Siria: il significato politico-militare della riconquista di Palmira

La ripresa del controllo della città da parte delle truppe siriane non ha solo un valore simbolico per il suo patrimonio archeologico

palmira_009

– Credits: JOSEPH EID/AFP/Getty Images

Per Lookout news

Il 27 marzo, durante la domenica di Pasqua, mentre l’Europa partecipava con una prudenza dettata dalla minaccia terroristica alle celebrazioni religiose, le forze lealiste del presidente siriano Bashar Al Assad, con il sostegno determinante dell’aviazione russa, hanno strappato dalle mani dell’ISIS la città simbolo di Palmira, conquistata dal Califfato nel maggio del 2015.

 Da secoli nota come la “Sposa del Deserto”, l’antica cittadella di Palmira era stata dichiarata dall’Unesco “patrimonio dell’umanità” e proprio in spregio di tale riconoscimento i miliziani dello Stato Islamico si sono “presi cura” a modo loro delle antichità della città avviando un processo di distruzione sistematica dei reperti e degli importantissimi siti archeologici custoditi in quest’area.

 
Isis a Palmira: l'importanza strategica della conquista

I miliziani sono stati fermati dall’ingresso delle truppe siriane nel compound archeologico e dai caccia russi che, nella sola giornata di Pasqua, hanno condotto oltre 40 missioni di bombardamento sulle posizioni del Califfato uccidendo circa 80 miliziani e mettendone in fuga centinaia.

L’attivismo russo e l’immobilismo dell’Occidente
Se torniamo ai giorni di maggio dello scorso anno, quando i pick up con le bandiere nere sciamavano tra le antiche rovine romane di Palmira e il Califfato sembrava inarrestabile e invincibile, comprendiamo l’enorme significato psicologico rappresentato dalla riconquista di una città che non solo ha un importante ruolo strategico – perché il suo possesso consente di controllare le rotte per l’Iraq e la Giordania – ma che è anche una frontiera di civiltà contro la barbarie fondamentalista.

 Subito dopo la conquista di Palmira i miliziani del Califfato uccisero l’anziano curatore del sito archeologico, il professor Khaled Al Assad, che si era rifiutato di rivelare dove erano stati nascosti i reperti più antichi e preziosi che l’ISIS intendeva vendere sul mercato clandestino delle antichità.

Il consigliere politico del presidente Assad, Bouthania Shaabari, intervistato da Russia Today ha commentato amaramente che se gli americani avessero avuto realmente intenzione di “combattere il terrorismo avrebbero potuto individuare con i satelliti le colonne di miliziani armati che si dirigevano su Palmira e colpirle dall’aria […] invece non hanno fatto nulla”.

In effetti le cancellerie occidentali hanno finora preferito non commentare il successo che la riconquista di Palmira rappresenta per il regime di Assad e per il suo alleato russo. Anche dalla Nato non sono venuti commenti ufficiali, mentre per sottolineare il silenzio del governo britannico sul successo militare contro il Califfato, l’ambasciata russa a Londra ha pubblicato sul suo account Twitter un commento decisamente ironico: “keep calm and keep silent” (“state calmi e silenziosi”).

 

Il patrimonio archeologico da salvare
Intanto i militari russi che ancora operano in Siria stanno inviando nell’area di Palmira esperti sminatori dotati di droni e di mini robot per mettere in sicurezza il sito archeologico dalla minaccia delle mine disseminate in tutta la zona dagli uomini del Califfato prima della ritirata. Dopo gli sminatori sarà il turno degli archeologi che dovranno valutare i danni e avviare i primi restauri. Anche in questo caso in prima linea si schiereranno gli archeologi russi. Vladimir Pitrovsky, capo della missione in Siria del Museo Hermitage di San Pietroburgo, incaricato di dirigere la task force che dovrà determinare l’entità dei danni inflitti alle antichità dai vandali dell’ISIS, spera che ai russi si affianchino rapidamente missioni archeologiche tedesche, francesi e italiane. In un’intervista Pitrovsky ha dichiarato che “per prima cosa occorre valutare i danni arrecati: cosa è stato distrutto, cosa si è salvato seppure parzialmente. Poi dovremmo creare una nuova mappa del sito e dividere le aree di responsabilità tra le missioni archeologiche internazionali”.

 Mentre i governi occidentali ancora tacciono, il capo dell’Unità di crisi dell’Unesco, l’italiano Giovanni Boccardi, si è affrettato a dichiarare alle agenzie internazionali che “non appena le condizioni della sicurezza lo consentiranno anche noi ci recheremo a Palmira […] che è un sito di valore universale e appartiene a tutta l’umanità ed è quindi responsabilità della comunità internazionale di aiutare il popolo siriano nella ricostruzione”.

Cosa aspettarsi dopo la riconquista di Palmira
Solo dieci mesi fa, conquistando Palmira il Califfato sembrava invincibile. Il regime di Assad era alle corde, mentre la Russia di Vladimir Putin rischiava l’isolamento internazionale per le vicende della Crimea. In pochi mesi, e a costi relativamente bassi, il presidente russo ha mutato il corso della marea aggiudicandosi il merito di aver avviato il processo di distruzione delle armate di Al Baghdadi che, di fronte alle esitazioni e alle ambiguità degli americani, sembravano destinate a insediarsi stabilmente in Siria e nell’Iraq del nord.

Palmira è forse il simbolo dell’inizio della fine per l’ISIS e del ritorno della Russia al centro dello scacchiere internazionale.

© Riproduzione Riservata

Commenti