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Esteri

Rifugiati: la crisi globale che l'Europa non sa affrontare

La Commissione Ue ha scelto la linea dell'accoglienza, paralizzata però dalle divisioni fra i 28 paesi, le paure e i discorsi elettorali locali, l'impossibilità di trovare una soluzione alle crisi in Libia e Siria

È evidentemente una crisi globale quella dei rifugiati che arrivano alle frontiere d'Europa. Una crisi che però le autorità del continente faticano ad affrontare.

L'atteggiamento esplicitamente e ufficialmente a favore dell'accoglienza e della solidarietà espresso dalla Commissione Ue punta a un meccanismo europeo permanente per la redistribuzione di chi chiede asilo.

 

Di fronte però ci sono le divisioni dei 28 paesi dell'unione, molti dei quali condizionati dalle paure e dai discorsi elettorali interni.

Con un conseguente rimpallo dei disperati, bloccati all'una o all'altra frontiera mettendo in forse il futuro di Schengen e della libera circolazione, e della responsabilità europea che comincia invece proprio nei paesi della sponda Sud del Mediterraneo da cui questi fuggono.
E dove l'Ue da tempo sta lasciando proliferare crisi regionali, dalla Libia alla Siria.

I dati dell'emergenza
Le cifre sono epocali: solo nei primi sei mesi del 2015, sono state oltre 400mila le domande di asilo registrate nell'Ue, contro le 660mila dell'intero 2014, già anno record.

La sola Germania ha detto di aspettarsi entro fine anno 800mila richieste, mentre Frontex ha annunciato il dato-shock di 107mila arrivi solo per il mese di luglio.

La via dei Balcani
E marzo il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, parlando con l'Ansa, aveva preventivato tra i 500mila e il milione di arrivi solo via mare dalla Libia, mentre ora la via balcanica, che dalla Turchia passa dalla Grecia attraverso Macedonia e Serbia per arrivare in Ungheria, sta diventando il canale sempre più frequentato da chi scappa dalla Siria ma anche da Iraq e Afghanistan. "La peggiore crisi di rifugiati dalla Seconda guerra mondiale", l'ha definita il commissario Ue all'immigrazione Dimitri Avramopoulos.

Da quando si è insediato nel nuovo esecutivo a guida Juncker, Avramopoulos sta cercando di fare passare un meccanismo permanente - con una chiave matematica basata su popolazione, pil, disoccupazione - per la redistribuzione dei richiedenti asilo e un superamento del regolamento di Dublino, che stabilisce che sia il primo paese europeo d'ingresso dei rifugiati a doverli accogliere.

Le crisi in Siria e Libia
Ma i 28 non sono nemmeno riusciti a mettersi d'accordo per ridistribuire 40mila profughi su due anni arrivati in Grecia e Italia: per ora si sono accordati su 32mila con altri 8mila da sistemare su cui le difficili discussioni dovranno chiudersi entro dicembre. Il fatto è che il grosso del flusso dei profughi arriva da regioni come la Siria e la Libia, dove l'Europa non ha finora saputo intervenire in modo risolutivo.

L'errore in Libia nel 2011
Nel 2011, ha ricordato il ministro degli esteri Paolo Gentiloni, in Libia "un errore è stato senza dubbio non associare all'intervento alcuna idea sulla gestione del dopo".

E per la Siria solo ora sta diventando "più condivisa" in Europa la posizione italiana di "scoraggiare la tentazione di 'risolvere' la crisi siriana solo con qualche bombardamento contro Assad". Per questo, ha sottolineato anche l'ex ministro e fondatore della Comunità di Sant'Egidio Andrea Riccardi, per gestire il problema dei rifugiati "innanzitutto varrebbe la pena affrontare a monte il tema della pace, in Siria, in Libia e nel Medio Oriente".

"La posizione assunta dal ministro Gentiloni - ha quindi aggiunto - è molto corretta: vengono prima il negoziato, la cooperazione, la pace per fermare i viaggi dei disperati".

E ancor meno potrà servire la sospensione o la modifica della libera circolazione garantita da Schengen, su cui molti dei 28 continuano ad insistere e la Commissione Ue a resistere.

(Ansa)

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