Se l’Italia riporta l’Europa in Libia

Il vertice dell'Ue per decidere le azioni da intraprendere per fermare le tragedie del mare è solo l’inizio di un lungo percorso

US President Barack Obama hosts Italian Prime Minister Matteo Renzi

Barack Obama e Matteo Renzi durante la conferenza stampa a Washington, 17 aprile 2015. EPA/SHAWN THEW

Luciano Tirinnanzi

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Per Lookout news

Tutto comincia con le dichiarazioni del ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, all’indomani dell’arrivo a Sirte dello Stato Islamico. A San Valentino del 2015 il ministro dichiara: “È una situazione che minaccia l’Italia. Siamo pronti a combattere in un quadro di legalità internazionale”. Il giorno dopo gli fa eco il ministro della Difesa, Roberta Pinotti: “L’Italia è pronta a guidare in Libia una coalizione di Paesi dell’area, europei e dell’Africa del Nord”.

 Ventotto giorni dopo, il premier Matteo Renzi, ospite del presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, parla davanti a una platea di leader arabi a Sharm El Sheikh. “C’è condivisione ampia sulla necessità di un intervento rilevante in Libia, da realizzare a partire dagli sforzi diplomatici dell’ONU” dice.


L’Italia è pronta a guidare in Libia una coalizione di Paesi dell’area, europei e dell’Africa del Nord Roberta Pinotti

 

Dopo altri ventotto giorni, tra il 10 e il 12 aprile nel Canale di Sicilia vengono soccorsi 5.629 migranti provenienti dalle coste libiche e diretti verso l'Italia. Altre migliaia di migranti partono i giorni seguenti, molti dei quali moriranno prima ancora di arrivare a vedere le coste siciliane.

 Nel frattempo, l’emissario delle Nazioni Unite per la crisi in Libia, Bernardino Leon, dice di essere vicino alla formazione di un governo di unità nazionale. Eppure, le forze armate che rispondono al governo di Tobruk, quello sostenuto tra gli altri da Egitto e Italia, attaccano incessantemente i villaggi intorno a Tripoli, dove sono presenti le forze islamiste di Alba Libica, che controllano la capitale e rivendicano a loro volta l’autorità sul Paese. Mentre a Derna, lo Stato Islamico crocifigge chiunque non presta fedeltà al Califfato.

 In questo scenario, si arriva così alla settimana decisiva per l’Unione Europea, quella che giovedì 23 aprile potrebbe sancire un vero e proprio impegno militare (“civile-militare” è stata la formula esatta usata dalla Commissione Europea) dei Paesi membri, per mettere fine al traffico di esseri umani e interrompere il flusso di sbarchi nel Mediterraneo.

 “Spero che sia il punto di svolta nella coscienza europea, per non tornare a promettere senza agire” ha stigmatizzato Federica Mogherini, ex ministro degli Esteri italiano e oggi capo della politica estera e sicurezza comune dell’Unione.

 

La missione Atalanta e l’esercito europeo
Un intervento militare europeo in acque libiche contro i famigerati barconi e i signori della guerra, seppure limitato a operazioni di sabotaggio, potrebbe segnare davvero un punto di svolta nella politica estera europea. Non significherebbe certo l’avvenuta costituzione di un esercito europeo, ma se funzionasse, questo episodio aprirebbe la strada a un coordinamento sempre più stringente e coordinato nelle politiche militari comunitarie.

 Non è un caso che si sia parlato di “modello somalo” per le manovre in Libia. In Somalia o meglio nel Corno d’Africa, dal 2008 (l’Italia dal 2009) l’Unione Europea è direttamente impegnata in una missione militare contro la pirateria per la protezione delle navi mercantili che transitano tra il Mar Rosso, il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano.

 Provvedendo anche alla scorta armata dei cargo delle Nazioni Unite che trasportano cibo in 78 Paesi secondo il Programma Alimentare Mondiale, la missione UE “Atalanta” ha portato risultati notevoli, che indicano incontrovertibilmente la sua efficacia. Se tra il 2009 e il 2011 gli attacchi dei pirati in quest’area avevano raggiunto quota 513, tra il 2013 e il 2014 sono stati solamente 9, con 154 pirati arrestati.

