Siria e Iraq: come risponderà l'Isis ai colpi subiti

Dalla morte di Al Shishani alla perdita di Qayyarah in Iraq: gli ultimi sviluppi della guerra infinita contro il Califfato

US Army Confirms Death of Top ISIS Commander Al-Shishani

Abu Omar Al-Shishani

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Abu Omar Al-Shishani, l’alto comandante dello Stato Islamico e il “ministro della guerra” cui il Califfato aveva affidato le operazioni siriane, sarebbe morto (nella foto in apertura). Per la terza volta. Se già nello scorso anno si era diffusa la notizia, poi smentita, di un suo decesso sul campo di battaglia, e lo scorso marzo lo si era dato per morto a causa di un drone che lo avrebbe centrato in pieno, riecco nel luglio 2016 un nuovo annuncio. Stavolta, a darne notizia sarebbe stato il Califfato stesso.

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La sua morte dichiarata per bocca dello Stato Islamico ci dice due cose. Primo, che non vi saranno più notizie riguardanti Al Shishani e che, deceduto o meno, la versione ufficiale del Califfato non cambierà. Secondo, come già avvenuto per Abu Ali Al Anbari, un pari grado di Al Shishani e vero ispiratore del Califfato (deceduto pressoché nello stesso modo e con le stesse smentite e conferme), la dirigenza di Raqqa presto vorrà vendicarlo con una serie di azioni spettacolari, seguendo il modello già visto durante la cosiddetta “offensiva Al Anbari”, una delle più grandi campagne militari lanciate dallo Stato Islamico negli ultimi tempi, cominciata il 30 aprile 2016 e trasformatasi in una serie di attacchi in numerosi Paesi, ma soprattutto nel settore iracheno. Quella dichiarazione spontanea, insomma, sarebbe una spinta motivazionale per chiedere nuovi sforzi ai propri miliziani, un incentivo a combattere per vendicare il loro comandante e di cui lo Stato Islamico ha terribilmente bisogno.

 

La situazione in Iraq e Siria
Proprio in Iraq, infatti, la coalizione che vede in prima fila esercito iracheno e peshmerga curdi, coordinati dagli USA, ha conquistato la centrale elettrica e la pista aerea di Qayyarah, città strategica a circa 70 chilometri a sud della città di Mosul. I progressi nell’avanzata verso Qayyarah, città del petrolio, giungono a poche ore dall’annuncio del segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Ashton Carter, secondo cui il Pentagono si appresta a inviare altri “consiglieri militari” nell’ordine delle centinaia (560 almeno), per aiutare le forze irachene nell’operazione di riconquista di Mosul, capitale irachena dello Stato islamico.

 

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Appena sarà operativa la pista aerea di Qayyarah, si potrà dare l’assalto a Mosul. “La battaglia per liberarla sarà più facile ora”, ha detto Mohammed al Bayati, capo dell’autorità per la sicurezza del governatorato settentrionale iracheno, confermando il buonumore delle truppe sulle possibilità di iniziare l’assedio di Mosul entro l’anno. A lui si è unito il premier iracheno Haider al Abadi, che il 9 luglio, annunciando la liberazione della base aerea, ha invitato la popolazione locale a “prepararsi per la liberazione delle loro città”.

 

Tuttavia, fonti sul campo confermano come i 60 km che separano ancora le truppe governative da Mosul, siano disseminati di IED (bombe artigianali) e dunque pesantemente minati. Questo potrebbe rallentare non poco le operazioni. Non solo, secondo i peshmerga curdi all’interno della città di Mosul – ormai isolata da internet a opera dello stesso Stato Islamico, che vuole evitare il panico, le fughe e lo spionaggio tra la popolazione – vi sarebbe un’alta presenza di soldati dello Stato Islamico, ben forniti di armi e di artiglieria pesante, che attendono il loro destino. 

Va un po’ peggio nel settore siriano, dove la vitalità dello Stato Islamico ha permesso ai miliziani di colpire duro a Palmira, costringendo i russi a intervenire nuovamente, e di non perdere posizioni intorno ad Aleppo. Tutto sommato, lo stallo siriano depone in favore del Califfato, che qui si è dimostrato più abile, se non altro per la frammentazione delle forze in campo.

 La serie di duri colpi inferti agli uomini di Al Baghdadi a partire dall’ottobre 2015, confermano in ogni caso la debolezza del progetto califfale che, da questo momento in poi, può contare solo sulla fedeltà residua delle proprie truppe e su nuove iniziative stragiste per spaventare i governi dell’Iraq e gli altri della coalizione, senza tuttavia avere più alcuna chance di mantenere le conquiste del 2014 o di respingere nuovi attacchi internazionali.

 

 

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