Spagna: dove vuole arrivare Pablo Iglesias

Dopo Madrid e Barcellona, l'ex prof della Complutense punta a vincere le elezioni di fine anno. Guardando anche agli ex moderati stufi del bipartitismo

Paolo Papi

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Non conta quanti voti abbia preso, in assoluto, il Partito Popolare del premier Mariano Rajoy, se sia ancora - come rimarcano con un pizzico di provincialismo i media conservatori spagnoli - il primo partito di Spagna. Né conta quale sia la distribuzione dei consensi a livello nazionale. Il riverbero è solo politico e simbolico, e perciò più potente, quando stanno per cadere una dopo l'altra le due più importanti città della penisola iberica: Madrid e Barcellona, una cuore amministrativo della Castiglia governata da 24 anni da un monocolore popolare, l'altra, un tempo capitale dei repubblicani antifranchisti, in mano negli ultimi anni ai nazionalisti moderati. 

Le elezioni amministrative in Spagna hanno, dunque, al di là delle virtualissime proiezioni elettorali su scala nazionale,  un vincitore chiarissimo: Pablo Iglesias, l'ex professore di Scienze Politiche all'Università Complutense di Madrid che, dopo aver raccolto l'eredità degli Indignados di Plaza del Sol, è riuscito a svuotare gran parte del bacino elettorale giovanile del Partito socialista e di Izquierda Unida  e nello stesso tempo ha saputo rassicurare i moderati in cerca di una nuova casa politica. Ha compiuto in sostanza un piccolo capolavoro grazie a una aggressiva e intelligente campagna  che lo ha trasformato nella bestia nera della casta politica spagnola, nel nemico pubblico numero uno di chi ha governato la Spagna dopo la fine del franchismo: era quello che voleva, è quello che ha ottenuto.


Un po' grilino, quando alza i toni contro i privilegi dei politici e contro l'Europa dell'austerità tedesca, ma anche pragmatico, post-ideologico, di ultrasinistra sì ma ben attento a non farsi ingabbiare negli schemi della politica novecentesca

Un po' grilino, quando alza i toni contro i privilegi dei politici e contro l'Europa dell'austerità tedesca, ma anche pragmatico, post-ideologico, di ultrasinistra ma ben attento a non farsi ingabbiare negli schemi della politica novecentesca e dello storico bipartitismo spagnolo.  Mani libere ai suoi, sul piano delle alleanze locali, con l'eccezione dell'odiato Partito Popular,che ha pagato agli occhi dell'opinione pubblica un prezzo molto salato per l'attuazione di un draconiano programma di tagli della spesa pubblica. L'ipotesi che le due più importanti città spagnole siano amministrate da Podemos, sia pure in condominio con Ciudadanos di Albert Rivera (partito vagamente progressista nato in Catalogna nel 2006 con l’appoggio di alcuni intellettuali e importanti professionisti che non si dichiara né di destra né di sinistra) o con il Psoe, è il dato più significativo, quello che lancia Pablo Iglesias verso le elezioni politiche di fine 2015, di cui le amministrative spagnole sono state solo un antipasto.

Mancano sette mesi al voto politico in Spagna. A differenza del M5S, Iglesias non chiude le porte a qualsiavoglia alleanza agli altri partiti (con l'eccezione del PP). Punta a vincere, anche in condivisione, purché sia lui a dare le carte sul piano programmatico (dalle politiche del lavoro alla nazionalizzazione dei settori strategici) e  purché la svolta avvenga soprattutto a livello europeo, con la fine delle politiche dell'austerity, grazie a un asse mediterraneo che parta dalla Atene del suo gemello Tsipras, arrivi alla Moncloa di Madrid, e a breve, chissà, quando saranno mature le condizioni politiche, sbarchi anche a Roma e a Parigi. Utopia? Forse. Ma avremmo detto la stessa cosa se solo tre anni fa qualcuno avesse predetto che gli Indignados avrebbero dato un colpo mortale al bipartitismo spagnolo, arrivando (forse) a un passo dalla cosiddetta stanza dei bottoni.

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