Somalia: nella tana degli Shebab

Storia di una giornata di ordinaria follia in un campo d’addestramento degli jihadisti del Corno d’Africa

La strada è una lingua di terra, pietre e cespugli, in un punto remoto del deserto in Somalia, da qualche parte a sud-ovest di Mogadiscio. Siamo a una manciata di chilometri dal Kenya. Nella notte la calma è totale. Si ascolta il rumore del vento che trascina la macchia selvaggia, lo scorrere della sabbia che si ostina nel suo inutile cammino da una parte all’altra della desolazione. Quando le luci di un autobus si fanno avanti nella selva, l’oscurità è assoluta. A piccoli e inesorabili passi, il bagliore si fa più imponente.


Nell’accampamento ribelle l’atmosfera diventa irrequieta. Dei militanti borbottano qualcosa sottovoce, poi scivolano nel silenzio, verso la strada, preoccupati che i capisquadra si accorgano delle loro intenzioni. Accade tutto rapidamente. L’autobus viene bloccato. Minacciano l’autista puntandogli contro i kalashnikov, aprono le porte. Urla, grida, disperazione. Uno dei soldati ribelli, fucile a tracolla e volto coperto da un manto nero, annuncia che tutte le donne verranno portate fuori dall’autobus: se qualcuno dovesse opporsi, ne pagherà le conseguenze. Due ragazze e una donna più anziana resistono, ma sono picchiate e obbligate a seguire le altre: il peggio deve ancora arrivare. Le donne vengono trascinate a una decina di metri dal bus, fra selva e cespugli. Qui vengono violentate, picchiate, distrutte. Quando tutto è finito, ognuna torna al suo posto. Ad aiutarle a salire i pochi gradini sono i figli più piccoli. I due o tre uomini presenti sul mezzo e l’autista sono rimasti a guardare. L’autobus riparte. I miliziani rientrano verso la base, ai loro posti di guardia.

Tutti ricordano il caso della bambina di 13 anni che nel 2008, dopo aver subìto un terribile stupro, fu lapidata a morte di fronte a un pubblico di oltre mille persone Somalia
 

Siamo in uno dei campi di addestramento segreti che al Shabaab, l’organizzazione insurrezionale islamista che si batte contro il governo di Mogadiscio, ha allestito nel sud-ovest della Somalia. Secondo le regole del gruppo jihadista responsabile del recente attentato al campus di Garissa (147 le vittime), una donna che denunci uno stupro è da considerare una criminale. E sono molti i casi registrati di ragazze picchiate o lapidate a morte con l’accusa di aver reso pubblica una violenza subita. Quanto successo con le donne dell’autobus non sarebbe un caso isolato.


Nonostante le accuse, al Shabaab ha sempre rifiutato ogni addebito, ribadendo però una posizione intransigente riguardo le donne colpevoli di non accettare i matrimoni forzati e di denunciare episodi di violenza. In questo senso, è ancora impresso nella memoria di molti il caso di Aisha Ibrahim Duhulow, la bambina di 13 anni che nel 2008, dopo aver subìto un terribile stupro e in seguito alla denuncia della famiglia, fu lapidata a morte di fronte a un pubblico di oltre mille persone, nella città portuale di Kismayo, da militanti del gruppo jihadista.


«Seguiamo l’ispirazione dei fratelli wahabiti, in tutto e per tutto» spiega uno dei ragazzi impegnati nel campo di preparazione. «Le donne sono importanti, ma devono seguire le regole, è impensabile ritenere che abbiano gli stessi diritti di noi uomini». Nella base si addestrano circa 400 aspiranti jihadisti. Arrivano da ogni parte della Somalia, alcuni persino dall’odiato Kenya. Si battono contro il governo federale somalo e il contingente dell’Unione Africana (Amisom), la missione di pace attiva su mandato delle Nazioni Unite sin dal 2007, che schiera nell’area un contingente di 20 mila soldati provenienti da Sierra Leone, Burundi, Etiopia, Gibuti, Kenya e Uganda.

«Vogliono colonizzarci, importare in Somalia il loro modello occidentale, mandare via la nostra gente e sfruttare le nostre risorse. Americani ed europei supportano gli eserciti africani mercenari, militari che uccidono i nostri uomini e le nostre donne, come cani» racconta un altro dei giovani islamisti. «Noi vogliamo riprendere in mano il Paese e riportarlo dentro la sua dimensione, nei confini della sua tradizione religiosa islamica. Siamo pronti a ogni sacrificio per raggiungere il nostro scopo».


