Redazione

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Nessuna tregua sembra possibile in Siria. Oggi alcuni episodi, in particolare, hanno dimostrato quanto sia lontano una qualsiasi forma di cessate il fuoco e a pagarne le spese, come da cinque anni a questa parte, sono soprattutto i civili.

Questa mattina, nel giro di poche ore, sono stati colpiti cinque ospedali (uno dei quali di Medici Senza Frontiere a Maarat al-Numan nella provincia di Idlib, l’altro un ospedale pediatrico ad Azaz vicino al confine turco) e due scuole nel nord del paese.
Il bilancio provvisorio è di almeno 50 morti.
Un bilancio reso pubblico da Farhan Haq, portavoce del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon che “è profondamente preoccupato dalle notizie di attacchi missilitici su almeno 5 strutture mediche e due scuole tra Aleppo e Idlib, che hanno ucciso quasi 50 civili, inclusi bambini”.

Medici senza Frontiere
Sono almeno 7 i morti e altre 8 le persone disperse secondo Msf, a Maarat al-Numan dove 40mila persone, secondo le stime di Msf sono adesso senza copertura sanitaria in una zona nella quale sono in corso violenti combattimenti. 

Msf ha scritto di “un attacco deliberato”.  L’ospedale è stato colpito quattro volte in due serie di almeno due attacchi a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro. 

Non è chiaro chi abbia condotto i raid contro Msf.
Msf inizialmente non ha indicato responsabili, ma lOsservatorio siriano per i diritti umani (@snhr) ha parlato di raid “verosimilmente russi”.

L’ambasciatore siriano in Russia, fonte la cui credibilità è vicina allo zero vista l'alleanza stretta fra Damasco e Mosca, e vista l'offensiva dell'esercito di Assad sostenuto dai bombardamenti dei russi di questi giorni, sostiene che siano stati jet Usa a centrare la struttura.
Msf in serata si è però sbilanciata. Pur dicendo di non essere in grado di precisare quale aviazione abbia sparato, ha precisato che l’area di operazioni è quella in cui operano da mesi i russi e da anni i caccia governativi siriani. “O il governo (siriano) o la Russia sono chiaramente responsabili”, affermano da Msf. 

Per il regime di Damasco e i suoi alleati russo e iraniano si tratta di combattere contro “terroristi”. Dall’inizio dell’anno sono stati finora 15 gli attacchi contro ospedali e cliniche mediche in Siria. Mentre, dall’inizio del conflitto nel 2011, Amnesty stima siano 336 i centri medici attaccati. L’ong, citando di dati dell’organizzazione Physicians for Human Rights, stima siano stati uccisi 697 tra medici e volontari. Lo scorso anno sono stati ben 112 i bombardamenti su strutture ospedaliere. Dati che hanno spinto gli esperti a parlare di “una distruzione sistematica” da parte di Mosca e Damasco del sistema sanitario delle zone fuori dal controllo dal regime siriano.


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Dieci civili morti ad Azaz
Pesante anche il bilancio ad Azaz: almeno 10 i civili morti, tra cui due donne, una incinta, e tre bambini. Il premier turco Ahmet Davutoglu ha sostenuto che un missile balistico russo ha colpito la località, ma la zona è ‘martellata’ da sabato anche dalle forze armate turche. 

Irritata l’Ue che ha rivolto un appello a lavorare per il cessate-il-fuoco: “Solo pochi giorni fa tutti noi, compresa la Turchia, abbiamo concordato impegni per la cessazione delle ostilità in Siria”, ha detto il capo della diplomazia europea, Federica Mogherini. “Ci aspettiamo che tutti rispettino gli impegni di Monaco, e ricevere dal terreno notizie di segno opposto non e’ quello che ci aspettiamo”. 

La Turchia: non siamo entrati in Siria
Oggi il governo di Ankara ha smentito la notizia che alcuni soldati turchi siano entrati in Siria e ha anche precisato di non avere alcuna intenzione di mandarne. 

Il ministro della Difesa ha anche smentito che i caccia sauditi siano già arrivati in Turchia, ma ha precisato che la monarchia saudita ha intenzione di inviare quattro F-16. 

Ma Ankara comunque continua a bombardare il nord della Siria. E oggi Davutoglu ha ripetuto che non permetterà in nessuno caso che le milizie curde della Siria, Ypg, si rafforzino nella zona nord-orientale del Paese, ora dominata dall’Isis: i curdi siriani, ha detto, sono “uno strumento nelle mani della Russia”. 

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