La rivoluzione impossibile di Tsipras

Volere soldi e rifiutare di tenere la spesa pubblica sotto controllo è rischioso. Perché gli europei sanno che si può andare avanti senza Atene

 

di Ester Faia*

I casi delle cosidette nubili d’oro o dell’indennità estiva sono diventati gli esempi più eclatanti di un sistema di assistenzialismo, quello greco, che raggiungeva i limiti dell’immaginabile. Le figlie nubili dei dipendenti pubblici avevano diritto a una pensione «ereditaria» di mille euro al mese (obbligatorio poi non cercarsi un lavoro per non perdere la pensione). Su questo fronte ci sono stati progressi dalle recenti riforme greche. Adesso la pensione ereditaria il governo la paga «solo» alle donne sotto i 18 anni. L’indennità estiva invece (esempio unico al mondo, sempre rivolta ai dipendenti pubblici) si aggiungeva alla tredicesima e alla quattordicesima.
Come ha fatto la Grecia ad arrivare al collasso? Anzitutto aveva iniziato a spendere al di là delle sue possibilità ben prima dell’entrata nell’euro. Già alla caduta del regime dei colonnelli, nel 1974, la spesa pubblica  era esplosa, generando una crescita del deficit che va dall’1,2 in percentuale del prodotto interno lordo negli Anni Settanta a punte dell’8,4 degli anni Novanta.

Le Olimpiadi e i disavanzi intorno al 5 per cento degli anni Duemila hanno fatto il resto. Come risultato, il debito è cresciuto dal 26 per cento del 1980 al 115 per cento del 2009, fino al 167 per cento del 2010 (anno in cui la Grecia ha ricevuto un prestito di 110 miliardi dalla troika formata da Fmi, Commissione europea e Bce; un secondo prestito di 130 miliardi è stato effettuato nel 2011 insieme a una parziale cancellazione del debito) e al 173 per cento nel 2015.
Ma come hanno sperperato i governi greci? Il 75 per cento della spesa era completamente assistenziale e solo un 25 per cento andava a investimenti produttivi. La gran parte di essa era assorbita dalle uscite per i dipendenti pubblici che nel 2009 erano circa un milione, con un esborso totale che ammontava nel 2009 all’80 per cento del totale della spesa e al 40 per cento del Pil. Soltanto per l’istruzione primaria e secondaria la spesa pubblica in Grecia era al 2,7 per cento nel 2009, contro un 3,6 per cento di media europea, ed è scesa ulteriormente a seguito dei tagli imposti dalla troika. Fra le conseguenze degli scarsi investimenti, il ranking della Grecia nella graduatoria Pisa sulla preparazione scolastica: 42esima per le abilità matematiche e scientifiche, con un voto complessivo ben al di sotto della media europea e Ocse. Sotto la media europea anche il tasso dei laureati.

Una spesa poco rivolta agli investimenti in capitale fisico e umano e molto assistenziale: è uno dei fattori che spiega la bassa crescita e la scarsa competitività. Poi c’erano le pensioni. Prima della crisi, l’età media di pensionamento era 58 anni (contro una media europea di 63,2) e la pensione media rispetto al reddito medio cumulato durante la vita era del 95,7 per cento (contro una media europea del 60,8 per cento). Dati che mostrano una spaventosa distorsione, che alloca gran parte della spesa assistenziale alle generazioni intermedie lasciando indietro i giovani. Ma anche la recente riforma delle pensioni  non è stata così incisiva come in altri paesi.
Com’era finanziata la spesa pubblica? Il totale era più o meno in linea con la media dei paesi europei. Ma poiché la Grecia ha  piccole dimensioni, era più alta della media europea. Il problema più grave tuttavia stava nella raccolta delle entrate fiscali, resa difficile dall’evasione. I dati del sommerso parlano di cifre intorno al 27 per cento del pil nel 2009. Difficile la raccolta delle tasse sul reddito: nel 2009, la Grecia raccoglieva il 7,9 per cento del pil in termini di imposte dirette sul reddito contro una media europea del 13,4. La conseguente crescita del debito è stata finanziata vendendo titoli di Stato ai cittadini greci, ma in larga misura a investitori stranieri (nel 2009 il debito esterno accumulato da Atene ammontava all’89 per cento del pil).
I cittadini greci investivano molto in titoli di Stato ma poco in imprese private, rendendo più difficile l’attività imprenditoriale. Il debito straniero, poi, si accompagnava a importazioni più alte delle esportazioni. In altre parole, i cittadini greci consumavano beni importati dall’estero in misura maggiore rispetto ai beni prodotti ed esportati all’estero: tutto ciò con denaro preso a prestito dell’estero.