Le tende dell’accampamento sono assiepate una accanto all’altra, vicino alla riva del fiume, riparate da due dei rarissimi alberi che si notano intorno. All’interno si trova qualche vestito, bottiglie di plastica vuote, un materasso di gommapiuma che rende (per chi lo ha trovato) meno difficile il sonno. Un piatto di riso, pochi bocconi di carne. Alle 20 scatta il coprifuoco e montano i turni di guardia. A popolare la base sono giovani fra i 16 e i 30 anni. Sotto le divise piene di polvere molti nascondono una vecchia maglietta di qualche squadra di calcio europea. Un drappo nero copre il volto di tutti i ribelli, giorno e notte: rimane libera solo una striminzita fessura da cui scintillano gli occhi.

Soltanto la guida del campo, il capo militare e spirituale del gruppo, è a viso scoperto. È lui a impartire gli ordini di allenamento, a guidare la preghiera, a intonare gli inquietanti canti militari che inneggiano ad al Qaeda e al martirio per la liberazione della Somalia. Portano tutti fucili d’assalto semiautomatici o mitragliatrici, ognuno indossa almeno due cinturoni di proiettili incrociati intorno alla vita, alla schiena e al petto. Restano nel campo per un periodo di almeno sei mesi, durante i quali vengono sottoposti ad allenamenti fisici estenuanti, esercitazioni di tiro, simulazioni strategiche, oltre a un continuo lavoro di indottrinamento politico e religioso.

In molti hanno lasciato a casa i genitori, una moglie, dei figli, immolando la loro esistenza per la battaglia religiosa contro gli «infedeli». Nei mesi di addestramento gli uomini vengono pian piano ripartiti in unità. Soldati semplici, gruppi d’assalto, network di intelligence, specialisti nella fabbricazione di esplosivi e poi, soprattutto, la brigata suicida, la più nutrita del gruppo, nella quale riescono a entrare soltanto i migliori e per cui continua a esserci una lunga lista d’attesa.


«Attacchiamo i centri commerciali, le scuole, gli obiettivi civili, per dare un segnale» racconta la guida del campo. «Sono loro che hanno cominciato per primi! Abbiamo detto decine di volte, soprattutto alle forze militari kenyane, di lasciarci stare, di rimanere fuori dalla nostra terra, di non intromettersi nella battaglia fra noi e il governo di Mogadiscio, ma non ci hanno ascoltato. L’unica maniera per far capire che facciamo sul serio è spargere il sangue dei giusti, cioè quello della popolazione civile: soltanto in questo modo ci ascolteranno». Dopo aver perso la città portuale di Kismayo e dunque il contatto diretto con i pirati somali, sostenitori del gruppo, gli jihadisti si sono ingegnati. Oltre ai sistemi classici di hawala (il trasferimento di denaro basato sull’onore che trae origine nella dottrina islamica) e alla tassazione cui sono sottoposte le organizzazioni non governative impegnate nell’area (circa 500 dollari al mese per ogni cooperante), hanno puntato sul commercio di avorio.


Dal campo, una volta la settimana, una brigata di trenta uomini si muove dentro la selva, a caccia di rinoceronti ed elefanti. Le zanne sono vendute agli intermediari a una media di 60 dollari al chilo e poi rimesse sul mercato in Asia e Medio Oriente: i ricavi per Al Shabaab sono stratosferici. «Facciamo quello che va fatto, un animale non è certo più importante della nostra sussistenza. Sono responsabile della mia anima soltanto di fronte a Dio» dice ancora la guida del campo. «Tutto quello che faccio, azioni giuste e ingiuste, omicidi e vessazioni, viene compiuto in nome di Allah e per la liberazione del mio paese. Tutto il resto non conta. Il nostro prossimo obiettivo è  convincere i fratelli di Regno Unito, Francia, Germania e il mondo intero a unirsi alla nostra battaglia. Siamo pronti ad accogliere con le nostre armi chiunque voglia prendere parte allo scontro con i nemici dell’Islam».


 Lasciando il campo al mattino, sotto il sole già ardente, con la polvere che si fonde sulla pelle. La strada per Mogadiscio racconta la guerra. Dalla base, ormai lontana almeno un paio di chilometri, si sentono esplodere decine di colpi. È il saluto della jihad di al Shabaab a un nuovo giorno di rivolta. 

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