Spagna senza governo, si va al voto anticipato

Anche il leader Psoe Pedro Sanchez getta la spugna. C'è da capire se le nuove elezioni consegneranno un governo stabile

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Il re di Spagna, Felipe VI – Credits: Getty Images

Pedro Sanchez ha gettato la spugna. Il giovane leader del Psoe ha dovuto riconoscere di fronte al Re Felipe VI, che gli aveva assegnato l'incarico per formare un esecutivo in Spagna dopo lo stallo prodotto dal risultato elettorale del 20 dicembre 2015, che non ci sono i numeri per formare un esecutivo largo che escludesse il Pp come lo stesso Sanchez aveva inteso fare dopo il primo fallito tentativo di Rajoy, il leader del Partido Popular che aveva governato nella precedente legislatura.

I reiterati no di Pablo Iglesias, il leader di Podemos, a far nascere un governo di minoranza vagamente progressista che avesse al proprio interno tutta una serie di personalità indipendenti dai partiti e la oggettiva difficoltà politica di formare un'alleanza che tenesse insieme tutti (dai nazionalisti baschi del PNV fino a Ciudadanos, passando per i no global di Podemos)  hanno fatto naugragare quello che era apparso sin da subito come un tentativo velleitario e assai poco realistico in un Paese di forti contrapposizioni ideologiche e territoriali come la Spagna.

Il Paese iberico corre ora verso le elezioni anticipate, fissate tra sessanta giorni, il 26 giugno. Resta da capire se il prossimo risultato elettorale, in assenza di una riforma elettorale che dia più governabilità dopo la fine del tradizionale bipolarismo Pp-Psoe, consegnerà alla Spagna un quadro sostanzialmente diverso da quello prodotto dal voto del 20 dicembre, che per la prima volta nella storia democratica del Paese ha consegnato un risultato così frammentario da rendere impossibile la formazione di un governo.

I sondaggi ipotizzano una leggera crescita dei consensi per il Partido Popular, una tenuta del Psoe e un lieve decremento di Podemos che però si è recentemente alleato con gli ex comunisti di Izquierda unida, mentre Ciudadanos, il partito neocentrista e anti-casta che aveva ottenuto circa il 10% nelle elezioni di fine 2015, vedrebbe un aumento di consensi che consentirebbe forse al Pp di governare e superare la quota necessaria per formare un esecutivo.

C'è anche l'incognita degli effetti sulla distribuzione dei seggi della ormai quasi certa alleanza tra Podemos e IU, che consentirebbe forse alla nuova formazione di sinistra antagonista di ottenere più seggi di quanti ne abbiano ottenuti IU e Podemos a dicembre quando si presentarono separati. I sondaggi gli attribuiscono il 21-22% dei voti, e 80-90 seggi, grosso modo quanti il Psoe del giovane Pedro Sanchez. Il Pp, con il 28-29% dei consensi, rimarrebbe il primo partito, con 120-130 seggi, meno comunque di quelli necessari per formare un esecutivo in solitaria, senza il sì (prevedibile) di Ciudadanos, segnalato attorno al 15%. È chiaro che il vincitore di queste concitate consultazioni è stato Mariano Rajoy, l'unico che si era dichiarato disponibile a formare un esecutivo di unità nazionale, pur di dare un governo alla Spagna. Il suo immobilismo in qualche modo lo ha premiato, stando ai risultati dei sondaggi che gli attribuiscono un vantaggio accresciuti sugli sfidanti. 


 

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