Esteri

Siria, le vere parole di Assad e gli obiettivi russi

Nessuna uscita di scena. Il presidente siriano è anzi convinto che con l'aiuto di Mosca il suo regime si rafforzerà. Per questo abbraccia Putin, l'Iran e l'Iraq

Siria

Luciano Tirinnanzi

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Il presidente siriano Bashar Al Assad non si sogna nemmeno di abbandonare la Siria o di fare un passo indietro. La frase riportata dai giornali italiani secondo cui Assad avrebbe detto alla tv iraniana Khabar TV “se un mio passo indietro è necessario, non esiterò”, è stata malamente estrapolata e usata fuori dal contesto in cui è stata pronunciata. Il presidente si è dichiarato semmai fiducioso del buon esito della guerra, dopo l’intervento di Mosca, e affida il suo futuro al dopoguerra.

Alla domanda “Se le sue dimissioni portassero sicurezza e stabilità in Siria, cosa farebbe?”, ecco quello che ha risposto esattamente il capo di stato siriano, che cambia il senso generale di quell’affermazione: “Questo lo decide il popolo. Se credete di aver ragione, perché non convincete il popolo siriano? Il popolo siriano deciderà attraverso le istituzioni o le elezioni chi debba essere il presidente. Le elezioni si sono tenute lo scorso anno. Voi dov’eravate?
Cos’avete fatto? Qual è stato il vostro impatto sulle strade? Nessuno. Un impatto nullo. Il popolo siriano disprezza le persone che affidano le proprie decisioni a un paese straniero e la loro influenza sarà pari a zero. Si tratta solo di mezzobusti sui media. Coloro che credono a una simile proposta dovrebbero partecipare alle elezioni e provare a dimostrare la propria tesi. Su questo non abbiamo obiezioni. Ripeto ancora una volta, se la mia partenza fosse una soluzione, non esiterei”.

Insomma, una risposta piccata, che segue altre dichiarazioni di ben altro tono e che assumono ben altro significato: “Il presidente prende il potere attraverso le istituzioni e lascia il potere attraverso le istituzioni. Il presidente assume il potere attraverso la costituzione e lascia secondo la costituzione, le leggi e le elezioni. Questi sono i meccanismi. Un presidente non può assumere il potere attraverso il terrorismo o dimettersi a causa del terrorismo. Egli non assume il potere attraverso il caos e non si dimette a causa del caos. Egli non assume il potere attraverso l'intervento straniero o sotto la copertura straniera, come nella maggior parte dei paesi della nostra regione. Come sapete, questo è un dato di fatto. Quando (un presidente, ndr) arriva al potere grazie a un paese straniero, resta al potere per suo volere e lo abbandona per decisione di quello stato. Questo, tuttavia, non è il caso né della Siria né dell’Iran, e non lo sarà neanche in futuro”.

Bashar Assad aggiunge poi: “Se io fossi il pretesto per il terrorismo in Siria, qual è il pretesto per il terrorismo in Yemen? Io non sono in Yemen. Chi è il pretesto per il terrorismo in Libia? Chi è il pretesto per il terrorismo in Iraq? Se prendiamo l'esempio dell’ISIS, scoprirete che non è nato in Siria. È emerso in Iraq nel 2006, quando gli americani gestivano la maggior parte, se non tutte le questioni di sicurezza in Iraq”.

L’amicizia con Russia e Iran
Al netto della sua posizione personale, però, il punto entrale dell’intervista è rivolto a sottolineare l’amicizia speciale del governo di Damasco con Mosca e con Teheran, che Assad definisce più volte e senza mezzi termini come fratelli.

“Se si esclude l’Occidente, credo che ci sia una nuova atmosfera che sta emergendo nell’arena internazionale per trovare una reale soluzione alla crisi siriana”. Un’atmosfera che discende “dall'iniziativa del Presidente Putin di formare una coalizione che comprende la Russia, l'Iran, l'Iraq e la Siria”.

Per quanto tempo questa guerra continuerà? Secondo il presidente siriano “continuerà fino a quando il terrorismo non sconfiggerà il popolo o il popolo non sconfiggerà i terroristi. Dunque, riponiamo grande speranza in questa coalizione e su questi cambiamenti internazionali.

Mentre, secondo Assad, gli Stati Uniti e i Paesi occidentali vogliono solo “indebolire la Siria e creare una serie di staterelli deboli, da tenere occupati a risolvere i problemi quotidiani e le proprie dispute interne senza poter dedicare tempo allo sviluppo e all'estensione del supporto alle cause nazionali, in particolare la causa palestinese, e allo stesso tempo garantire la sicurezza di Israele. Questi obiettivi non sono nuovi. Sono sempre stati lì, cambiano solo gli strumenti di volta in volta”.

Chi bombarda davvero la Russia?
Insomma, la guerra prosegue e Bashar Al Assad intende restare al proprio posto. Anche perché Mosca non si potrebbe permettere, almeno non in questa fase, di provocare un terremoto politico a Damasco, proprio mentre accorre in massa a sostenere il suo presidente.

Sarebbe una mossa insensata e controproducente, che comprometterebbe il significato stesso della discesa in campo russa per difendere l’alleato. Un errore che gli abili strateghi di Mosca difficilmente commetteranno.

Ultima notazione. Quando si dice che il Cremlino non bombarda i jihadisti dello Stato Islamico ma i “ribelli siriani”, va detto che si tratta comunque di quella coalizione formata da milizie guidate dai qaedisti di Jabhat al-Nusra e conosciuta con il nome di Jaish Al-Fatah (l'Esercito della conquista), e di Jaysh al-Islam, tra i più potenti gruppi ribelli salafiti che fanno parte del “Fronte Islamico”.

Non proprio formazioni di partigiani della libertà.

E, inoltre, questa è solo una fase di una guerra più lunga che non può non contemplare la lotta allo Stato Islamico, dato che in Iraq Mosca ha da poco stabilito una control room: un gabinetto di guerra a Baghdad dove oltre ai russi siedono Iran, Iraq e Siria, del tutto simile alla US Central Command di Amman (la control room in Giordania condivisa con Arabia Saudita, Qatar, Israele ed Emirati Arabi Uniti per coordinare le operazioni militari della cosiddetta coalizione internazionale).

Segno che la Siria per la Russia rappresenta solo la prima parte di un progetto ben più ampio e durevole.

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