Commentare a caldo - poche ore dopo l’evento - l’attentato nella metropolitana di San Pietroburgo non è facile ed espone l’analista ai ricorrenti rischi di queste occasioni. Ovvero, di eccedere nella retorica descrittiva oppure di lanciarsi in micro-interpretazioni puntualmente smentite con il procedere delle indagini.

Viene quindi da fare due considerazioni “sicure” che siano di aiuto a chi legge nel contestualizzare quanto avvenuto, indipendentemente da ciò che scopriremo di più nei giorni a venire su quanto è avvenuto.

La prima considerazione riguarda l’approccio usato dalla Russia nel reagire alle dinamiche e agli attacchi del terrorismo, sia di matrice internazionale che interno.


La gestione delle fasi emotive post-attentato

Abituata a subire attentati già da prima e con una frequenza superiore a gran parte degli altri paesi europei, la Russia ha adottato negli anni una linea di condotta sistemica che potremmo dire di “risposta-senza-terrore” al terrorismo.

Consapevole che il primo obiettivo degli attacchi è appunto di creare insicurezza e paura incontrollata in particolare nei tessuti urbani, la Russia ha sempre cercato di rispondere con un efficientismo che ha portato gli aeroporti, i teatri e le metropolitane di turno colpite a riaprire in tempi impensabili per altre città europee.

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Alle fiaccolate e ai gessetti del dopo attentato si è preferito optare per un ritorno forzato e accelerato alla normalità che troppo spesso in Occidente è stato confuso con una freddezza caratteriale russa quando non proprio con un incapacità di gestire le fasi emotive post-attentato. Uno stereotipo sulla Russia che affonda le sue radici lontano nel periodo sovietico, quando anche un cantante equilibrato come Sting cantava di "sperare che i Russi avessero a cuore la sorte dei loro bambini".

In realtà la Russia è convinta che nel non mostrare operativamente ed emotivamente di essere stata colpita dagli attacchi terroristici ne limiterà il loro impatto e, in ultima istanza, anche la loro frequenza, in quanto falliranno nel loro obiettivo di fondo, che è appunto quello di generare terrore nella popolazione.

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Oltre ogni dietrologia
La seconda considerazione riguarda le teorie del complotto che immancabilmente emergono ogni volta che si verificano eventi tragici del genere, e che vorrebbero le bombe essere state programmate da ambienti filo-governativi animati da una strategia della tensione e alla ricerca di compattare una opinione pubblica a pochi giorni dalle proteste di piazza capeggiate dal leader dell’opposizione Navalny.

Sono teorie che in questo caso non reggono nemmeno in via teorica. L’attentato è un attacco diretto al Presidente Putin, compiuto proprio nel giorno in cui egli si è recato in missione ufficiale in quella che è la sua città natale.

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Il tentativo chiaro è di metterne in discussione l’immagine di uomo forte nel controllo della complessa situazione interna Russa che è alla base della sua leadership. Al proprio capo i Russi storicamente sono pronti a perdonare molto ma non la debolezza e questi attentati puntano proprio a mettere in dubbio la percezione della solidità della figura del Presidente proprio a partire dal terreno sensibile della efficienza dei servizi di intelligence, vanto del Paese e della sua classe dirigente di punta.

Da questo punto di vista, gli attentati non distoglieranno affatto l’attenzione dalle dinamiche politiche interne ma piuttosto rappresentano per il Cremlino il riacutizzarsi del problema cruciale della sicurezza dei centri urbani in un momento non facile per il Paese e con troppi fronti aperti.

(*docente di storia e politiche economiche russe alla Luiss e alla Statale di Mosca)

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