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Robert Redford: con Trump la verità è in pericolo più che con il Watergate

A 45 anni dalla scoperta delle intercettazioni al quartier generale democratico: ecco perché il sistema di equilibri costituzionali è più vulnerabile rispetto ai tempi di Nixon

richard nixon - donald trump collage

Luigi Gavazzi

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In un pezzo di opinione sul Washington Post del 31 marzo, Robert Redford prova a tracciare alcune analogie e differenze fra la presidenza Trump e la situazione di Richard Nixon nel suo secondo mandato, che si sarebbe concluso in modo ignominioso con le dimissioni l’8 agosto del 1974, in seguito allo scandalo Watergate.

La faccenda, che avrebbe portato alla fine della presidenza Nixon, cominciò nel giugno del 1972 - in piena campagna elettorale - con la scoperta delle attività di spionaggio illegali, organizzate dagli uomini più vicini al presidente, ai danni del quartier generale del Partito Democratico al Watergate Office Building a Washington Dc.

Proprio 45 anni fa, il sistema di contrappesi previsto dalla Costituzione americana, insieme con l’azione precisa e scrupolosa della stampa libera e indipendente che del sistema liberal-democratico è parte decisiva, muoveva dunque i primi passi per fermare un presidente - in novembre Nixon sarebbe stato rieletto con una maggioranza schiacciante - che, si sarebbe poi appurato, aveva violato in modo gravissimo leggi e principi.

Redford nel 1976 interpretò il personaggio di Bob Woodward - uno dei reporter del Washington Post che scoprì e documentò insieme al collega Carl Bernstein lo scandalo - nel film diretto da Alan J. Pakula, All the President’s Men (in italiano Tutti gli uomini del presidente; Bernstein venne impersonato da Dustin Hoffman). Redford di quel film fu anche promotore e produttore.

Nel suo articolo Redford dice che allora il sistema costituzionale dei checks and balances creati dalla Costituzione americana funzionò benissimo, proprio nel momento nel quale venne sottoposto alla prova più dura.

La stampa e la politica (bi-partisan) erano per la verità
Funzionò perché la stampa libera e indipendente lavorò senza lasciarsi intimidire dalle pressioni della rete di potere attorno a Nixon e mise in luce lo scandalo in tutta la sua portata. E perché ci furono istituzioni, giudici e politici di entrambi i partiti che misero da parte le appartenenze e lavorarono perché la verità emergesse.


Oggi, dice, Redford, mi chiedono se ci sono analogie fra la presidenza di Nixon e quella di Trump. Soprattutto è importante chiedersi, aggiunge, se il sistema sarebbe altrettanto capace di difendersi come fu allora.

Il linguaggio di Trump e dei suoi contro i media, non è poi diverso da quello arrogante e sprezzante che usò allora Nixon. Perché la stampa è indispensabile per scoprire e mostrare la verità, quindi disturba.

Nel 2017 però il paese è diviso, anche sui principi. Soprattutto, dice Redford, lo è sul valore della verità, sull'esistenza della verità: abbiamo grossi problemi ad afferrare la verità, a comprenderla. E in un paese nel quale la verità è in pericolo, in sostanza, i pesi e i contrappesi costituzionali non è detto che funzionino.

Redford ricorda ironicamente come proprio John Dean ("master manipulator of the cover-up" lo definì l'Fbi), consigliere della Casa Bianca e fra i maggiori responsabili delle azioni di intercettazione al Watergate, e soprattutto il principale agente dei depistaggi e dei tentativi di insabbiare lo scandalo, tentò, in un famoso discorso, di difendersi dicendo che gli sforzi per screditare la sua testimonianza (che si sarebbe rivelata falsa) puntavano a screditarlo personalmente e che invece "La verità emerge sempre". Già, malgrado Dean e Nixon, la verità emerse davvero. Auguriamoci che prevalga anche oggi.

[The Washington Post]

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