Siria: l’offensiva di americani e curdi su Raqqa

Prosegue l’avanzata verso la capitale siriana di ISIS. Ma la presenza di militari Usa al fianco dei curdi innesca nuove polemiche con Ankara

Le armi dei Peshmerga curdi in Iraq

Kure, Regione autonoma del Kurdistan iracheno, 12 settembre 2015. – Credits: SAFIN HAMED/AFP/Getty Images

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Per Lookout news

Il 24 maggio è iniziata in Siria l’offensiva contro la capitale siriana del Califfato Islamico Raqqa, occupata dal 2013 dagli islamisti dell’ISIS. La coalizione di miliziani riuniti nella coalizione militare Syrian Democratic Force (SDF), composta in gran parte da combattenti curdi dell’YPG (Unità di protezione del popolo Curdo) ha occupato, con il supporto aereo fornito dall’aeronautica militare americana, il nodo strategico di Fatisa, una cittadina a 35 chilometri da Raqqa. Da Fatisa, i combattenti curdi pesmergha hanno iniziato ad avanzare verso la capitale dell’ISIS.

 Come dimostrano alcune fotografie pubblicate da diverse agenzie di stampa internazionali, nella loro avanzata i curdi sono appoggiati da soldati americani delle forze speciali. Le foto di soldati statunitensi impegnati nelle operazioni con indosso le insegne dell’YPG hanno fatto infuriare il governo turco. Ankara teme che i curdi, con il sostegno di Washington, guadagnino terreno in Siria e riescano a costituire quell’embrione di stato indipendente che da sempre rappresenta il peggiore incubo dei turchi, secondo i quali i peshmerga sono un braccio armato in Siria del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, inserito dalla NATO e dall’Unione Europea nella lista delle organizzazioni terroristiche.

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 Il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha dichiarato che è “inaccettabile” che soldati alleati della Turchia indossino le insegne dei “terroristi” e ha minacciato ritorsioni politiche e militari.

 

Il punto sui combattimenti
Sul terreno l’offensiva è iniziata con un’avanzata delle milizie della SDF verso le posizioni dell’ISIS a nord-est di Raqqa. Attorno alla città e nei quartieri periferici i jihadisti hanno costruito tunnel e trincee anticarro difesi da estesi campi minati e nidi di mitragliatrici e di mortai. Gli americani ritengono che i miliziani di ISIS faranno, come d’abitudine, largo uso di camion riempiti di esplosivo lanciati con autisti suicidi contro le linee nemiche e non avranno scrupoli nell’usare i civili come scudi umani.

 Secondo gli analisti del Pentagono l’importanza strategica e simbolica di Raqqa per l’ISIS è tale che difficilmente i jihadisti si ritireranno alle prime avvisaglie della battaglia ma tenteranno di resistere palmo a palmo in combattimenti strada per strada che potrebbero durare settimane, se non mesi, con costi elevatissimi in termini di perdite per la popolazione civile.

Stando a quanto dichiarato dal colonnello Steve Warren, portavoce delle forze armate americane a Baghdad, lo Stato Islamico dispone a difesa della sua capitale siriana di un numero di combattenti stimabile tra le 3.000 e le 5.000 unità, mentre la SDF ha schierato per l’offensiva una forza di 30.000 combattenti, in buona parte curdi ma anche arabi, per evitare di identificare eccessivamente la coalizione militare come una forza combattente per l’indipendenza dei curdi e suscitare l’ostilità della popolazione di Raqqa in maggioranza araba e sunnita.

 Le formazioni militari della SDF, con il costante supporto aereo americano, hanno aperto la campagna su tre fronti: a nord-est di Raqqa, nelle aree di Ain Issa e Al Akhir e nella città di Tabqa sulla riva orientale dell’Eufrate. Finora sono riuscite a liberare dagli islamisti numerosi villaggi, ma la loro avanzata è lenta perché, come ha dichiarato il portavoce della SDF Talal Silo, “la liberazione di ogni città e di ogni villaggio può dirsi completa solo dopo la bonifica delle mine e di tutte le trappole esplosive che i terroristi dell’ISIS si lasciano alle spalle quando si ritirano. Per questo l’intera operazione progredisce lentamente. I nostri team di specialisti debbono disinnescare ordigni esplosivi in ogni area liberata”.

I rischi per l’ISIS
L’offensiva su Raqqa rappresenta un grave problema per l’ISIS, che sta affrontando sul terreno non solo la SDF ma è tenuto sotto pressione dalle milizie del governo di Bashar Al Assad, sostenute dai russi e dagli iraniani, da alcune formazioni ribelli, dai curdi dell’YPG e dalle forze armate di Baghdad che in queste ore stanno avanzando verso la roccaforte islamista irachena di Falluja.

 La perdita di Raqqa per il Califfato avrebbe conseguenze devastanti. La città non ha soltanto un alto valore simbolico come capitale siriana dello Stato Islamico ma ha un enorme valore strategico, essendo situata sulle rive dell’Eufrate ed essendo il crocevia di importanti arterie stradali essenziali per assicurare le fonti di rifornimento delle milizie jihadiste. Se cadesse Raqqa sarebbe segnata la sorte dei contingenti del Califfato che combattono nell’area di Aleppo e che non potrebbero più ricevere rinforzi in uomini e armi.

Vista l’importanza simbolica e militare della città, è possibile aspettarsi che i jihadisti opporranno una resistenza disperata nella sua difesa e tenteranno di lanciare offensive nel nord della Siria nel tentativo di distrarre le forze dalla linea di Raqqa. Quest’ultima, sostengono però diversi analisti militari, sarebbe un’opzione rischiosa per il Califfato che, sotto i bombardamenti russi e americani, ha già perso molti uomini.

 La battaglia di Raqqa si avvia a diventare uno snodo centrale nella guerra siriana e, insieme all’offensiva su Falluja in Iraq, potrebbe rappresentare l’inizio della fine del potere sanguinario del Califfo Abu Bakr Al Baghdadi e dei suoi seguaci islamisti.

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