Siria: attacchi multipli nelle città controllate da Assad

Decine di morti in attacchi simultanei nella periferia di Damasco, a Tartus e Homs: il punto sulla guerra dopo l'intervento turco

La situazione nel quartiere di Jouret Al Chyah, a Homs (Siria) – Credits:  EPA/STR

Alfredo Mantici

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Per Lookout news

In Siria, nella mattina di oggi lunedì 5 settembre, una serie di esplosioni si sono verificate in almeno tre città controllate dall’esercito siriano. Gli attacchi sono avvenuti a Sabbura, tra la capitale Damasco e il confine con il Libano, a Homs e Tartus. Il bilancio è di almeno 38 morti e oltre 50 feriti. Trenta vittime si sono registrate a Tartus, dove due esplosioni causate dal lancio di autobomba e da un attentatore kamikaze sono avvenute all’ingresso della città portuale sotto il ponte Arzuna. A Tartus Mosca dispone di una grande base navale da dove coordina parte delle operazioni militari in Siria. Si tratta di un attacco durissimo a cui il Cremlino reagirà a stretto giro ordinando nuovi raid aerei dalla base aerea di Khmeimim, nei pressi di Latakia.

 

Prosegue l’offensiva turca “Scudo sull’Eufrate”
Intanto nel nord della Siria prosegue l’operazione militare dell’esercito turco denominata “Scudo sull’Eufrate”. La missione è stata lanciatail 24 agosto dalla Turchia con l’appoggio dei ribelli turcomanni affiliati al Free Syrian Army. L’offensiva su larga scala mira a espellere dalla frontiera turco-siriana sia le milizie dello Stato Islamico sia le forze curde dell’YPG (Unità di Protezione del Popolo) che, con l’appoggio degli Stati Uniti, da oltre due anni difendevano con successo le popolazioni curdo-siriane e yazide dalla spietata “pulizia etnica” praticata dai jihadisti del Califfato.

 L’offensiva, sviluppata con truppe corazzate e aerei, ha avuto un immediato successo militare, con la conquista alla fine di agosto della città strategica di Jarabulus e l’espulsione dell’ISIS da un’area di vitale importanza per i suoi rifornimenti. L’operazione ha però creato ulteriori complicazioni diplomatiche tra Ankara e Washington perché gli americani, pur condividendo con i turchi l’obiettivo di distruggere lo Stato Islamico, appoggiano politicamente e militarmente i ribelli curdi dell’YPG.

 I turchi considerano i curdi un pericolo permanente per la stabilità e l’integrità territoriale e politica del loro Paese e temono la duplice saldatura politico-militare tra le milizie dell’YPG, i terroristi turchi del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e i connazionali del Kurdistan iracheno che dai tempi della caduta di Saddam Hussein hanno conquistato una totale autonomia politica e amministrativa.

 Per giustificare l’offensiva in terra siriana il presidente turco Receep Tayyip Erdogan, in un’intervista rilasciata il 4 settembre alla televisione di stato cinese a margine della prima giornata di lavori del vertice G20 di Hangzou in Cina, ha dichiarato, in polemica con gli Stati Uniti: “Non esistono i terroristi ‘buoni’. Tutte le organizzazioni terroristiche sono maledette. Noi vediamo le cose in questo modo e su questa base sviluppiamo la nostra lotta”.

 

Il punto sui combattimenti
Sabato 3 settembre l’offensiva turca in territorio siriano ha subito un’ulteriore accelerazione. Le truppe di Ankara, appoggiate dai ribelli turcomanni anti-Assad, hanno occupato la città di Al Rai, 55 chilometri a ovest di Jarabulus, isolando completamente il confine turco-siriano dai territori ancora occupati dall’ISIS.

 La perdita del controllo di questo territorio può, nel lungo periodo, infliggere un colpo mortale al Califfato in Siria, perché per anni un flusso vitale di rifornimenti e di foreign fighters, sotto gli occhi allora bendati e benevoli delle autorità turche, è passato proprio dalla striscia oggi occupata dai militari turchi e dai loro alleati del Free Syrian Army.

