Esteri

Siria, Idlib: l'offensiva finale. Trump: "Assad non dovrebbe attaccare"

Raid russi nel nord est della Siria, si teme un nuovo attacco chimico. L'appello degli Stati Uniti

SIRIA IDLIB

Eleonora Lorusso

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Sono cadute nel vuoto le parole del presidente statunitense Trump rivolte ad Assad e Putin. A Idlib, nel nord ovest della Siria, dove ancora resistono i miliziani dell'Isis, è scattato l'attacco della Russia, che appoggia le forze governative.

Il capo della Casa Bianca solo poche ore prima dei raid aveva avvertito: "Il presidente Bashar al Assad non dovrebbe attaccare imprudentemente la provincia di Idlib in Siria - si leggeva in un tweet di Trump - E russi e siriani farebbero un grave errore umanitario nel prendere parte a questa possibile tragedia umanitaria. Centinaia di migliaia di persone potrebbero essere uccise. Non lasciamo che accada".

Anche l'Onu aveva parlato senza mezzi termini di rischio di "catastrofe umanitaria" in Siria, chiedendo l'apertura di un corridoio per permettere l'uscita dei civili dalla zona dell'attacco finale.

Ma dopo aver ammassato tra i 100.000 e i 150.000 gli uomini alle porte della città siriana, sono scattati i primi raid delle forze russe, dopo una tregua di 22 giorni. L'offensiva si annuncia come la più massiccia di tutta la guerra civile siriana, contro quello che il portavoce del Cremlino aveva già definito un "focolaio di terroristi".

I primi bombardamenti

Ad annunciare i primi bombardamenti è stato l'Osservatorio siriano per i diritti umani, con sede a Londra, mentre media locali hanno confermato l'azione dei caccia di Mosca, insieme a forze iraniane e siriane, che non hanno tenuto conto del monito Usa. "Non prestare attenzione al potenziale molto pericoloso e negativo dell'intera situazione in Siria non è un approccio completo ed esauriente" ha risposto il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, facendo eco alle parole di qualche ora prima del ministro degli Esteri siriano, Walid Muallem, secondo cui l'esercito è a "un quarto d'ora dalla vittoria" sui terroristi nel Paese e nessun intervento americano o di loro alleati potrà fermare l'offensiva. Al contrario, un eventuale intervento statunitense "non avrà impatto sul morale del nostro popolo o sui nostri piani di liberare Idlib".

Idlib, roccaforte dell'Isis

Nella località siriana, a nord ovest della Siria, meno di 60 km da Aleppo, si stima che prima dell'inizio della guerra vivessero poco meno di 100.000 persone, poi diminuite con l'infuriare della battaglia civile, soprattutto la città venne prima conquistata dai ribelli del 2011, poi tornata nelle mani dell'esercito di Assad, infine è diventata nuovamente una roccaforte dei combattenti del fronte di al-Nursa e Ahrar al-Sham, già vicini ad al-Qaeda e ora alleati dell'Isis, dal 2015.

Il dramma dei civili sfollati

Ad oggi, secondo le stime delle Nazioni Unite, vi si trovano circa 2 milioni di sfollati, che potrebbero ora tentare la salvezza a nord, verso il confine turco poco distante. Per questo l'Onu ha parlato di "rischio di catastrofe umanitaria" e della necessità di creare un corridoio per l'evacuazione dei civili. Ciò che più spaventa è la reale possibilità di uso di armi chimiche da entrambi i fronti.

Le manovre Russe  e il monito agli Usa

La Russia nelle ultime settimane aveva iniziato il rafforzamento del proprio contingente, soprattutto con una presenza militare navale. Dal 1° settembre le forze russe hanno iniziato una maxi-esercitazione nel Mediterraneo, la più grande condotta finora, che coinvolge 25 navi e 30 aerei di Mosca.

Uno spiegamento di forze del genere, il più grande da quando il Cremlino è intervenuto nell'area nel 2015, secondo le autorità russe è "pienamente giustificato e fondato" perché in Siria si sta assistendo a un "notevole potenziale di peggioramento" della situazione. Agli Stati Uniti era stato rivolto un monito a non ostacolare il proprio intervento utilizzando il pretesto di un possibile ricorso alle armi chimiche per un intervento di Washigton.

Le armi chimiche

Chiare erano state le parole del portavoce del presidente russo Putin, Peskov: "La situazione a Idlib lascia molto a desiderare. Il "focolaio di terroristi" che si sarebbe creato "non può portare a nulla di buono se continua questa mancanza di azione". L'offensiva militare ha già visto i primi raid e potrebbe portare alla più massiccia campagna mai condotta finora in territorio siriano, maggiore anche rispetto a quelle ad Aleppo e Ghouta.

