Esteri

Saudi connection in Germania

Il salafismo sta prendendo piede nell’Europa Centrale sfruttando i finanziamenti del Golfo. Il vecchio continente saprà reagire?

TERRORISMO ISLAMICO

Stefano Piazza

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Per Lookout news

La maxi operazione di Polizia avvenuta lo scorso 15 novembre in Germania, con cui è stata messa in ginocchio l’organizzazione salafita Die Wahre Religion (La vera religione) del predicatore radicale di origine palestinese Ibrahim Abu Nagie, ha scosso l’opinione pubblica tedesca che comincia a rendersi conto solo ora dei drammatici errori commessi nella gestione delle politiche sociali e di accoglienza dai governi che si sono succeduti negli ultimi decenni.

 A peggiorare il clima la scoperta da parte delle agenzie di intelligence tedesche, rivelata dai media ieri 12 dicembre, del sostegno crescente da parte di organizzazioni religiose di Arabia Saudita, Kuwait e Qatar – con il placet dei rispettivi governi – a gruppi salafiti attivi in Germania. È il fenomeno ribattezzato dai media internazionali della Saudi Connection, il cui obbiettivo dichiarato è far aumentare le attività di proselitismo (Dawa Street), la costruzione di moschee e di strutture di formazione per imam di stretta osservanza wahabita-salafita in Occidente e in particolare in Europa.

 La paura è che grazie a questi generosi fondi che arrivano da Paesi ricchissimi, la galassia salafita in Germania si rinforzi e possa continuare a crescere a dismisura di pari passo con i consensi ottenuti dall’estrema destra politica di Alternative für Deutschland (AFD). Il partito promette che, una volta conquistato il potere, deporterà i rifugiati giunti finora in Germania in due isole extraeuropee: uomini da una parte, donne e bambini dall’altra.

 

Attualmente in Germania coloro che si riconoscono nel salafismo, ossia la versione più intollerante ed estrema dell’islam sono almeno 10.000, moltissimi dei quali sono convertiti tedeschi. Si tratta però di una cifra stimata per difetto. Il timore è che il virus salafita si diffonda anche tra le migliaia di richiedenti asilo nel Paese.

 

I parallelismi con i Balcani

Le indagini condotte in parallelo in Germania e nei Paesi del Golfo hanno dimostrato che esiste una strategia di lungo termine messa in atto dalle cosiddette “organizzazioni caritatevoli” come la Revival of Islamic Heritage Society (RIHS) del Kuwait, la Sheikh Eid bin Mohammad Al Thani Charitable Associationdel Qatar, oppure la Lega musulmana mondiale dell’Arabia Saudita per far deragliare l’islam europeo e tedesco attraverso la costruzione di moschee e istituti di formazione religiosa. Una strategia collaudata e già sperimentata con successo nei Balcani, dove al termine delle guerre jugoslave (1991-1995) nelle aree colpite dal conflitto si precipitarono molte ong del Golfo Persico.

 

Non a caso Bosnia Herzegovina, Kosovo, Macedonia, Montenegro, Sangiaccato (regione storico-politica e geografico-amministrativa dei Balcani occidentali divisa tra Serbia e Montenegro) e persino l’Albania (un tempo laica e comunista), sono divenuti un’enorme fucina di imam radicali e di feroci jihadisti. È il caso del “macellaio dei Balcani” Lavdrim Muhaxheri, originario di Kacanik, piccola città del Kosovo posta al confine con la Macedonia e divenuta tristemente nota per essere una delle centrali di arruolamento jihadista del continente europeo.

 

Quali rischi per la Svizzera?

La paura che il salafismo contagi anche la Svizzera è tangibile visto che le organizzazioni radicali operano quasi indisturbate da anni sfruttando abilmente connivenze politiche e leggi molto permissive. Dopo la messa al bando dei gruppi radicali in Germania, il consigliere nazionale ticinese del Partito Popolare Democratico Marco Romano è tornato nuovamente alla carica interrogando il Consiglio Federale. “L’organizzazione salafita Lies! – ha affermato – è stata messa fuori legge in Germania. Altri Stati, come ad esempio l’Austria, vietano gruppi e organizzazioni che diffondono per strada, con la distribuzione del Corano, visioni estreme e violente dell’islam in aperto contrasto con l’ordinamento giuridico vigente. Si fomenta la radicalizzazione. È ipotizzabile un divieto per Lies! e We Love Muhammad, e per i loro leader, anche in Svizzera? Il Consiglio federale intende agire a livello nazionale o la competenza è nelle mani dei Cantoni?”.

 

La risposta da parte del Governo Federale ai quesiti del parlamentare ticinese è arrivata il 5 dicembre, ma i toni sono apparsi ancora una volta a dir poco surreali rispetto alla portata della minaccia per la sicurezza del Paese. “In Svizzera non è possibile proibire un’organizzazione solo per il fatto che distribuisce per strada, e gratuitamente, testi religiosi”, ha dichiarato il Governo Federale aggiungendo che “la legge sulla sicurezza interna permette di proibire a un’organizzazione o a un gruppo attività che permettono direttamente o indirettamente a propagare o promuovere il terrorismo o l’estremismo violento; tuttavia la sola distribuzione di copie del Corano non rappresenta una minaccia per la sicurezza esterna o interna della Svizzera, per lo meno fintanto che non è constatato o provato che questa serva davvero a promuovere il terrorismo. Cosa che, per il momento almeno, non è il caso per Lies!”.

È l’ennesima prova dell’assoluta mancanza di volontà politica di analizzare in modo più approfondito e tentare di arginare il fenomeno dell’islam radicale nel Paese. In Svizzera vi è un continuo proliferare di moschee e centri culturali islamici, spesso di origine balcanica. Organizzazioni salafite come Die Wahre Religion, oppure il suo clone We Love Muhammad, che donano gratuitamente copie rilegate del Corano e che fanno della predicazione e delle conversioni all’islam per strada il loro core business, possono così proseguire a svolgere le loro attività praticamente indisturbate.

 Eppure i messaggi lanciati dalla maggior parte di questi salafiti non possono non essere tenuti nella dovuta considerazione. Come quelli del gruppo che fa capo al macedone Spetim Dauti, che insieme alle copie elegantemente rilegate del Corano (stampate in Arabia Saudita, ndr), diffonde slogan come “La democrazia è contro l’islam ed è l’esatto contrario dell’islam” oppure “Se neghiamo la sharia, allora siamo infedeli. Se accettiamo la democrazia, allora siamo infedeli”. Senza dimenticare il Consiglio Centrale Islamico Svizzero e i suoi dirigenti, da anni soggetti a inchieste penali per incitamento all’odio contro le istituzioni elvetiche.

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