 Secondo l’ufficio londinese dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, oggi l’ISIS ha perso ogni contatto con il mondo esterno. La notizia è stata confermata dal primo ministro turco, Binali Yildirim, che durante un incontro con rappresentanti di organizzazioni umanitarie non governative svoltosi il 3 settembre nella città di frontiera di Diyarbakir ha dichiarato: “Ora 91 chilometri di frontiera sono completamente puliti. Tutti i terroristi sono stati espulsi”. Quello che il premier turco non ha detto, però, è che parte di questa “pulizia” è stata fatta dalle forze dell’YPG con il sostegno dei droni americani.

 Per rendere chiare le loro intenzioni e il loro definitivo abbandono della politica di tolleranza nei confronti dell’ISIS, i turchi hanno iniziato dal 2 settembre la costruzione di un muro che dalla città siriana di Karamesh, passando per Jarabulus, arriverà fino a Kobane, la città simbolo della resistenza curda contro le milizie del Califfato.

 

Aleppo e le tensioni Mosca-Washington
L’ultimo fine settimana è stato decisamente duro per le milizie del Califfo Abu Bakr Al Baghdadi e per le truppe ribelli di Jabhat Al Nusra - transitate sotto il nuovo cappello Jabhat Fateh al Sham (conosciuto anche come Front of The Conquest of Syria) - asserragliate ad Aleppo. Le forze fedeli al governo di Damasco, appoggiate dai miliziani del gruppo sciita libanese Hezbollah, hanno conquistato posizioni strategiche in quella che era, prima della guerra, la più bella e la più prospera città della Siria. Da sabato 3 agosto i militari lealisti hanno assunto il controllo dei quartieri sud-occidentali della città e del Collegio militare degli armamenti e dell’aviazione che ormai da anni era diventato un centro di comando delle operazioni dei ribelli, uno dei quali ha dichiarato alla CNN: “Adesso non possiamo attraversare la strada per Aleppo neanche a piedi. Aleppo è isolata”.

 

La situazione di Aleppo, dove è in atto una crisi umanitaria sempre più allarmante, è stata al centro dei colloqui tra il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e la sua controparte americana John Kerry durante il G20 che si conclude oggi ad Hangzou.

 Domenica 4 settembre, proprio nel giorno in cui l’assedio di Aleppo è stato completato, la conferenza stampa congiunta di Kerry e Lavrov nella città cinese, nel corso della quale doveva essere comunicato il raggiungimento dell’accordo per una tregua umanitaria ad Aleppo, è stata annullata. I russi non hanno infatti accettato di attenuare l’offensiva aerea contro le forze ribelli di Jabhat Fateh al Sham che, come detto, altro non sono che le milizie del fronte di Al Nusra che hanno tentato, cambiando nome, di “far dimenticare” agli americani di far parte di Al Qaeda.

 Molti dei gruppi che appoggiano Al Nusra sono considerati “non terroristi” dagli americani, che nel corso degli anni li hanno sostenuti con armi e denaro. Questa posizione rende difficile un accordo con i russi, perché le formazioni appoggiate dagli USA ad Aleppo combattono al fianco dei jihadisti di Al Nusra e, quindi, sono considerate bersagli legittimi dall’aeronautica di Mosca.

 Parlando del problema con i giornalisti ad Hangzou, il presidente Barack Obama ha ammesso che ci sono “gravi differenze di vedute” con i russi su come mettere fine alla guerra in Siria, in quanto “se non otteniamo qualche concessione da Mosca sulla riduzione della violenza e sulla soluzione della crisi umanitaria è difficile capire come si possa passare alla fase successiva”. Quello che Obama non ha dichiarato è che la “fase successiva” deve necessariamente comportare un dialogo con il presidente siriano Bashar Al Assad e il riconoscimento de facto del ruolo del Cremlino nello scacchiere siriano. Un boccone politicamente molto amaro per un presidente a fine mandato che solo tre anni fa aveva intimato ad Assad di lasciare la Siria senza condizioni.

 

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