Siria, l'interventismo della Francia di Macron

Il presidente nel solco di Sarkozy e dell'Atlantismo oltranzista non rinuncia al mito della grandeur nonostante i rischi di un’escalation militare

macron

– Credits: JOHN THYS/AFP/Getty Images

Alessandro Turci

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Avvisaglie di un Emmanuel Macron allineato allo schema della grandeur francese erano già pervenute. Oggi, con l’ipotesi di un imminente attacco missilistico alla Siria di Assad a fianco di Stati Uniti e Regno Unito, giustificato dalle "prove" sull'uso di armi chimiche, il segnale diventa conferma. Macron sceglie il campo dell’Atlantismo oltranzista e lo fa nonostante l’ultimo episodio di questa strategia, cioè l’attacco alla Libia di Gheddafi nel 2011, sia ancora oggi un interrogativo aperto.

I SEGNALI

Ecco una breve carrellata di segnali. Il primo fu la virile stretta di mano con Donald Trump (ribattezza “white knukcles” cioè da nocche bianche) durante il primo incontro NATO da Presidente; fu il preludio all’invito, per i Trump, alla parata militare del 14 luglio a Parigi. Galeotta, sappiamo oggi, perché quel giorno The Donald decise di averne una anche lui, nella cheta e “provinciale” Washington.

Poi è venuto il caso Skripal. Macron ha dato immediatamente man forte alle accuse di Theresa May rivolte al Cremlino. Parigi è anzi in prima linea nell’investigazione, che al momento segna la peggior crisi diplomatica tra Russia e potenze occidentali dalla fine del comunismo.

La recentissima visita del principe saudita Mohammed ben Salman a Parigi, con relativa conferma di accordi sulla fornitura di armi, rappresenta una scelta di campo geopolitica molto netta, dal momento che l’Arabia Saudita (anche grazie a Trump) è tornata ad essere il cardine delle potenze occidentali nell’area, in funzione anti Iran e, per estensione, in funzione anti russa.

SULLE ORME DI SARKOZY

Parigi fa modello, come d’abitudine, ma quale modello è il punto. Alla vigilia di un’escalation senza precedenti in Siria, il prototipo sembra essere quello del picaresco Sarkozy, il figlio di un immigrato ungherese arruolato nella legione straniera, divenuto poi Presidente dei neogollisti e oggi implicato in un’inchiesta che verte proprio sull’intervento contro la Libia di Gheddafi, cioè contro il principale finanziatore della sua campagna elettorale.

Certo per Macron è un paragone impietoso, dal momento che si era presentato come l’esatto opposto dello stile Fouquet’s, dal nome del ristorante preferito di Sarzoky, dove si riuniva una Parigi rapace, molto disinibita e amante della celebre sogliola alla mugnaia da 80 euro, pagata - oggi sappiamo - coi petrodollari libici.

IL MITO DELLA GRANDEUR

In realtà Macron obbedisce più che al modello Sarkozy, al quello della grandeur francese: un mito che trascende le specificità di chi alloggia all’Eliseo e finisce sempre per imporsi. Oltre al mito, il ruolo decisivo lo gioca in realtà l’état profond francese, cioè quell’insieme di forze extra-costituzionali, o parallele alla Costituzione, che sovrintendono alla politica estera francese come uno Stato nello Stato.

Il teatro siriano, con l’appoggio ininterrotto ai ribelli, conferma la regola. È celebre l’elogio dell’ex ministro degli esteri Laurent Fabius, raccolto nel 2012 da Le Monde, sull’ottimo lavoro (“le bon boulot”) che Al-Noursa stava svolgendo sul terreno in funzione anti Assad. Come sappiamo questa formazione altro non era che l’impresentabile al-Qaeda in Siria, come d’altronde sappiamo essere il presentabilissimo Ministro Fabius un socialista, a dimostrazione di una trasversalità e ineluttabilità dell’idea di grandeur che abbraccia tutto l’arco politico francese: da Sarkozy a Hollande, passando per il “nuovo” Macron.

Infine - quella che osservatori, vittime sub-sahariane delle tratte migratorie e ONG considerano all’unanimità una catastrofe - cioè la guerra libica da parte della Francia di Sarkozy (e del Regno Unito di David Cameron), potrebbe non essere considerata tale dall’état profond di Parigi e dal Deep State di Londra.

Gli interessi, in geopolitica, sono una carta più alta rispetto ai caramellosi principi, e la destabilizzazione della Libia (come ci conferma da quasi trent’anni quella del Corno d’Africa) può tornare molto più utile di quanto non appaia ad occhi ingenui.

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