Di tutto ciò la gente della strada non è responsabile, se non per il fatto di aver eletto governi che si sono rivelati nella maggior parte dei casi populisti e assistenzialisti, gravando così sempre più sui bilanci pubblici i cui costi sono poi ricaduti su loro stessi. Dal 2010 a oggi gli economisti della Troika in missione in Grecia hanno tentato in ogni modo di mettere in atto le riforme che consentirebbero al paese di ripagare i debiti e di continuare sulla strada della crescita. Le difficoltà maggiori derivano dal fatto che, a differenza di Portogallo e Irlanda, le missioni si trovano spesso di fronte un’amministrazione pubblica priva di qualunque regola di governance. Il tentativo di far attuare le riforme viene anche vanificato per la mancata conoscenza delle dinamiche politiche locali.


Che cosa propone adesso Alexis Tsipras? Di fatto mette sul tavolo la minaccia di un default parziale o totale sul debito, forse con l’intento di negoziare allungamenti delle scadenze sui pagamenti di debiti pregressi e probabilmente in cambio di nuovi aiuti. La domanda a questo punto per molti (anche nell’Ue) è quanto ci costa tenere Atene dentro l’euro. La Grecia senza riforme (e al momento non ne sono annunciate) non può ripagare il debito, quindi un default è prima o poi inevitabile.
La richiesta di ulteriori aiuti, che Tspiras potrebbe avanzare per rispettare i dettami della troika, avrebbe d’altro canto un costo immediato per i paesi che pagano. Soltanto  l’Italia ha speso circa 44 miliardi per aiuti a paesi in difficoltà (Grecia, Irlanda e Portogallo): in pratica, l’equivalente di una corposa finanziaria. Sarà sempre più difficile convincere i cittadini europei, che vedono le tasse aumentare e l’assistenza ridursi, a trasferire ulteriori aiuti. A meno che Tsipras non convinca veramente tutti che spenderà quei soldi meglio di come sono stati spesi finora e che la Grecia potrà restituirli per lo meno alla prossima generazione dei cittadini europei.
È diventato ormai evidente che un’uscita della Grecia potrebbe non essere così costosa e disastrosa rispetto a quanto si pensasse nel 2010 e nel 2012. Si è visto, ad esempio, che l’effetto contagio del default parziale è stato molto basso. Meno chiaro è invece che cosa vogliono veramente i greci, un aspetto sicuramente importante della questione. Da un lato chiedono di cancellare o dilazionare i rimborsi dei prestiti della Troika (e forse potrebbero essere necessari altri prestiti) perché trovano le condizioni di tagli agli sprechi troppo onerose e fanno inoltre fatica a mantenere gli indici economici (rapporto deficit-Pil, debito-Pil e disavanzo di bilancia dei pagamenti) anche solo minimamente vicini ai numeri auspicabili per poter credibilmente rimanere in un’unione monetaria.
D’altro canto, continuano a esprimere in larga maggioranza il desiderio di rimanere nell’euro. Forse occorre considerare l’ipotesi che esistono anche aspirazioni irrealistiche.

*professore di Economia monetaria e fiscale alla Goethe Universität di Francoforte
 

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