Siria: la buona idea dei cattivi

L’opposizione armata apre a un piano di pace stilato dall’Iran con il sostegno russo. E punta sul vice di Assad.

Credits: Osman Orsal / Reuters

Fausto Biloslavo

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Un piano di pace in sei punti dell’Iran, l’appoggio della Russia e l’apertura dell’opposizione armata a trattare con il vice di Bashar al-Assad: dopo 60 mila morti e 700 mila profughi, provocati da 22 mesi di guerra civile, per la Siria si intravede una luce in fondo al tunnel. I primi, impercettibili, segnali sono arrivati da Monaco di Baviera fra il 2 e 3 febbraio: a margine della quarantanovesima conferenza sulla sicurezza internazionale, iraniani e russi si sono incontrati con Moaz Alkhatib, rappresentante dell’opposizione siriana.

Predicatore sunnita appoggiato dai Fratelli musulmani, Alkhatib è considerato un moderato malvisto dalle frange salafite. Poche ore dopo la fine della conferenza annunciava la disponibilità a trattare con il vicepresidente siriano Faruq al-Sharaa, che non si è sporcato le mani di sangue. Non era mai accaduto prima. L’obiettivo, secondo il capo dell’opposizione, «è aiutare il regime ad andarsene pacificamente». La liberazione di «160 mila detenuti politici» e il rientro in patria dei siriani in esilio sono le precondizioni. La trattativa dovrebbe avvenire a Tunisi o al Cairo. Il ministro degli Esteri di Teheran, Ali Akbar Salehi, ha dichiarato: «Se vogliamo fermare il bagno di sangue, non possiamo scaricare le colpe su una parte o sull’altra». Non a caso l’Iran ha incassato a Monaco la sorprendente apertura del vicepresidente Usa, Joe Biden, che ora propone anche contatti diretti fra Washington e Teheran sul nucleare. E il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha definito «un passo molto importante» la decisione dell’opposizione siriana di negoziare con Damasco. L’influenza di Mosca sul regime siriano è fortissima. Lo dimostra la liberazione, il 3 febbraio, di due tecnici russi e di un ingegnere siciliano, Mario Belluomo, rapiti il 12 dicembre. Gli ostaggi sono stati scambiati con ribelli prigionieri di Damasco.

Com’è dunque il piano di pace suggerito da Teheran? Dopo la fine degli scontri, sotto la supervisione dell’Onu, bisognerà «formare un comitato di riconciliazione nazionale con la partecipazione dei rappresentanti dei diversi gruppi di varia estrazione sociale e politica e del governo siriano». Dal comitato dovrebbe nascere «un governo di transizione riconosciuto da tutti» per «indire libere elezioni del parlamento, formare un’assemblea che scriva la nuova costituzione e stabilire la data delle presidenziali». Secondo Mario Arpino, ex capo di stato maggiore della Difesa, «gli iraniani potrebbero fare sul serio. Questa volta i cattivi hanno avuto una buona idea. Se qualche monarchia del Golfo non ci metterà lo zampino, il negoziato potrebbe funzionare».

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