Risorse idriche. La grande caccia all’acqua

La corsa internazionale alle terre coltivabili ne nasconde un’altra alle risorse idriche. Svelata da un gruppo di ingegneri italiani.

Credits: Elaborazione grafica di Stefano Carrara

di Laura Ferriccioli

La corsa planetaria all’accaparramento di risorse naturali ha fatto sì che dal 2009 al 2012 governi e multinazionali abbiano acquisito circa 53 milioni di ettari di terreni, specialmente in Asia e Africa, per produrre cibo e biocarburanti. A intensificare il fenomeno (noto con il termine inglese «land grabbing») sono le nuove abitudini alimentari in Cina e India e il cambiamento climatico, che rende particolarmente vulnerabili i paesi mediorientali. Nessuno, tuttavia, aveva ancora calcolato l’impatto della nuova geopolitica del cibo sulle risorse idriche. Lo hanno fatto tre ingegneri idraulici italiani, Maria Cristina Rulli e Antonio Saviori del Politecnico di Milano, con Paolo D’Odorico, «cervello in fuga» alla University of Virginia.

Visto che l’86 per cento dell’acqua dolce del mondo è usata in agricoltura, gli ingegneri hanno stimato quanta ne serve per coltivare circa 47 milioni di ettari oggetto di land grabbing. Il risultato è impressionante: oltre 454 miliardi di metri cubi all’anno, quasi 10 volte il Lago di Garda. Lo studio, pubblicato dal Proceedings of the national academy of sciences of the Usa (Pnas), prende in considerazione 47 milioni di ettari, una volta e mezzo l’Italia. Ma «l’ammontare è in costante crescita, perché gli investimenti in terreni agricoli aumentano ogni giorno» sottolinea Rulli. «Del resto, l’autosufficienza dei singoli paesi è impensabile. Occorre una gestione strategica delle risorse più sostenibile». Soprattutto in grado di evitare l’instabilità sociale dovuta ai prelievi d’acqua di irrigazione. Trasformare la caccia alla terra in opportunità sia per gli investitori sia per le economie locali è la soluzione, non facile, cui lavorano Banca mondiale, Fao e Ifad.

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