razionale è che stia compattando la squadra in vista delle sfide decisive che lo attendono nei prossimi mesi. Su alcuni dei dossier più delicati dell'agenda internazionale di Trump, le posizioni di Rex Tillerson e del suo successore Mike Pompeo non potrebbero essere più diverse. Non c'è dubbio che quest'ultimo sia molto più allineato al presidente. A iniziare dalla questione del climate change, sul quale Trump resta sostanzialmente scettico. Conviene forse partire da qui, perché se c'è qualcosa che sta emergendo con forza, come cifra della politica estera di Trump, è la sua attenzione ai temi che si intrecciano più direttamente con la sua agenda interna. In particolare, quelli che gli hanno portato il consenso della middle e working class, soprattutto nella Rusty belt.

L'esito negativo delle elezioni suppletive della Pennsylvania, passata ai democratici, un campanello d'allarme importante per il presidente americano, soprattutto in vista dell'avvicinamento delle elezioni di midterm. E l'accordo sul clima, nella visione del presidente Trump, danneggiava proprio l'industria e i lavoratori americani. È in questo senso che deve essere letta anche la decisione di imporre un dazio sulle importazioni di acciaio e alluminio, avversata da Tillerson e condivisa da Pompeo.

Sulla questione mediorientale, e in particolare sull'accordo nucleare con l'Iran (Jcpoa), né Trump né Pompeo hanno mai fatto mistero di considerarlo una minaccia alla sicurezza nazionale americana. Ed entrambi sembrano strenui sostenitori dell'avvicinamento strategico in corso tra Tel Aviv e Riad in chiave anti-iraniana. Un punto, quest'ultimo, sicuramente condiviso anche dal neo consigliere per la Sicurezza nazionale John Bolton. Il 25 marzo il Jerusalem Post riportava una dichiarazione del generale Shaul Mofaz, ex Capo di stato maggiore delle Idf, nonché Ministro della Difesa israeliano tra il 2002 e il 2006. In una conferenza organizzata dal quotidiano Yediot Ahronot, Mofaz ricordava come ai tempi in cui Bolton era ambasciatore degli Usa all'Onu, durante la presidenza di George W. Bush, avesse cercato di convincerlo che Israele dovesse attaccare l'Iran.


IRAN

L'accordo Jcpoa non ha in pratica sostenitori all'interno dell'amministrazione. Per Pompeo l'Iran è il "principale sponsor del terrorismo internazionale". Bolton da tempo sostiene che Israele debba attaccare l'Iran di Hassan Rohani.

CUBA

Dopo il clamoroso viaggio di Barack Obama a Cura, reso possibile dall'azione del Papa, con l'avvento di Trump le relazioni si sono molto raffreddate. Per Pompeo, Cuba è comunque un avamposto militare russo a poche miglia dalla Florida.

RUSSIA

Da vecchio soldato della Guerra Fredda, Pompeo non si fida di Vladimir Putin. Il neo segretario di Stato ritiene che la Russia capisca solo le maniere forti (infatti sull'avvelenamento delle spie a Londra gli Stati Uniti si sono schierati con l'Inghilterra). È convinto che il Cremlino giochi "sporco". 

TURCHIA 

Pompeo avrebbe definito in un tweet il regime di Erdogan "una dittatura islamista totalitaria". I massacri che l'esercito di Ankara sta compiendo ai danni dei curdi siriani, in paralleto con la carneficina della Ghouta ad opera di Bashar al Assad, stanno irritando Washington.

COREA DEL NORD

Il falco Pompeo ha sottolineato di recente come Pyongyang sia "a una manciata di mesi da poter scatenare un attacco nucleare sul suolo americano". 

CINA

Per valutare l'impatto della visione di Pompeo e Bolton sul dossier cinese, troppe sono le incognite sul tappeto: dalla tensione sui dazi all'inatteso sostegno cinese, alla prudenza Usa verso le aperture di Kim. Sul dossier cinese, Trump intende muoversi in prima persona. Ma Bolton ha già detto che il suo piano sui dazi è una "terapia choc". 


(Articolo pubblicato sul n° 15 di Panorama in edicola dal 29 marzo 2018 con il titolo "Negli Usa tornano a volare i falchi")


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