Esteri

Siria: la cruenta controffensiva dell'Isis

Dopo la perdita di Al Bab, nel governatore di Aleppo, lo Stato islamico risponde con due stragi terroristiche che fanno 50 morti

albab

Rocco Bellantone

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Per Lookout news

Oltre 50 morti. È questo il bilancio di due attacchi con autobomba avvenuti nella mattina di oggi, venerdì 24 febbraio, nel villaggio siriano di Sousian, situato soli 8 km a nord-ovest di Al Bab, ultima roccaforte dello Stato Islamico nel governatorato di Aleppo la cui riconquista era stata annunciata ieri dall’esercito turco e dalle milizie ribelli del Free Syrian Army (FSA). L’azione non è stata rivendicata da ISIS, ma appare come un chiaro messaggio di sfida lanciato dagli ultimi jihadisti ancora annidati all’interno della città.

 La prima esplosione si è verificata di fronte a un check point dei ribelli uccidendo sei miliziani e 35 civili. Il secondo attacco è arrivato poche ore più tardi portando a oltre 50 il numero complessivo delle vittime. Stando alle prime notizie raccolte sul posto da informatori dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione con base a Londra vicina al fronte dei ribelli anti-Assad, la prima autobomba è stata lanciata da un attentatore kamikaze contro una folla che si era radunata a check point dell’FSA per chiedere il permesso di poter rientrare ad Al Bab.

Sempre nella giornata di oggi, nella città di Tadef a sud di Al Bab dove sono in arrivo militari dell’esercito regolare siriano, due soldati turchi sono stati uccisi dall’esplosione di un ordigno improvvisato che ha colpito il veicolo su cui erano a bordo. In totale sono più di 70 le perdite subite dalle forze armate turche da quando Ankara ha lanciato il 24 agosto del 2016 l’operazione “Scudo sull’Eufrate” per bloccare l’avanzata delle forze curde dell’YPG (Unità di Protezione del Popolo) nel nord della Siria e tagliare la strada a un ricongiungimento con i territori da loro controllati a nord-ovest.

 

SIRIA MAPPA

 

Nonostante questa striscia di attentati, l’esercito turco dichiara avere il controllo sia di Al Bab che delle vicine Qabasin e Al Bezah. Ma ad Al Bab, in particolare si prevedono lunghe settimane di violenze e altre decine di morti. La città, situata a soli 25 km a sud dal confine meridionale della Turchia, pullula di trappole esplosive e cecchini appostati nei piani alti dei palazzi diroccati. Motivo per cui è quasi certo attendersi altri attacchi e attentati improvvisi come quelli registrati oggi.

 Durato per settimane, l’assedio ad Al Bab ha visto finora impegnati 1.300 soldati turchi (di cui 700 commandos, circa 200 forze speciali, oltre a 400 tra carristi e tecnici) e circa 2mila ribelli siriani. Ma in vista dell’ormai imminente battaglia di Raqqa, capitale siriana dello Stato Islamico, il peso militare della Turchia nel nord della Siria è destinato ad aumentare in modo significativo. Più di un segnale in tal senso è arrivato nelle ultime settimane dagli Stati Uniti, che in questa fase del conflitto siriano appare sempre più orientata a “congelare” l’alleanza con i curdi dell’YPG (Unità di Protezione del Popolo) per puntare alla presa di Raqqa insieme all’esercito turco.

 


 

Poche attese per i negoziati a Ginevra

Se le strategie militari registrano evoluzioni a ritmo sempre più sostenuto, lo stesso non può dirsi per i negoziati di pace, ripresi giovedì 23 febbraio a Ginevra nello scetticismo generale. Quello in corso è il quarto round delle trattative dall’aprile del 2016 e, per la prima volta, potrebbe esserci un faccia a faccia tra la delegazione del governo siriano guidata dall’ambasciatore delle Nazioni Unite in Siria, Bashar Jaafari, e i rappresentanti High Negotiations Committee, organismo sponsorizzato dall’Arabia Saudita che rappresenta forze dell’opposizione ed esponenti dei gruppi armati anti-Assad etichettati come “moderati” e tra cui non figurano le sigle jihadiste di ISIS e Jabhat Al Nusra, formazione qaedista transitata negli ultimi mesi prima in Fateh Al Sham e successivamente nella coalizione di recente nascita Tahrir Al Sham.

