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Russiagate: perché ora per Trump la tregua è finita

Paul Manafort, ex manager della campagna elettorale del tycoon, si è consegnato all'FBI. Finite le indiscrezioni inizia la resa dei conti

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Il Presidente Usa Donald Trump alla Casa Bianca - 25 ottobre 2017 – Credits: SAUL LOEB/AFP/Getty Images

Il Russiagate è entrato nella fase due. I primi arresti (domiciliari) chiesti da procuratore speciale Robert Mueller sono scattati: Paul Manafort, avvocato, consulente, ex responsabile della campagna elettorale di Donald Trump e il suo socio Rick Gates si sono consegnati all'FBI. Per loro le accuse sono dodici: dall'evasione fiscale all'inadempienza delle regole nel ruolo di rappresentanza di uno Stato.

George Papadopoulos, altro consigliere di Trump, invece, ha confessato di aver trattato con la Russia per forzare la mano e ottenere mail compromettenti su Hillary Clinton nel periodo delle elezioni. Ci siamo: il Russiagate inizia a mietere vittime. E questo ci permette sia di guardare indietro, per rileggere fatti e circostanze, sia avanti per individuare i possibili sviluppi.

La rivincita dei media

CNN aveva anticipato, alla vigilia dello scorso weekend, clamorose news in arrivo.

Questo ci dice come la guerra tra Trump e i media fosse solo sopita, e ora probabilmente riprenderà senza esclusione di colpi. Solo pochi mesi fa proprio CNN aveva dovuto licenziare in tronco una delle sue firme principali, il premio Pulitzer Eric Lichtblau, per un’inchiesta farraginosa sul Presidente. Ora si prende una rivincita piena, confermando l’indiscrezione della sua fonte segreta: Paul Manafort, ex manager della campagna elettorale di Trump, era l’uomo nel mirino e si è consegnato all’FBI.

La rivincita dell'FBI

Non è solo la CNN ad avere buona memoria. L’FBI, umiliata col licenziamento di James Comey, è tornata per saldare il debito pendente. Qualche mese aveva perquisito a sorpresa la casa di Manafort vicino a Washington appunto con un’operazione “no knock”, come la chiamano gli americani.

Il procuratore speciale Robert Mueller, ex capo dell’FBI, non ha dimenticato i ferri del mestiere; forse anche per questo del procedimento contro Manafort (e Rick Gates e George Papadopolous) si conosce poco, a parte i 12 capi d’accusa, tra i quali la cospirazione, il riciclaggio e la falsa testimonianza.

Tenere le carte dell’inchiesta secretate è una precisa strategia di Mueller ed è anche un messaggio a tutte le figure potenzialmente coinvolte nello scandalo che potrebbe così essere tradotto: possiamo essere duri e morbidi allo stesso tempo, ora regolatevi.

L'imprudenza di Trump

Trump continua a fare Trump. La sua prima reazione, via Twitter naturalmente, ha il sapore di un doppio scarica barile.

Da una parte sembra abbandonare Manafort al suo destino, e dall’altra chiama nuovamente in causa la corrotta (testualmente Crooked) Hillary Clinton, rea di ricevere un trattamento di favore. Da parte di chi? Ma degli investigatori ovviamente.

Insomma, Trump continua a sfidare il Bureau – anche se il licenziamento di Mueller ormai dovrebbe essere scongiurato – senza alcuna prudenza.

Le radici profonde del Russiagate

L’indagine su Manafort, e sui due stretti collaboratori, abbraccia un ampio lasso temporale. Parliamo del 2006-2016. Questo conferma un sospetto, e cioè che il Russiagate abbia radici profonde e quindi anteriori alla comparsa di Trump sulla scena politica. Ciò non toglie che la comparsa del candidato Trump abbia rappresentato, per i registi del complotto, la rotella decisiva dell’ingranaggio concepito per interferire, e quindi falsare, le elezioni presidenziali della principale potenza, e democrazia, mondiale.

Il legame Manafort-Trump

Quale legame di lealtà lega Manafort a Trump e al suo cerchio magico? Lo scopriremo a breve: per ora tanto Manafort quanto Gates si sono dichiarati non colpevoli, mentre Papadopolous ha ammesso di aver mentito all’FBI. Trump sa bene che abbandonarli significa esporsi a potenziali rivelazioni da parte degli imputati.

Infine, guardando ancora indietro per capire meglio cosa abbiamo davanti, se il licenziamento di Mueller era poco più di una boutade, potrebbe esserlo molto meno l’interpretazione che Trump aveva detto di voler dare al concetto di amnistia presidenziale; una lettura molto estesa di questa prerogativa, tale da riguardare lui in prima persona.

Il Russiagate ha insomma superato la fase delle indiscrezioni giornalistiche, confermando l’impianto raccontato dai media. Per Trump la tregua è dunque finita e il suo prossimo viaggio in Asia si annuncia bipolare, perché d’ora in avanti da Washington potrebbero arrivare notizie clamorose in ogni momento.

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