E' proprio per questo che si teme, proprio come a Ghouta, l'uso di armi chimiche. "Sarebbe inaccettabile" ha tuonato l'Onu, con l'inviato speciale per la Siria, Staffan De Mistura, pronto a volare a Idlib e che dal Palazzo di Vetro ha esortato: "Consapevoli degli impegni e dei colloqui in corso per evitare il peggior scenario non possiamo ignorare la possibilità di errori di calcolo. La questione di evitare il possibile uso di armi chimiche è davvero cruciale e sarebbe assolutamente inaccettabile".

Contrattacca Mosca, accusando i Caschi Bianchi (o Difesa civile siriana) di aver consegnato un carico di "sostanze velenose" un gruppo di ribelli siriani che si oppone al regime di Assad. "Abbiamo motivo di ritenere che Jabhat al-Nusra, che attualmente si autodefinisce Hayat Tahrir al-Sham, stia per mettere in scena una provocazione molto grave nell’area Idlib, utilizzando sostanze chimiche contenenti cloro, come già fatto in precedenza" ha dichiarato Ryabkov, vice ministro degli Esteri russo, citato da Interfax.

Il ministero della Difesa russo ritiene che un gruppo di jihadisti, addestrati all'uso di armi chimiche dai contractors della Private Military Company (PMC), organizzazione britannica con sede a Dubai e fusasi con l'americana Constellis, sia già arrivato a Jisr al-Shughur, nella zona di Idlib. "Metteranno in scena la decontaminazione delle vittime di un attacco di armi chimiche. L’attuazione di questa provocazione, condotta con l’assistenza dei servizi segreti britannici, è intesa come l’ultimo pretesto per gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia per scatenare un attacco missilistico contro le strutture statali ed economiche in Siria" è la dura accusa rivolta dal portavoce del ministero della Difesa di Mosca, il generale Konashenkov.

Intanto il ministro degli esteri di Damasco, Walid Muallem, che ha incontrato a Mosca il suo omologo russo Sergei Lavrov, ha messo le mani avanti, chiarendo che la Siria non possiede armi chimiche: "Non ne abbiamo bisogno - ha spiegato Muallem - perché otteniamo vittorie sui campi di battaglia".

Non solo Russia: anche Iran e Turchia in campo

Nell'offensiva finale Assad conta anche su altri due alleati come Iran e Turchia. Per il 7 settembre in programma anche un incontro tra il presidente russo Putin, quello iraniano Rouhani e quello turco Erdogan, a Tabriz in Iran.

Proprio le forze del Fronte di liberazione nazionale, un gruppo sostenuto da Ankara, ha infatti lottato finora a Idlib per mantenere il controllo del 40% del territorio circostante la cittadina, mentre il restante 60% è nelle mani degli jihadisti.

Cosa faranno gli Usa?

In questo scenario, che si prospetta come drammatico per i risvolti umanitari, gli Stati Uniti potrebbero non restare a guardare. La Russia ha già ammonito Washington a non usare lo spettro di un "falso attacco chimico" come pretesto per un nuovo attacco contro le forze governative di Assad.

Non è passato inosservato, infatti, l'ingresso del cacciatorpediniere lanciamissili della US Navy, USS Ross, il 25 agosto, armato di missili da crociera Tomahawk. Nel Golfo persico, invece, un altro cacciatorpediniere, The Sullivans, è già posizionato da tempo. Mosca ha sottolineato anche la presenza di bombardieri statunitensi B-1B Lancer nella base al-Udeid in Qatar, in realtà già presenti da tempo, ma che ora potrebbero assumere una rilevanza maggiore, specie nell'eventualità di un intervento statunitense.

Nelle scorse settimane era stato il consigliere per la Sicurezza nazionale Usa, Bolton, a minacciare: "Se il regime utilizzerà armi chimiche, risponderemo molto energicamente".

La sfida finale

Al momento la Siria è controllata per il 64% dall’Esercito Siriano e dai suoi alleati, per il 26,8% dalle milizie curde filo americane (FDS), mentre i combattenti ribelli - inclusi i filo turchi e gli jihadisti dell’ex Fronte al-Nusra - esercitano la propria influenza sul 7,35% del territorio. Allo Stato Islamico sarebbe rimasto solo l’1,5%. L'obiettivo sarebbe quello di liberare completamente il Paese dai terroristi.

“I progressi fatti in Siria contro i terroristi, nonché il recupero delle infrastrutture colpite nel corso della guerra civile, consente a circa 1 milione di rifugiati di tornare nel loro paese d’ origine” ha spiegato di recente il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, che aveva parlato anche di trattative con alcuni leader di gruppi ribelli armati nella provincia di Idlib per un accordo "pacifico". Negoziati però respinti da Abu Mohammed al-Golani, comandante del Comitato di Liberazione del Levante, vicino ad al-Qaeda e presente nella provincia di Idlib, che aveva fatto sapere che in quella zona non saranno raggiunte intese con il regime di Damasco e lasciando dunque aperta solo l'opzione militare.

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