Esteri

Scontro di civiltà: l'equazione sbrigativa che allontana dal problema terrorismo

I tentacoli del terrore che arrivano fino in Occidente hanno un peso ben maggiore dove hanno origine: il conflitto tra sciiti e sunniti

Battaglia di Mosul, Iraq

Alessandro Turci

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Lo scontro di civiltà tra Occidente e Oriente visto da New York, o meglio da Ground Zero, non somiglia a quello osservato da Baghdad o da Teheran. Anzi, non sembra nemmeno lo stesso concetto, visto che di scontro di civiltà in quella porzione di Asia mesopotamica non si ragiona.

Qui ci troviamo ben oltre il fenomeno, ricorrente nella storiografia, di dare nomi differenti allo stesso evento. Quella che per noi Occidentali è la Guerra del Vietnam, per i vietnamiti è la Guerra contro gli statunitensi per la Salvezza. Quella che per noi è la Seconda Guerra Mondiale, per i russi è la Grande Guerra Patriottica (Velikaja Otečestvennaja vojna).

Un conflitto interno di natura economica

Nel caso dello scontro di civiltà, tuttavia, si va ancora oltre lo slittamento semantico. Perché, a ben guardare, esso esiste principalmente per gli occidentali. Per il mondo Orientale il conflitto è interno, puramente economico, e con declinazioni confessionali e settarie.

Secondo il report sul terrorismo dell’Institute for Economics & Peace, il think tank australiano che effettua un monitoraggio annuale approfondito del fenomeno, le percentuali di morti causati dal terrorismo nei paesi islamici è in continua crescita, ed è arrivata nel 2016 ormai al 75% del totale delle vittime mondiali.

I Paesi maggiormente interessati al fenomeno sono Iraq, Nigeria, Afghanistan, Pakistan e Siria. E’ molto interessante a questo punto sovrapporre la cartina della violenza terroristica con quella della cosiddetta “Guerra Civile Araba” in tema energetico (un confronto che vede protagonisti paesi produttori ed esportatori di petrolio), dove troviamo di nuovo la Siria e l’Iraq, ma questa volta in compagnia di Yemen e Libia.

Nessi (non) causali

Con chiave di ricerca terrorismo, abbiamo quindi solo Siria e Iraq – non a caso i teatri delle due principali guerre contemporanee – a conferma dell’evidenza che il terrorismo non abbraccia tutte le criticità della Regione; o meglio ancora, ne rappresenta forse il sintomo ma non certo la causa.


Il concetto non è difficile da capire ma appare ancora più chiaro se si osservano le grandi monarchie patrimoniali dell’Area - Arabia Saudita ed Emirati - arroccate in un potere autocratico e incapaci di favorire forme di transizione democratica all’interno delle proprie istituzioni.

Le primavere arabe, o il loro fallimento se si preferisce, ci offrono la miglior sintesi di questa equazione geopolitica. Come sappiamo, le aspirazioni democratiche del Bahrain sono state annientate dall’intervento dell’Arabia Saudita, così come Riyad ha apertamente sostenuto il ritorno dell’Egitto al giogo dei militari contro le elezioni libere che avevano decretato la vittoria di Mohamed Morsi.

Il ruolo giocato dall’Arabia Saudita nello Yemen è ormai un fatto acquisito, come le ingerenze in Libia e quelle nel teatro siriano. A questo dinamismo conservatore sunnita fa da controcanto il supporto, ampio e determinato, dell’Iran alla galassia sciita rappresenta dalle minoranze di Bahrain, Yemen ma anche di Siria e del sempre strategico Libano.

La guerra tra Iraq e Iran (nata come offensiva irachena contro l’Iran, dove infatti prende il nome di Guerra Imposta) fu la prima tragica cartina di tornasole della guerra Civile Araba e della sua capacità di allargarsi sino al mondo persiano.

Le due anime dell'Islam in perenne conflitto

Lo scontro tra sunniti e sciiti è quindi alla base di una conflittualità per l’egemonia che non lascia intravedere al momento segnali di allentamento. Nessuna fazione ha infatti la forza per sottomettere l’altra, come già avvenuto in passato; inoltre il dossier Israele, con le enormi implicazioni che esso si trascina, rimane più irrisolto che mai. Anzi, lo scontro appare cruento già nel perimetro di ciascuna fazione, e principalmente in quella sunnita dove le forze moderate (Oman e Kuwait) non hanno il peso specifico necessario per influenzare le decisioni del Consiglio di cooperazione del Golfo, l’organismo regionale dove si misurano i rapporti di forza.

Il Qatar è invece in una posizione critica per il motivo opposto, e cioè il supporto al sedicente califfato. I palestinesi, infine, sono di volta in volta il capro espiatorio o il simbolo del martirio, e spesso ostaggio delle logiche di potere tra cancellerie.

Il conflitto che sfocia nel terrorismo, i cui tentacoli colpiscono anche le città occidentali, ha insomma radici profonde nel mondo arabo musulmano e ci ricorda come la categoria “scontro di civiltà” tra Occidente e Oriente (cioè tra “noi e loro”) non sia solo una banale semplificazione senza senso, ma anche un’arma di propaganda distorta per avvelenare il dibattito politico.

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