Luigi Gavazzi

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Le manifestazioni di protesta di domenica 28 gennaio in Russia, organizzate dal leader dfell'opposizione liberale a Vladimir Putin, Alexey Navalny, sono state più simboliche che "imponenti".
A Mosca c'erano duemila persone (secondo l'inviato de La Stampa). La partecipazione nelle altre città, fra le quali San Pietroburgo, è stata della stessa, modesta entità.
Navalny ovviamente è stato fermato per qualche ora, poi rilasciato.
Dovrà comunque farsi un giro fra qualche giorno davanti a un giudice, con qualcuna delle accuse astruse con le quali il potere giudiziario russo - non proprio indipendente dall'esecutivo e dal circolo di potere del presidente Vladimir Putin - gli sta rendendo la vita di oppositore piuttosto complicata. Su tutte, la condanna per "appropriazione indebita" che è stata usata per non permettergli la partecipazione alle elezioni presidenziali 2018.

Per quanto non imponenti, dunque, queste manifestazioni sono simboliche e quindi un po' preoccupano il regime del Cremlino. Perché in piazza, anche questa volta, c'erano soprattutto giovani. E quindi in prospettiva potrebbe crescere un'opposizione più numerosa di quanto non sia ora. Ma anche perché, come sempre nelle proteste di questo ultimo anno contro Putin e la sua cerchia, l'accusa e gli slogan dei manifestanti parlano di "corruzione" oltre che delle difficoltà economiche dei ceti più deboli e soprattutto dei ceti medi.
Vale a dire: un tipo di accusa pre-politico, che può tenere insieme posizioni differenti, unite appunto dall'ostilità quasi "morale" al regime e alla nomenklatura.

Senza tenere conto che, più in generale, ai giovani istruiti sta stretta la retorica nazionalista della grande Russia, proiettata nelle "imprese" delle forze armate in Siria e del protagonismo di Putin e Lavrov in politica estera. 
Ma sta anche stretta la versione reazionaria e monista della cultura e della retorica ufficiali, fondate su una patria, una lingua, una religione, ostili al liberalismo, all'occidente, all'Europa. Monismo illiberale che non per caso ha fatto di Putin l'idolo di tutti i nazionalismi estremi anche in Europa, orientale soprattutto, ma anche occidentale.

Come detto altre volte, Putin non avrebbe nulla da temere da Navalny e da queste manifestazioni. Le elezioni non sono mai state in forse, né con Navalny fra i candidati né senza. Putin e l'apparato che lo sostiene sono sufficientemente forte da permettersi la repressione dei pochi liberali che manifestano.

Putin però ha due crucci davanti a Navalny. Uno è quasi istintivo: il presidente non sopporta proprio, non tollera che ci sia qualcuno che si esprima contro, si opponga, addirittura non capisca, la sua "missione" storica per far grande la Russia, per riparare alla più grande tragedia del XX secolo, la fine dell'Urss, come più volte si è espresso.

In subordine, e connesso al primo cruccio, c'è la possibilità che il trionfo alle elezioni del 18 marzo per la presidenza abbia l'ombra di una partecipazione inferiore al 70%. Risultato che finirebbe con l'intaccare l'idea del consenso totale della nazione russa alla missione incarnata dall'ex agente del Kgb.

Non per caso, uno degli slogan delle manifestazioni di domenica e in generale uno dei temi delle proteste del movimento di Navalny, è proprio un invito a boicottare le elezioni. Insomma, Putin proprio non lo sopporta Navalny.

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