Le aspettative sul buon esito dei negoziati sono però poche, su stessa ammissione dell’inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria Staffan De Mistura. È possibile che le parti inizino ad avvicinarsi su alcuni dei punti programmatici della road map tracciata dall’ONU, tra i quali figurano la formazione di un governo temporaneo che abbia al suo interno esponenti sia del governo che delle opposizioni (e qui la principale incognita riguarda il ruolo delle forze curde siriane), l’approvazione di una nuova Costituzione e l’organizzazione di nuove elezioni entro 18 mesi. Il nodo da sciogliere resta però sempre lo stesso, vale a dire il destino del presidente siriano Bashar Assad. La permanenza al potere di Assad è una condizione rispetto a cui Damasco non intende scendere a patti, ancor più adesso che il suo esercito si è reimpossessato di Aleppo e di altre aree del nord della Siria grazie soprattutto al supporto militare di Mosca.

 

Mosca punta sulla Giordania

All’ombra dei colloqui di Ginevra, è soprattutto il Cremlino a portare avanti le vere trattative tra le parti in conflitto. Dopo aver sbloccato tra fine dicembre e inizio gennaio ad Astana, in Kazakhstan, l’accordo per un cessate il fuoco facendo sedere allo stesso tavolo siriani, turchi e iraniani, il governo russo sta puntando adesso a rafforzare un altro asse strategico, vale a dire quello che collega Damasco ad Amman, capitale della Giordania. È qui che la Russia sta promuovendo una serie di incontri tra esponenti dell’entourage del Re Abdullah II e membri di alto livello del governo siriano nella convinzione, condivisa dagli stessi USA così come da Israele, che nella lotta contro lo Stato Islamico sia fondamentale salvaguardare la tenuta del Regno giordano.

 Sotto la supervisione del GRU (i servizi segreti militari russi), Amman ha ospitato incontri tra il generale Mahmoud Freihat, comandante delle forze armate della Giordania, fino a poco tempo a capo delle truppe giordane stanziate al confine con la Siria, e il generale di brigata siriano Maher Al Assad, fratello del presidente Bashar. Oltre agli eserciti, a comunciare sono stati anche i servizi segreti. Ali Mamlouk, capo dell’Ufficio di Sicurezza Nazionale siriano nonché uomo di fiducia di Mosca, è stato quattro volte ad Amman per vedere Faisal Al Shou-Baki, capo del GID (General Intelligence Department).

 Per avviare una cooperazione con la Siria Amman ha però imposto due condizioni. La prima è che non intende avere rapporti diretti con l’Iran, poiché ciò potrebbe minare gli importanti accordi economici che ha in fase di definizione con le monarchie del Golfo, e in particolare con l’Arabia Saudita. La seconda è che non vuole trattare direttamente con due personalità politiche siriane sgradite al Regno giordano: Bahjat Sleiman, ex ambasciatore siriano ad Amman espulso dalla Giordania nel 2014, e Bashar Jaafari, il rappresentante di Damasco all’ONU che lo scorso giugno aveva accusato le autorità giordane di aver fornito armi a gruppi jihadisti operativi in Siria.

 Un primo segnale concreto dell’intesa raggiunta c’è già stato. Il GID ha infatti consegnato a Mosca e Damasco una mappa con le indicazioni delle posizioni di otto fazioni jihadiste che operano nel sud della Siria al confine con la Giordania: tra queste alcune sarebbero collegate sia allo Stato Islamico che ad Ahrar Al Sham.

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