Stati Uniti e Arabia Saudita: storia di un matrimonio infelice

Nonostante la gelida accoglienza riservata a a Obama, le relazioni tra i due Paesi non sono a rischio. Le conseguenze sarebbero catastrofiche

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Il re saudita Salman con Barack Obama a Riad – Credits: SAUL LOEB/AFP/Getty Images

Alfredo Mantici

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Per Lookout news

Mercoledì 20 aprile il presidente degli Stati Uniti Barack Obama è sbarcato all’aeroporto della capitale saudita Riad per ricevere quella che tutti i giornalisti presenti hanno definito “un’accoglienza gelida”. Sulla pista d’atterraggio dell’aerostazione ad accogliere il presidente non erano presenti membri del governo saudita né tantomeno il re Salman bin Abdulaziz, ma soltanto il governatore della capitale, il principe Faisal bin Bandar Al Saud.

 L’arrivo di Obama non è stato neanche ripreso dalle telecamere della tv di Stato. Tutti i diplomatici occidentali hanno riferito questa stranezza alle loro cancellerie, notando che lo stesso giorno il re Salman si era recato in aeroporto per ricevere i capi di Stato giunti in Arabia Saudita per prendere parte ai lavori di oggi, giovedì 21 aprile, della conferenza degli Paesi appartenenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo alla quale è prevista la partecipazione anche di Obama.

Soltanto al suo arrivo nel fastoso palazzo reale di Al Auja, l’ospite americano ha potuto stringere la mano del re alla presenza dei membri più influenti della famiglia reale, tra cui il principe ereditario Mohammed bin Salman, ispiratore dell’intervento militare saudita nello Yemen contro i ribelli sciiti Houti, e il principe Mohammed bin Nayef, il personaggio più vicino all’Occidente e ritenuto partner essenziale nella lotta contro il terrorismo.

 Della delegazione di Obama fanno parte anche il direttore della CIA, John Brennan, e il segretario alla Difesa Ashton Carter. Siccome nelle relazioni diplomatiche la forma è sostanza, la fredda accoglienza riservata al presidente degli Stati Uniti, alla sua quarta e ultima visita di Stato nel regno saudita (il suo secondo mandato terminerà a novembre 2016, ndr), non può che essere interpretata che come quello che nel gergo diplomatico viene definito un “raffreddamento delle relazioni bilaterali”.

Rapporti Washington-Riad: i punti di frizione
Sono infatti lontani i tempi in cui – correvano gli anni 1990 e 1991 – i sauditi offrivano il loro territorio nazionale a un’armata di “infedeli” raccolta dalle potenze occidentali per liberare il Kuwait occupato dalle truppe irachene di Saddam Hussein. Da allora a oggi numerose frizioni hanno incrinato i rapporti tra Arabia Saudita e Stati Uniti.

Nel complicato dossier delle relazioni bilaterali alcuni temi “sensibili” concorrono a rendere sempre più difficile quella che un tempo era una partnership strategica. L’indipendenza energetica degli Stati Uniti raggiunta con l’estrazione del petrolio dalle rocce contenenti shale gas ha indubbiamente attenuato la storica deferenza con la quale le amministrazioni americane guardavano a Riad (e ha contemporaneamente creato difficoltà economiche al Regno), mentre i rapporti diplomatici non sono stati resi più facili dall’accordo sul nucleare raggiunto da Obama con l’Iran, che i sauditi considerano il “nemico principale” nella secolare contrapposizione tra sciiti e sunniti. Una contrapposizione trasformatasi da dissenso religioso in confronto militare in Siria, Iraq e Yemen, con l’aggravante che le ragioni dei sunniti, protetti da sempre dal regno saudita, sono sostenute dal califfato di Al Baghdadi e dai suoi tagliagole dell’ISIS.

 

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Insomma, l’involuzione dei rapporti americano-sauditi sembra richiedere oggi quella che il principe saudita Turki Al Faisal, già potente capo dell’intelligence del regno, ha prudentemente definito in un’intervista alla CNN “l’esigenza di ricalibrare le nostre relazioni con l’America”. Turki, nel corso della stessa intervista, ha ammesso con insolita franchezza, stando alla tradizione della casa reale, di ritenere che il cambiamento nelle relazioni durerà a lungo, ben oltre la prossima fine dell’amministrazione Obama. “Io non credo – ha detto alla giornalista Christiane Amanpour – che noi possiamo aspettarci che con un nuovo presidente degli Stati Uniti potremmo tornare ai giorni del passato, quando le relazioni erano migliori”.

Secondo fonti della Casa Bianca, “a dispetto di tutte le divergenze Stati Uniti e Arabia Saudita non sono alle soglie di un divorzio. Abbiamo bisogno gli uni degli altri. Siamo come coniugi in un matrimonio difficile […]”.

A rendere più pesante il clima dei rapporti hanno concorso indubbiamente le recenti dichiarazioni di Obama che ha definito i sauditi “nostri cosiddetti alleati” nella lotta contro l’ISIS, rendendo inopinatamente pubblica la frustrazione della sua amministrazione per il comportamento di Riad in Siria e Iraq. A rendere ancora più incandescente la situazione potrebbe essere presto una recente iniziativa del congresso di Washington, che vorrebbe approvare una risoluzione che considera l’Arabia Saudita corresponsabile degli attentati dell’11 settembre 2001. Proprio alla vigilia della partenza di Obama per Riad, per iniziativa del capogruppo democratico al senato, Chuck Shumer, è stata proposta una mozione che, partendo dalla constatazione che 15 dei 19 attentatori che colpirono le Torri Gemelle e il Pentagono erano di nazionalità saudita, considererebbe l’Arabia Saudita in qualche misura “corresponsabile” negli attentati, aprendo il varco a possibili richieste di risarcimenti multimilionari da parte dei familiari delle vittime. Nel testo si fa riferimento anche agli “ambigui rapporti” tra membri della famiglia reale saudita e Al Qaeda.

 Dunque altra benzina sul fuoco sulle relazioni tra Washington e Riad, che ha costretto il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, ad affrettarsi a dichiarare che il presidente userà il suo potere di veto per bloccare la risoluzione congressuale ove questa venisse approvata. Questa affermazione, tuttavia, non è bastata a calmare i sauditi che hanno risposto con la “gelida accoglienza” all’aeroporto. Il “matrimonio”, per quanto ammaccato e infelice, è comunque destinato ad andare avanti. Quali che siano i dissapori e le tensioni di un rapporto stanco e difficile, il divorzio non può neanche essere preso in considerazione. Le sue conseguenze geopolitiche ed economiche sarebbero catastrofiche e questo entrambi i “coniugi” lo sanno bene.

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