Esteri

Il ritorno dei "foreign fighters"

Dall’Italia ne sono partite a decine. E con le nuove tensioni in Siria e Iraq si aggrava il rischio che ora rientrino con gli sbarchi clandestini sulle nostre coste

Offensiva anti Isis mosul

Fabio Amendolara

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Il campo da cui proviene si trovava a Raqqa, ex capitale dello Stato islamico in Siria. Era finito lì dopo essersi consegnato ai curdi. E il suo nome, in un aggiornatissimo elenco dei foreign fighters in mano alla Procura nazionale antimafia, è il numero 141.

Samir Bougana, cittadinanza italiana e marocchina, 25 anni appena, radicalizzatosi nella moschea di Bielefeld, in Germania, dove si era trasferito con la moglie turca e i suoi figli, dopo quattro anni al fronte con il nome di battaglia Abu Abdullah, consapevole che qualsiasi prigione nel nostro Paese fosse migliore di quella in cui avrebbe dovuto passare chissà quanto tempo ancora, aveva finalmente annunciato ai magistrati che avrebbe collaborato con la giustizia e raccontato il mondo jihadista dall’interno. E, per questo, è stato subito fatto rientrare in Italia. Aveva detto di essersi pentito della scelta di andare a combattere in Siria e ha riempito qualche verbale. Poi, però, si è pentito essersi pentito. E si è rimangiato tutto, supportato dai familiari che vivono in provincia di Brescia e che ora farfugliano strane storie condite di racconti da spy story e di 007 che avrebbero incastrato «il povero ragazzo». Tra gli investigatori c’è chi sospetta che i tentacoli del Califfato siano arrivati fin nel carcere di Brescia per dissuadere dal parlare il loro uomo.

D’altra parte, nella lista dei 141 ci sono 11 combattenti che risultano aver fatto rientro in Italia. Quattro di loro sono detenuti. Di altri 18 si sa, segnala l’Antiterrorismo, che hanno abbandonato il teatro di guerra. Il dato inquietante che emerge dalle ultime comunicazioni del pool antiterrorismo guidato da Federico Cafiero de Raho è, però, un altro: «Il ripiegamento sul nostro territorio di combattenti partiti da altri Paesi, tenuto conto delle modalità di fuga dallo scenario siro-iracheno».

Maurizio Romanelli, ex vice di De Raho che da agosto è tornato in Procura a Milano, e il sostituto procuratore Diana De Martino, sono ancora più espliciti: «Non è da sottovalutare l’ipotesi che alcuni o molti di tali soggetti decidano di giungere o transitare per l’Italia attraverso le rotte migratorie». E a sostenere le valutazioni degli esperti ci sono preoccupanti segnalazioni dell’Europol - soprattutto per la Tunisia - su foreign fighters che abbandonano i conflitti e giungono sulle coste italiane con i barchini. «La pericolosità del fenomeno», scrivono i magistrati dell’Antiterrorismo, «oltre che nei numeri, risiede nel profilo stesso dei reduci, portatori di una significativa esperienza nella guerriglia, addestrati all’uso di armi ed esplosivi e di solito capaci di veicolare con grande efficacia i messaggi di propaganda».

In questo caso il campo di battaglia si sposta sul web. Gli analisti giudicano «emblematico» l’arresto all’Aquila del cittadino egiziano Issam Shalabi, che con la sua utenza telefonica italiana era in un gruppo WhatsApp di militanti islamisti e comunicava di «essere disponibile a combattere». È stato espulso un anno fa. Ma non è escluso che abbia rimesso piede in Italia. E sempre sul web agiva un estremista macedone, Agim Miftarov: sul suo profilo Facebook non nascondeva iconografia dei gruppi terroristici islamici. C’è invece chi sul web si addestrava come Abdel Salem Napulsi. Dall’analisi dei dati nei suoi dispositivi elettronici è emerso che aveva anche svolto una frenetica attività di ricerca per il noleggio di camion o pick up su cui montare armi da guerra. Gli investigatori lo chiamano «jihadismo da tastiera». E, da quanto emerge in alcune inchieste, gli ex combattenti sono i primi a propagandare la possibilità di colpire con qualsiasi mezzo: «Se non hai un’arma, hai un camion, una macchina o un coltello».


Era dichiaratamente intenzionato a passare all’azione, per esempio, un cittadino somalo, Ibrahim Omar Mohsim, noto come Anas Khalil, e ritenuto affiliato allo Stato islamico. Lo hanno arrestato a Bari. Le sue attività di propaganda contro il Vaticano e la sua rete di contatti sono finiti in una cartellina che i magistrati del pool antiterrorismo stanno studiando. «Un ulteriore problema è che assieme ai combattenti», segnalano dalla squadra di de Raho, «rientrano donne e bambini con un vissuto estremamente traumatico e violento e permeati dall’ideologia jihadista».

«In Siria» fa eco Francesco Marone dell’Istituto per gli studi di politica internazionale «queste persone sono state finora sotto la custodia delle forze a maggioranza curda, in prigioni oppure in campi profughi». Come ad Ain Issa, un tempo roccaforte dell’Isis poi conquistata appunto dai curdi. Qualche giorno fa il campo è stato ripreso da mercenari jihadisti che hanno liberato i combattenti del Califfato e dato alle fiamme la struttura.

Dopo l’intervento turco in molti hanno lasciato la Siria. E l’attenzione è appunto concentrata sugli arrivi tramite canali migratori irregolari. Gli analisti dell’Antiterrorismo segnalano che «a tale proposito dev’essere citato il procedimento della Procura di Napoli in cui si è accertato che due gambiani, Alhagie Landing Touray e Ousman Sillah, arrivati in Italia con l’intento di compiere azioni terroristiche, partivano da un campo di addestramento dello Stato islamico in Libia». Poi si erano imbarcati separatamente per le nostre coste, arrivando con i barconi insieme ad altri immigrati. Il primo è stato rintracciato a Napoli. Il secondo a Bari.

Sempre nel capoluogo pugliese c’è il caso dell’egiziano Mohy Eldun Abdel Rahman, che come presidente di un’associazione culturale aveva iniziato l’indottrinamento di giovanissimi immigrati di seconda generazione. È finito in carcere. E anche da lì sono partite segnalazioni, come disposto dal nuovo capo del Dap Francesco Basentini, che prima di approvare al vertice dell’amministrazione penitenziaria faceva il magistrato antimafia e antiterrorismo.

Il nucleo di intelligence della polizia penitenziaria ha individuato per esempio Amine Ali Al Hajj Ahmad, un cittadino libanese di origine palestinese arrivato a Macomer, in Sardegna, da Beirut, dove aveva progettato l’avvelenamento con la ricina di una cisterna d’acqua utilizzata da una caserma dell’esercito. Il combattente era intenzionato a compiere in Sardegna un’azione analoga. E anche lui è finito tra i detenuti monitorati. Questi attualmente sono 170, suddivisi in tre livelli di analisi-rischio: alto, medio e basso.

L’ultimo fronte investigativo contro i foreign fighters riguarda «le forme di micro finanziamento, la cosiddetta “zakat” obbligatoria per i fedeli, che, pur se modeste, raggiungono dimensioni importanti per la loro continuità». Proprio sui flussi di denaro «parcellizzati», diretti verso le formazioni terroristiche che sostengono i combattenti, si sono concentrate indagini delle Procure di Cagliari e Brescia. E da lì potrebbero estendersi a tutta l’Italia.                

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