 Ciò detto, la Libia non è il Corno d’Africa e i trafficanti di esseri umani non sono pirati strafatti di khat, che non hanno nulla da perdere. Sono vere e proprie milizie, abituate alla guerra e ricche di armi. Il loro business produce milioni di dollari l’anno e foraggia tanto le casse delle organizzazioni criminali quanto quelle delle soldataglie che combattono le guerre a singhiozzo in corso in Mali, Nigeria, Libia, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Somalia. Difficilmente dunque si sottometteranno e rinunceranno all’azione.

 

La strategia di guerra
I ministri della Difesa europei si guardano bene dal descrivere come si svolgeranno le operazioni, ma appare già chiaro che serviranno tanto le navi da guerra, quanto i caccia e gli aerei spia. Nessuna incursione di terra, per il momento. Il premier italiano Matteo Renzi deve averne parlato a lungo con il presidente USA Barack Obama, il quale potrebbe già aver dato il placet americano e deciso di fornire all’Italia anche droni armati, oltre ai predator che il nostro Paese già utilizza, ma senza l’equipaggiamento da attacco.

 Va riconosciuto al governo Renzi di aver messo il dossier Libia al primo posto della politica estera, sin dal suo insediamento. Non è del tutto vero che ci si è mossi solo dopo l’ultima tragedia. Quella ha forse vinto le ultime resistenze, certo. E probabilmente sarà ricordata come il casus belli di questa nuova potenziale guerra. Ma l’azione militare è da tempo più che un’opzione.

 


Immigrazione: si fa presto a dire blocco navale
 

In ogni caso, se oggi l’Unione Europea è pronta ad agire contro i trafficanti libici, lo si deve quasi esclusivamente alla determinazione italiana, che continua a credere in un futuro unitario per la Libia e che mantiene rapporti (non ufficiali) con tutte le fazioni in lotta. Motivo per il quale, ad esempio, l’ENI è l’unica impresa che non ha mai smesso di lavorare neanche con la guerra civile in corso.

Le mosse del governo Renzi
Matteo Renzi
ha sposato la causa del generale-presidente egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, che sponsorizza il governo laico di Tobruk e avversa gli islamisti di Tripoli. Ha imposto all’Unione Europea il calendario per mettere la firma sopra un’azione coordinata. Ne ha discusso tanto con la Casa Bianca che con il Cremlino. Vedremo se giocherà un ruolo anche in seno alle Nazioni Unite.

 Ma se è vero che l’UE intende agire compatta e unita, questo potrebbe significare anche l’esclusione di un mandato ONU. Del resto, la legittimità di un’azione in territorio libico potrebbe auto-giustificarsi per via dell’assenza di un governo centrale cui fare riferimento. Tuttavia, il cappello del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è sempre la scelta migliore sopra ogni missione a lungo termine.

 Intanto, Renzi può già incassare il consenso interno di Silvio Berlusconi, per il quale la Libia resta una ferita aperta. “Basta con le accuse e le contrapposizioni, questo è il momento dell’unità e dell’azione” ha stigmatizzato l’ex Cavaliere in queste ore.

 Stavolta, dunque, non saremo trascinati da Francia e Regno Unito in una guerra che non vogliamo. Stavolta, nella buona e cattiva sorte, saremo stati noi ad aver promosso un’azione che contempla anche l’aspetto militare. Tornare indietro non è più possibile e ormai non avrebbe senso. Dall’esito della missione dipenderanno perciò la nostra credibilità internazionale, i passi in avanti per la sicurezza delle frontiere meridionali d’Europa e per la sicurezza stessa del nostro Paese.

 C’è solo un rischio che l’Occidente non considera mai a sufficienza. È la cosiddetta “vendetta araba”, un precetto purtroppo insito nel dna di queste popolazioni, secondo cui il sangue si può lavare solo con altro sangue.

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